...beh sì stamattina mi andava di pensare al pensiero democriteo ai moti vorticosi, al materialismo, al determinismo, al clinamen, agli spazi di libertà pubblici e privati (quante cose mamma mia!).In fondo c'era il concetto di atomo, di monade, di mondi e universi chiusi o paralleli (mi avventuro per sentieri impervi!) In fondo c'era l'idea che nei rapporti umani e in quelli sentimentali per quanto forti e duraturi essi siano c' è un intercapedine occupata dalla solitudine, uno spazio che appartiene solamente all'individuo che conserva qualcosa di indicibile, di inesprimibie. Giusto o sbagliato che sia, so che, inevitabilmente, ciascuno di noi per quanti sforzi faccia per essere una figura poliedrica trasparente (sic!) ha bisogno di questa spazio. Off-limits. Però, un abbraccio e uno sguardo profondo, dritto negli occhi sono irrinunciabili.
Più che riflessioni dovrei chiamarle bazzecole o bagatelle
In meno di 53 pagine, la scrittrice ungherese Agota Kristof racconta in “L’analfabeta” undici episodi della sua vita in undici brevi capitoli. Il racconto autobiografico si snoda attraverso alcuni dei più importanti avvenimenti della storia del Novecento, la seconda guerra mondiale, la morte dei Stalin, la fuga ad ovest nel 1956. Il disagio esistenziale e culturale che ne derivano sono narrati con una prosa essenziale e lucida priva di artifici retorici, adatta ad esprimere lo sforzo compiuto dalla scrittrice per ricostruirsi una nuova identità in un paese straniero. La Kristof si rifugia in Austria e poi in Svizzera, e qui, in questa terra che elargisce ospitalità come dovere privo di quel pure indispensabile calore umano, conosce l’emarginazione sociale, la monotonia del lavoro di fabbrica e la solitudine.”Nella fabbrica tutti ci trattano bene. Ci sorridono, ci parlano, ma noi non capiamo niente. E’ qui che comincia il deserto. Deserto sociale, deserto culturale. All’esaltazione dei giorni della rivoluzione e della fuga subentra il silenzio, il vuoto, la nostalgia dei giorni in cui avevamo l’impressione di partecipare a qualcosa di importante, forse anche di storico, la malinconia di casa, la mancanza della famiglia e degli amici.” Toccanti considerazioni si incontrano nel capitolo intitolato “Lingua materna e lingue nemiche”. Imparare le lingue altrui è segno di grandi capacità intellettive e di ampia disponibilità culturale e mentale a comprendere l’altro, il diverso. La Kristof ci dà la possibilità di capire la natura nemica di una lingua quando si è dominati, subalterni a qualcosa o a qualcuno. La resistenza mentale è una risposta all’iniquità sociale e culturale e l’incomunicabilità che ne consegue viene rimossa solo quando cambiano le condizioni di vita. E quando nulla cambia si diventa analfabeta, incapace di leggere, di scrivere e di parlare. La Kristof ha vinto questa battaglia contro il francese, dapprima lingua nemica e poi, solo poi, lingua amica. “Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. E’ una sfida. La sfida di un’analfabeta.”
