Brindo alla vita ...con un pensiero a Moira.
Auguri di cuore a tutti.
Così, per restare ancora un pò sul tema "dell'esistenza" virtuale, e/o reale, mi piace ricordare di Friedrich Nietzsche (uno dei miei filosofi preferiti) il seguente passo tratto da "Così parlò Zarathustra":
Io sono un viandante e uno scalatore di montagne, diss'egli al suo cuore, non amo le pianure e sembra che non sappia star fermo a lungo. E qualunque cosa mi capiti ancora, come destino o come esperienza, in essa ci sarà un peregrinare e un ascender monti: si vive alla fine solo ciò che si ha in sé.
E di Umberto Galimberti (della stima che nutro nei suoi riguardi, ho già detto; di altri di altrettanta ineguagliabile "caratura" non dirò...) la seguente citazione:
L'etica del viandante, che ha rinunciato alla meta ultima, sa guardare in faccia all'indecifrabiltà del destino...Il viandante non può vivere senza elaborare la diversità dell'esperienza, cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nel "cielo stellato" e nella " legge morale", che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell'arco in cui si esprime la sua vita in tensione...Tagliati gli ormeggi, l'orizzonte si dilata, il suo dilatarsi lo abolisce come orizzonte, come punto di riferimento, come incontro della terra con il suo cielo.
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Dopo di noi Noi la fortuna degli ombrellai Diluvierà , Vittime fa Straziante d'estri tristi annegherà Dopo di noi Buona l'idea Piove con ghiaccia semplicità Dopo di noi |
Stasera, per caso, scartabellando un mio vecchio libro, mi sono imbattuta in una poesia di Saffo, ve la propongo:
Amore la mia anima squassa
come vento che sul monte tra le querce si abbatte.
Ecco che Amore di nuovo
mi dà tormento;
Amore che scioglie le membra,
Amore dolce e amaro
fiera sottile e invincibile....
Saffo
Mentre sintetizzavo l'articolo di Galimberti e mentre lo leggevo come post sono stata assalita dal dubbio di una errata o inadeguata interpretazione di quanto era stato scritto dal filosofo.Ho rispettato il testo, riportando i concetti espressi nell'articolo in corsivo.Mi scuso per alcuni inevitabili salti logici e altre sfasature dovute ad una mia necessità di divulgare sul mio blog questo interessante articolo. Pertanto per la ricchezza delle argomentazioni utilizzate da Galimberti vi invito a leggerlo per intero sulla "La repubblica" e a riscontrare eventuali incoerenze.
La mia opinione
Stimo molto Galimberti, lo seguo nelle sue apparizioni televisive e nei suoi interventi sui quotidiani. Amo la filosofia, l'ho amata soprattutto all'univesità , ora mi occupo di altro, ma l'ambito è afferente.Sono assolutamente d'accordo con lui. Penso che la filosofia andrebbe insegnata in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Occorrerebbe parlare di filosofia ai bambini, fin dalle elementari, bisognerebbe portarla nelle carceri, insegnarla a tutti, anche per strada, come un tempo. Concludo riportando la parte ultima dell'articolo di Galimberti che mi ero riservata, appunto come commento. Sarà per questo che Socrate diceva di sè: "Non faccio nient'altro che andare in giro a persuadervi, giovani e vecchi, a capire che la vostra prima e maggiore preoccupazione non deve riguardare il vostro corpo o le vostre ricchezze ma la vostra anima, in modo che sia la più eccelllente possibile". Per chi ha simili aspirazioni, che sono poi le aspirazioni che dovrebbe avere ogni uomo che voglia essere all'altezza della sua natura pensante, l'incontro con la consulenza filosofica potrebbe essre l'occasione che lo differenzia, che lo porta all'altezza della sua vita, nell'ottundimento del mondo."
L'ipotesi da cui parte Galimberti è questa: le nostre sofferenze psichiche, i nostri disagi esistenziali dipendono sempre da conflitti interni, e il più delle volte dipendono dalla nostra visione del mondo troppo angusta, troppo sclerotizzata per comprendere il mondo in cui viviamo, e dalle difficoltà a reperire un senso per la nostra esistenza.
La tesi di fondo é che occorre prendere in considerazione una "terapia delle idee". Idee per comprendere e, se è il caso, cambiare il nostro modo di essere al mondo che le idee determinano e condizionano.
Le argomentazioni a sostegno della sua tesi sono queste: chi si prende cura delle idee oggi che le chiese sono deserte, gli insegnamenti filosofici si sono ritirati nella quiete delle aule accademiche, le pratiche psicoanalitiche hanno perso il loro referente, ossia la realtà , dal cui esame si individua per scostamento la nevrosi?
