E mi tornano in mente i discorsi fatti con un amico di mio marito che, napoletano di nascita, vive a Milano.
"... Napoli è un mercato dove la droga arriva e viene consumata...non è più uno scalo, ma un punto di arrivo. Questo vuol dire che un'ampia fetta di cittadini napoletani fa uso di sostanze stupefacenti...pesanti. Naturalmente tutto è nelle mani dei clan camorristici. E poi...é una città sciovinista, ripiegata su se stessa, è falso dire che è una città aperta...già nella scelta dei ristoranti sei limitato, per non dire del teatro...vivono di napoletanità, vendono solo napoletanità e muoiono di sola napoletanità ...la camorra si è infiltrata dappertutto...è una città violenta, una violenza diffusa, una città tormentata dalla microcriminalità... irrimediabilmente persa.... la borghesia? sempre stata nullafacente..."
Anche questo sembra il solito stereotipo di Napoli. Niente di nuovo sotto il sole. Eppure quando apprendo della rivolta di piazza Ottocalli, queste parole risuonano nella mia mente e l'indignazione insieme alla rabbia e allo schifo sale fino a livelli di guardia. E non ho che parole e pensieri di sdegno contro la marmaglia che devasta questa città, che l'affossa, che l' incancrenisce, contro questi analfabeti che si ostinano a esprimersi nel loro dialetto(lo sciovinismo di poco prima) e quando vengono intervistati rivelano tutta la pochezza dei loro mezzi espressivi, contro chi vuole un certo tipo di scuola, contro chi li parcheggia negli istituti professionali (di fatto scuole di serie B) contro le istituzioni di questa città, che evidentemente non sono all'altezza della situazione, che hanno dimenticato che l'anti-stato esiste ancora, e che hanno un altro nemico lassù, a Roma, che continua a fare il buffone, a parlarci delle sue avventure sentimentali, mentre una folla di cortigiani lo applaude e ride alle sue misere battute.
E allora, ti viene il dubbio che forse l'amico, a cui avevo dato torto, quella sera, a cena, forse, ha ragione...Napoli è una città perduta, irrimediabilmente perduta.
1. Sono a secco. Dal rubinetto nemmeno un goccino, niente. E' una siccità apparente e nemmeno mi dispiace. Va bene così, per ora. Sto bene così, per poco.
2. Ho perso alcuni piaceri, ne ho ritrovati altri. Non mi piace più tanto fumare ( ero già una fumatrice occasionale) e nemmeno più tanto bere vino (ho sempre bevuto in modiche quantità). E nemmeno mangiare tanto. Ho voglia di acqua, fresca, chiara, trasparente. Non solo giù per la gola, ma anche sulla pelle, sul corpo. E poi di sole.
3. Il pomeriggio è trascorso volontariamente, qui in casa, alla ricerca di quelle cazzo di griglie di valutazione che non ho trovato. In compenso ho buttato molte cartacce, ma ancora ne restano. E la sensazione di aver perso qualcosa, in quelle cartacce. Sono arcaica ma non troppo, e dovrei fare, un pò più spesso, ordine nello studio e negli armadi. Che c'entrano gli armadi? Anche lì è tutto ammucchiato. Chiudo le ante e tutto scompare, apro, e vedo un caleidoscopio di colori. Ma tutto ciò mi diverte, come parlare dei contrasti dell'animo, sapendo di poterli governare.
Eccomi, per continuare la catena lanciatami da Sorryso.
1) Libri che possiedo nella biblioteca.
Non saprei di preciso il numero. Posso dire che le tre pareti dello studio (la quarta è occupata dalla finestra) sono arredate con librerie alte quasi fino al soffitto, che i libri sono disposti, anche, in doppia fila. Che altre due librerie sono nel soggiorno. Io ho incominciato con un contratto dell'Einaudi, all'età di diciotto anni, poi quando mi sono sposata, c'è stata la moltiplicazione dei...libri. Sono per lo più, di letteratura (un pò di tutto) di filosofia, e, infine, di cose varie, non pochi attinenti al lavoro che svolgo.
2) Ultimo libro che ho comprato.
Ali Smith, Altre storie (e altre storie), Minimum fax . Mi ha incuriosita la copertina. La mascherina con una presa di corrente e un pulsante per il campanello
3) Libro che sto leggendo ora
Dopo il post di Roquentin e dopo altro... Giuseppe Granieri, Blog generation, Editori Laterza.