Ieri pomeriggio percorrevo in macchina via Diocleziano e poi via nuova Bagnoli, quando la radio ha trasmesso in esclusiva, l'ultima di Springsteen dall'album "Devil & Dust", uscito stamattina. Qualcuno, in casa, aveva già provveduto a farmela sentire, poi l'ho riascoltata in macchina mentre passavo vicino all'ex-Italsider, la vecchia fabbrica di acciaio dismessa, credo, dal 1991. Un tempo si chamava Ilva, fu voluta all'inizio del secolo passato, credo nel 1905, da Nitti. Un posto incantevole allora, più di oggi, (basti pensare a Capo Posillipo che sovrasta la splendida spiaggia di Coroglio), deturpato da questo mostro d'acciaio, che ora giace consunto in questa ampia zona da bonificare secondo un progetto già in atto. C'è persino un belvedere o postazione di contollo per verificare il procedere dei lavori di smantellamento del luogo. Ha un suo fascino questo posto, e ogni volta che ci passo mi propongo di scattare delle foto.Ieri era ancora più suggestivo con la canzone di Bruce Springsteen in sottofondo, di cui non so nè il titolo nè di cosa parli, con i capannoni arrugginiti in lontananza, la ciminiera svettante in alto. Ho poi letto che le canzoni che compongono il nuovo album parlano di persone le cui anime sono in pericolo e che queste anime il Boss le va a cercare nelle praterie ai confini del sudovest, negli stati marginali dove ancora vagano errabondi gli esclusi dal miracolo. A me è sembrata una ballata, una ballata malinconica adatta, per questo ed altro, a rievocare quanti sono passati di là, per quella fabbrica, alcuni anni fa. Poi agli intenditori l'ultima parola.
Da diverso tempo conservo una e-mail, che alcuni miei amici mi hanno inviato, con la preghiera di inoltrarla. L’ho fatto e poi l’ho anche stampata per farla leggere ad alcuni colleghi, di cui non ho l’indirizzo di posta elettronica. Vi si legge della Nestè, un gigante del settore agro alimentare con stabilimenti in più di 80 paesi ed un giro di affari di miliardi e miliardi di dollari, che rivendica nei confronti del governo dell’Etiopia un risarcimento pari a 6 milioni di dollari. La causa è stata la nazionalizzazione di un’azienda avvenuta nel 1975 dopo un colpo di stato militare in quel paese. L’e-mail è anche un invito a sospendere l’acquisto dei prodotti di questa multinazionale, con lo scopo di costringerla a reimpostare la sua politica di relazioni.
Stamattina, leggo su uno dei maggiori quotidiani nazionali, un articolo sulla Nike. La ben nota multinazionale americana, leader mondiale delle scarpe e abbigliamento sportivo, ha pubblicato un “Rapporto sulla responsabilità sociale dell’azienda”.Il Rapporto contiene la lista delle 700 fabbriche(molte delle quali in paesi emergenti) a cui subappalta la sua produzione e la verità sulle condizioni di lavoro che vi regnano.E’ una vittoria per i sindacati, la associazioni dei consumatori, i movimenti terzomondisti e le organizzazioni non governative per il “Commercio equo” che da anni assediano le multinazionali perché cessino di alimentare le nuove forme di schiavismo: il lavoro minorile, gli orari massacranti, le fabbriche-formicaio dove incidenti e malattie decimano i lavoratori. Il Rapporto che la Nike ha pubblicato sul suo sito Internet rivela per la prima volta tutta la catena dei fornitori, con nomi e indirizzi (fondamentale perché gli osservatori indipendenti possano andare a indagare: giornalisti, difensori dei diritti umani, sindacalisti). L’azienda ammette che su 569 aziende controllate ci sono stati abusi ripetuti, maltrattamenti, offese dei diritti dei lavoratori.(…) L’impresa, piegata dalle campagne di opinione sceglie una trasparenza senza precedenti. Ora tutti potranno giudicare i suoi progressi e regressi da un anno all’altro. Anche i concorrenti dovranno adeguarsi. È una strada ancora in salita, ma può condurre verso una globalizzazione diversa. È una alternativa al protezionismo dei ricchi, quello che denuncia lo sfruttamento come un pretesto per chiudere le frontiere. (Federico Rampini su “La Repubblica”, 11 aprile 2005). Ecco, una notizia così fa molto piacere e fa accrescere in me la fiducia nel potere dei consumatori. Un potere immenso, capace di condizionare, se solo lo volessimo, le politiche economiche dei gruppi monopolistici e perché no, degli stessi governi.