A trarre profitto è l'industria farmaceutica che seda l'anima e riduce l'inquietudine dell'individuo. Un' inquietudine che ha cambiato forma. Non più generata dal conflitto interiore tra passioni e ragione che, su larga o su piccola scala, era stato il campo di gioco dei riti religiosi e delle cure psicoanalitiche, il conflitto tra la propria visione del mondo e il modo in cui oggi accade il mondo. Un mondo che consegna all'individuo il senso della sua radicale impotenza. E' collassata la realtà come la tradizione ce l'aveva fatta conoscere e la nostra mente, che nella realtà aveva la sua misura sia per il suo equilibrio, sia per il suo squilibrio, non ha più referente.L'individuo, nozione nata in Occidente con il concetto di anima, su cui l' Occidente ha costruito la sua cultura nella forma dei diritti e delle libertà individuali, non ha più molto senso se è in gioco l' indifferenza per la vita in geneale, la sua sprecabilità , la sua incidenza nell'andamento truculento del mondo. Per usare una metafora di Umberto Eco, questo può sembrare il discorso tipico degli "apocalittici", ma quale altro discorso è possibile se gli "integrati" hanno trovato il loro rifugio tra i decerebrati a cui la televisione, lo stadio, la moda, lo shopping hanno fornito gli opportuni strumenti di rimozione e di ottundimentodi sè.
Conclusione: una risposta a questo genere di sofferenza e di disagio, meglio della psicoterapia, la può dare la filosofia non solo come conoscenza, ma come pratica di vita. Nessuno di noi abita il mondo, ma esclusivamente la propria visione del mondo. E non è reperibile un senso della nostra esistenza se prima non perveniamo a una chiarificazione della nostra visione del mondo, responsabile del nostro modo di pensare, e di agire, di gioire e di soffrire.
Per una lunga estate, che durava sei mesi, da aprile a settembre, scendevamo al mare. Da aprile a giugno solo di domenica per via della scuola. Ma noi soli, di tutti i ragazzi della piazza, godevamo di questa lunga dimestichezza col mare, perchè gli altri ci andavano solo per un mese, in luglio o agosto; le sorelle maggiori che li accompagnavano non potevano sottrarsi troppo a lungo ai lavori domestici, e il mare poi veniva considerato una cura. Gli abitanti del villaggio, che lasciavano così liberi i figli nella piazza, nei sentieri, nella campagna, temevano invece il mare e non volevano che i figli vi scendessero da soli. Pensavano anche che l'abuso del mare rendesse i ragazzi nervosi. In tutti quei mesi ci andavamo quindi da soli, ma si univa sempre a noi qualche ragazzo che trasgrediva al divieto, o la cui famiglia attraversava un periodo difficile e non potevano i genitori preoccuparsi di quello che facevano i figli. [...] Quando andavamo con i ragazzi della piazza eravamo affidati alle sorelle maggiori. E queste sorelle camminavano adagio dietro di noi che correvamo, non si scendeva allora per le pezze, ma per il sentiero, perchè erano cariche di ceste contententi frittate di maccheroni e bottiglie di acqua o limonata. S'immergevano lentamente, i costumi col gonnellino gonfi d'acqua, sotto i quali portavano il reggipetto; e sempre qualche bambina sulla spiaggia si divertiva a slacciarglielo all'improvviso, i grandi seni piombavano allora giù di colpo e urtavano contro il ruoto di frittata e loro, che avevano in mano il coltello per fare le porzioni, non potevano riallaciarselo.
Ma il mare che ricordo è quello di noi tre fratelli. Scendevamo con la merenda saltando frettolosi di pezza in pezza per arrivare a quel grande evento, ogni giorno rinnovato e che mai ci veniva a noia. Spiavamo appena svegli dalle persiane socchiuse la luce che con lingue dorate pareva volerci lambire dalla piazza; la mamma nella buia stanza estiva era stesa sul letto, col pentolino pieno d'acqua e di aceto accanto; prima di partire le baciavamo la mano per non farle male alla testa, le cambiavamo la pezzuola di aceto, lei sorrideva, diceva: "Com'è fresco!". Correvamo poi liberi verso l'abbaglio della piazza. Appena giunti alla marina, immemori degli ammonimenti materni, ci buttavamo subito in acqua tutti sudati, e parevamo pesci tornati nel loro elemento. L'acqua ci pungeva le ferite ai gomiti e ai ginocchi, che in quei mesi non si rimarginavano mai, o le lunghe scudisciate lasciateci dall'erba sulle gambe. A lungo poi stavamo stesi sulla sabbia bagnata o ci rotolavamo in quella asciutta, che bruciava troppo a stare fermi; o ancora come fachiri, gareggiavamo a stare immobili sulla sabbia ardente, più rigidi possibile, a diminuire la superficie di attrito, finchè il fresco che stillava dalla pelle non raffreddava la sabbia; tutto l'universo pareva convergere in un luogo bruciante al centro del ventre, finchè quell'arsura non diventava come un groppo di vita che bisognava sciogliere, scuotere via da sè, liberare; ci si alzava allora e di nuovo ci si tuffava.(Fabrizia Ramondino)
Il seguito domani
Il mare d'inverno / è solo un film in bianco e nero / visto alla tv / verso l'interno / qualche nuvola dal cielo / che si butta giù / sabbia bagnata / una lettera che / il vento sta portando via / punti invisibili / rincorsi dai cani / stanche parabole di vecchi gabbiani / e io che rimango qui sola / a cercare un caffè / il mare d'inverno / è un concetto che il pensiero non considera / è poco moderrno / è qualcosa che nessuno mai desidera / alberghi chiusi / manifesti già sbiaditi di pubblicità / macchine tracciano solchi su strade / dove la pioggia / d'estate non cade / e io che non riesco / nemmeno a parlare con me / Mare Mare / qui non viene mai nessuno / a trascinarmi via / mare mare / qui non viene mai nessuno / a farci compagnia / Mare Mare / non ti posso guardare così / perchè questo vento / agita anche me / questo vento agita anche me...