4) Tre libri che consiglio ad altri blogger e perchè.
Il giovane Holden di Jerome Salinger. Perchè è godibile e conserva ancora, dopo più di cinquant'anni, un'incredibile freschezza linguistica. Non a caso resiste al tempo.
Domani nella battaglia pensa a me di Javier Marìas. Per il titolo. Perchè può non piacere, ma vale la pena leggerlo, comunque.
Il teatro di Sabbath di Philp Roth. Perchè Roth è uno scrittore.
5) A chi passo il testimone: a Oltrenauta, a Zoestyle, a Stillpoint, a Grainne e a Oceanomare. (Non so se qualcuno di loro l'ha già ricevuta!)
Un personaggio cinematografico.
Angela Baraldi interpreta, in Quo vadis, baby? ultima fatica di Gabriele Salvatores, Giorgia, un'investigatrice privata, aspetto giovanile e carattere grintoso. Giorgia beve, fuma spinelli, strimpella la chitarra e si allena con i guantoni in una palestra della sua città, Bologna. Il regista l'ha definita una post-punk, dotata, però, di grande femminilità e dolcezza. Il personaggio non mi dispiace, è consapevole, ironico, sceglie i propri uomini e soprattutto sa fare a pugni. Angela Baraldi, non è un’attrice professionista, aderisce bene al personaggio, anche se, in alcune parti, secondo il parere dei critici, non è sempre all'altezza. In un’intervista, rilasciata su Vanity Fair, mi colpisce quando dice di preferire, tra i quarantenni e i trentenni, i cinquantenni. “Quelli dell’età di Salvatores, che hanno avuto vicino donne femministe, hanno un bellissimo atteggiamento di partecipazione e rispetto nei nostri confronti. C’è uno stacco tremendo tra loro e la generazione dopo: è come se i più giovani avessero dimenticato. E dire che gli uomini dovrebbero essere contenti se ci siamo affrancate dai sensi di colpa cattolici. Uno come Gabriele non dimentica che andare a letto con una donna libera di costumi è molto meglio che farlo con una bacchettona. I più giovani se la sono ritrovata già zoccola e adesso l’accusano di essere aggressiva”. Ecco il punto che mi interessa. Le giovani donne, oggi, come un in un passato neanche tanto remoto, sono solite, quando possono permetterselo, vendere il loro corpo prima della loro testa. Fanno parlare le loro tette e i loro culi per ottenere compensi e/o vantaggi professionali o semplicemente per approcciare gli uomini, con molta naturalezza, come se fosse lecito. Non conoscono la storia del femminismo, hanno la memoria corta. Si fa così, pensano. Già, sono zoccole e sanno di esserlo.
Leggo su una giovane rivista, "Giudizio universale " di maggio, un bell'articolo di Sandra Petrignani sull'ovetto misterioso...
Si fa presto a dire "oocita", che termine è questo? O dovrei dire chi è costui? C'era una volta l'ovulo, rassicurante omologo dell'uovo covato dalla gallina che, con deliziosa casualità, s'imbatteva nello spermatozoo e dal loro incontro si formava l'embrione e dall'embrione si sviluppava un bel bambino. e l'incontro fra ovulo e spermatozoo poteva darsi in un unico modo, vecchio come il mondo. Poi venne la fecondazione artificiale e poi quella assistita, venne lo spauracchio della clonazione, l'ovulo con la sua sferica tranquillità, fu relegato in soffitta. Adesso al suo posto, è comparso un inquieto personaggio, molto poco femminile, terribilmente complesso e pretenzioso. L'ooocita, appunto. Già il nome, con quelle due oo iniziali, getta nello sconforto. All'inizio, veramente, s'era parlato di "ovocita" tanto per attaccarsi a una qualche continuità. Ma è durato poco. Ormai, caduta la v, navighiamo nell'oscurità più nera. Come osa una parola iniziare per due o? Cos'è, un simbolo di garanzia coma la farina doppio zero? Che al doppia "o" concluda una parola con un'insinuante codina, passi. Che si piazzi al centro tentando di cadere appena possibile (penso ad alcool) va ancora bene. Ma che per la cellula germinale femminile, quella che deve indossare i primissimi colori del nostro sesso, contro la cellula germinale maschile (la quale non ha cambiato nome,spermatozoo era e spermatozoo rimane) proprio non mi va giù. Mi sa di manipolazione linguistica, oltre che genetica...