Saranno stati i quattro caffè di stamattina, sarà questa lazzara di Primavera che se ne sta rintanata in chissà qualche sudicio buco, sto a casa con due maglioni addosso,e sento freddo, o sarà stato il consiglio di ieri, quattro gatti, uno dei quali gattobeota, l’ultima è che gli hanno fatto un gavettone, e lui zitto e muto, sarà che dovrò preoccuparmi di far sapere i miei numeri a Donna Mestizia, sarà che la monnezza per strada mi fa rivoltare, i napoletani sono zozzosi, punto e basta, sarà che quasi mai accetto le provocazioni perché faccio subito a botte, anche se non si direbbe, ma...
ho una gran voglia di fare a cazzotti, un destro e un sinistro e viceversa o di correre in villa comunale fino allo stremo, oppure fare una corsa agli ostacoli, sollevare una gamba, stare dall’altra parte, e correre, come Forrest Gump, per vincere.
Il resto di niente
Impresa difficile quella di trarre un film da un romanzo storico. Figurarsi poi se si tratta di un libro come “Il resto di niente” che ripercorre le tappe della vita di Eleonora Pimentel de Fonseca dall’infanzia nel quartiere romano di Ripetta all’impiccagione, in piazza Mercato, a Napoli, il 20 agosto del 1799. Non solo. Attorno alla protagonista ruotano tantissimi personaggi e situazioni che costituiscono un ritratto vivissimo della Napoli del Settecento: i suoi paesaggi e le sue feste, i suoi vicoli popolati di lazzari e i suoi palazzi signorili abitati da nobili e da alcuni degli intellettuali più acuti d’Europa. Gaetano Filangieri, Mario Pagano, Domenico Cirillo, i nobili Gennaro Serra, i Pignatelli, i Carafa, per ricordarne solo alcuni. Antonietta De Lillo, giovane ed elegante regista napoletana, ha fatto bene a concentrarsi sulla figura della donna, la più colta del gruppo dei patrioti della Repubblica Partenopea, e lo ha fatto, però, con uno stile, che a me è sembrato teatrale più che cinematografico. Avvalendosi dell’ottima interpretazione di Maria De Medeiros, affascinante attrice di terra portoghese, come Eleonora, ha fornito un ritratto abbastanza fedele della Lenòr di Striano. Quindi, non solo la giornalista che esprime l’esigenza di avvicinarsi al popolo attraverso un linguaggio accessibile e semplice, e l’intellettuale che ben presto scopre il vuoto, “il resto di niente” che si nasconde dietro le azioni umane, ma anche la donna, indecisa e fragile che si affranca da un matrimonio senza amore, che soffre per la perdita del figlio, che paga le conseguenze delle sue azioni rivoluzionarie prima, con il carcere e poi, con la definitiva condanna a morte. E commuovente è questa donna nella prima scena del film, quando chiede che le siano date le mutande, prima che venga impiccata. Insomma, chi, come me, ha letto il libro ritrova a malapena la coralità intellettuale e quella lazzara, popolare, verminosa della Napoli del Settecento, ma in compenso non può dimenticare il volto e la figura di una donna coerente, forte nel difendere i propri ideali politici e il valore della vita umana in genere.
Mi piace, a questo punto, ricordarla così, con le ultime righe del romanzo. I pensieri di Eleonora Pimentel de Fonseca prima di morire:”Alza gli occhi, verso il mare, che s’è fatto celeste tenero. Come il cielo, come il Vesuvio grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però. Ritrovarli tutti nell’abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, che rimane? Niente. Il resto di niente.”
Dall'omonimo libro dello scrittore napoletano, Enzo Striano (1927-1987), la De Lillo ha tratto un film, "Il resto di niente". Protagonista del romanzo storico e del film è Eleonora Pimentel de Fonseca, poetessa, scrittrice, tra le prime giornaliste d'Europa, nonchè protagonista della Rivoluzione partenopea del 1799. Questo il film della serata, al cinema.
Proprio non riesco a infierire sui vinti, mi basta sapere che lo sono, allora, provo un grande appagamento. L' eccitazione è svanita e mi gusto appieno la soddisfazione.