Passerà il freddo / e la spiaggia lentamente / si colorerà / la radio e i giornali / e una musica banale si diffonderà / nuove avventure / discoteche illuminate / piene di bugie / ma verso sera uno strano concerto / e un ombrellone che rimane aperto / mi tuffo perplessa / ai momenti vissuti di già / Mare mare / qui non viene mai nessuno / a trascinarmi via / Mare mare / qui non viene mai mai nessuno / a farci compagnia / Mare mare / non ti posso guardare così / perchè questo vento / agita anche me / questo vento agita anche me / mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via / Mare mare...
Ieri sera sono stata al cinema, ho visto "Confidenze troppo intime" di Patrice Leconte. Un film dal tono pacato, intrigante, ben recitato. Quando Anna (Sandrine Bonnaire),donna affascinante apparentemente demodè, entra nell'appartamento di William (Fabrice Luchini), non sa che quella persona ordinata, in giacca e cravatta, quasi anonimo, non è l'analista, con il quale aveva fissato un appuntamento, per risolvere i suoi problemi coniugali. E soprattutto non sa che l'uomo che ha davanti,consulente fiscale (figura completamente opposta all'analista) cambierà la sua vita, e lei quella di lui. L'equivoco alla prima "seduta" viene mantenuto da William,che è irretito dalle parole di Anna. In effetti le parole sono le vere protagoniste della storia, quelle che modificano i due personaggi e che destano la curiosità dello spettatore.
In qualche angolo riposto della nostra mente ci sono i nostri ricordi: i più belli, i più significativi, quelli che ci caratterizzano di più. Emozioni, chiacchere, risate, lacrime hanno lasciato, e lasciano, dentro di noi tracce spesso indelebili. Recuperarli, soffiando sulla polvere impalpabile che copre il nostro vissuto, a volte, serve per capire chi siamo.
Dal ricordo più recente che mi vede "meriggiare" con "Batonga" di Angelique Kidjo sull' incantevole spiaggia di Elafonissi in Grecia, a quello più lontano. In questo segmento della mia vita sono una bimba di nove, forse dieci anni. Il Corso del mio paese di provincia è assolato. La luce è forte, quasi accecante, simile a quella voluta da Gabriele Salvatores in "Io non ho paura". "Meriggiare" allora significava starsene a casa, dentro, al riparo, in penombra, magari leggendo un "Topolino" e poi.... dopo qualche anno un fotoromanzo.
Realismo non magico
Che cos'è la realtÃ
il grattacielo o il formichiere
il Logo o lo sbadiglio
l'influenza febbrile
o la fabbrile o quella
del psicagogo
Che cosa resta incrostato
nel cavo della memoria
la cresima, la bocciatura, il primo figlio (non ne ho),
le prime botte prese
o date,
il primo giorno (quale?),
le nozze, i funerali,
la prima multa, la prima
grossa impostura,
la sveglia da cinque lire
a suoneria
o l'altra col ghirigoro dell'usignolo,
la banda all' Acquasola,
la Pira (La) non accesa ma a bagnomaria
tra le dolci sorelle dell' Istituto di Radiologia,
le visite e la morte della zia
di Pietrasanta
e tanta
e tanta e troppa roba, non so quale
Che cosa di noi resta
agli altri
(nulla di nulla all'Altro)
quando avremo dimesso
noi stessi
e non penseremo ai pensieri
che abbiamo avuto perchè
non lo permetterÃ
Chi potrà o non potrà ,
questo non posso dirlo.
Ed è l' impaccio,
la sola obiezione che si fa
a chi vorrebbe abbattere il feticcio
dell' Inutilità .
Eugenio Montale
Perchè un blog?
Per sfida (con me stessa), per competizione, per narcisismo, per stare a passo con i tempi, per vivere il mio presente.
Per sciogliere i miei pensieri in parole scritte.Troppe volte sono grovigli inestricabili.
Perchè la comunicazione scritta mi piace sempre di più. Perchè mi affascina il potere affabulatorio della parola.
Perchè amo leggere e, per dirla con Umberto Eco, leggere allunga la vita. Perchè il libro è una piccola anticipazione d'immortalità .All'indietro, purtroppo, anzichè in avanti.
E la scrittura? E' anch' essa una piccola anticipazione di immortalità ?
Per capire, come dice Montale, che cosa resta incrostato nel cavo della memoria.E infine per divertirmi.