Forse l'ostilità verso l'oocita da parte mia è dovuta all'ignoranza. So ben poco in merito, parlo da profana. Parlo, però, come uno dei tanti che saranno chiamati ad esprimersi il 12 di giugno su una legge dai risvolti delicatissimi e dai contenuti semantici caotici, mentre qualcuno gli insinua nelle orecchie qualcosa di assai strano, e cioè che il misero oocita, quel nulla infinitesimale, invisibile e primordiale, quel bieco usurpatore di ovuli, sia...un individuo! Con tanto di diritti al pari del suo papà e della sua mamma! Dunque non si potrebbe manipolarlo, congelarlo e farci le altre diavolerie che la scienza non si perita di rispiarmarci. Che già se mi venissero a chiedere la differenza fra un uovo e un pulcino li prenderi per matti: non vedete che il pulcino si muove e respira e se gli fai male ti becca? Ma qui toccherebbe aprire un fronte con i vegetariani a oltranza che magari sono a favore dell'aborto, però l'uovo non intendolo assaggiarlo.
Ecco, è un gran pasticcio. Personalmente non vedo nell'oocita, sia pure fecondato, un destino umano già segnato. vedo la possibilità della vita, ma al microscopio. Vedo una scheggia piccola piccola di materia che ha iniziato il suo viaggio (accidentatissimo) verso una qualche incarnazione. Non mi viene, insomma, di chiamarlo Giorgio o Valentina. Anzi, tornerei di corsa a chiamarlo ovulo.
Ho visto "Dopo mezzanotte" di Davide Ferrario. Molto, molto carino, ma anche molto autoreferenziale, come buona parte del cinema italiano degli ultimi anni. Il mondo di Amelie ha fatto scuola, e qui, era evidente nella voce narrante di Silvio Orlando, nel tono fiabesco, nella stramberia dei personaggi, nell'intreccio, a ritroso nel tempo. Un omaggio al cinema, come in "Dreamers" di Bertolucci, o, ancora prima, come in "Nuovo cinema paradiso" di Tornatore. Il cinema di Buster Keaton, il cinema muto che ho appena intravisto, durante l'infanzia. E mi sono ricordata di quando, di sabato all'uscita di scuola, correvo subito a casa, con mio fratello più piccolo, per non perdermi "oggi le comiche". Sedevamo sul letto dei miei genitori, quello alto con i materassi di lana, e addentavamo un panino, sudati e affamati, sorridenti e divertiti per le comiche avventure di Stanlio e Ollio.
Avrà avuto quindici anni circa, capelli e occhi castani, sul volto i segni dell'acne giovanile. Eravamo a Piazza dei Martiri e mi ha chiesto di aiutarlo ad attraversare il tratto di strada che passa tra la farmacia e il megastore della Feltrinelli. Gli ho offerto immediatamnete il braccio, ma lui non si è mosso. Mi ha detto che avrei dovuto fermare la macchine che arrivavano ad una velocità un pò sostenuta. Il suo sguardo era profondo e mi comunicava un pò di diffidenza. L'ho invitato a camminare con me, se voleva passare. E' avanzato con il suo bastone e con un movimento disarticolato del corpo. Abbiamo attraversato e, quando si è avvicinato alla libreria, mi sono allontanata. Mi é rimasto il rammarico di non essermi voltata a vedere se avesse raggiunto l'ingresso (ma andava poi, proprio lì?) e mi sono vista, ancora una volta, fermarmi a metà, non portare avanti le cose con determinazione, fino in fondo, nella vita in genere.
Di sera ho pianto, ripensando a quanto, poco prima, avevo scritto da Jaero. L'uomo è magnificamente e disperatamente solo, nel mondo. Lo penso ancora, ma continuo a percepire segni spirituali, intorno a me. Li accolgo e li faccio miei.
La cura per le piccole cose, per l'ordinario. E' inutile pensare in grande, quando, poi, non si hanno il tempo, la sensibilità, le preoccupazioni per le cose quotidiane. Lo diceva e lo dice un mio carissimo collega, che mi ha insegnato molto, in meno di 365 giorni. A casa, come sul lavoro.