Spettacoli 1. In concorso a Venezia il film di Faenza " I giorni dell'abbandono" tratto dal romanzo omonimo di Elena Ferrante. Margherita Buy interpreta Olga. Non lo perderò. Ho letto il libro tempo fa e mi piacque molto. Margherita Buy mi piace, non so quanto in questo nuovo ruolo. Ho immaginato la protagonista del romanzo, bruna, capelli neri, ciglia folte e occhi grandi, come molte napoletane, lei è l'opposto.
Spettacoli 2. Sconcertanti le parole di Diego Armando Maradona "Sto pagando con il denaro gli errori commessi in passato", tra gli errori il figlio Diego Armando Jr. Su Diego Armando Maradona, avrei acceso i riflettori solo sul campo, avrei oscurato tutto il resto. Il resto è niente.
Spettacoli 3. Ancora Miss Italia???
Dipende da come mi gira, dal giro e da con chi giro. Partiamo dall'ultimo. Con P. spesso alla Feltrinelli, lì trovo i cornetti che piacciono a me. Sono soffici, morbidi e non ungono. E poi chi lavora alla cassa e al banco sa essere gentile. Con A. che mi chiama apposta per raccontarmi le sue continue, solite, ingarbugliate, intricate storie sentimentali con lo stesso uomo, alla Caffettiera. Dato che la signora sopra menzionata, è una cliente affezionata del noto locale sito a Piazza dei Martiri, i baristi la trattano particolarmente bene. Appena la vedono, le porgono il piattino con quattro squisitissimi dolcetti. E' superfluo dire che il caffè è ancora il top dei caffè. Con la mamma dell'amichetto/a di mio figlio, dove ci si incontra. Visto che il quartiere vive di bar, baretti, barettini e compagnia bella, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Ma, è chiaro, quello più vicino al luogo di incontro. A volte da Cimmino, tra gente patinata, iosonoinordinedall'ultimocapellodellatestaall'ultimaunghiadelpiede, che ti spintona alla ricerca di un pò di spazio dove poter sorseggiare la...a questo punto sì, dannata tazzina. Tra i camerieri, sempre più, ringalluzziti alla vista di tanta (si fa per dire) bella gente.
Da Gambrinus, di ritorno dal centro antico o da via Roma, a volte, ma solo a volte, tra le imprecazioni di P. che mi ripete, a ragione, "non dobbiamo mai più venire qui, non dobbiamo mai più venire qui!!". Eh sì! Bisogna dirlo, lì sono troppo abituati ai turisti, snobbano i napoletani. Ti fanno passare la voglia del caffè, non solo l'attesa, i camerieri, che con il passare degli anni sono diventati sempre più maleducati. Eppure, è quello storico!
Se sono a via San Pasquale, (il mio parrucchiere è da quelle parti) da Moccia. Vi risparmio le osservazioni. Leggete quelle su Cimmino. Se vado di fretta, perchè devo acchiappare al volo il tram o altro, al bar Vittoria. Ecco, lì, è tranquillo, prima dell'una, però. Se vi capita di trovarvici nell'ora del lunch, scappate. E' un inferno.
Ah! Dimenticavo quelli carinissimi del centro antico, a piazza Bellini. Tutti esterni, con tavolini e sedie comode, con servizio, direi, buono. Famosi tra gli "alternativi". Centri di cultura (alcuni), di chiacchiere serie, semiserie, poco serie. Gente simpatica, stranieri simpatici, insomma, tutto ok. Mi mancano quelli del Vomero, che (ahimè) frequento poco. Lassù c' è qualcuno che "mi ama", però. Eccetto il bar di Fnac, corredato pure di postazione Internet.
Insomma, non so se si è capito, qui di prediletto, c'è solo quello di casa mia!!
Ho letto " Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno e mi è piaciuto molto. Davvero un libro che merita attenzione. Anche se devo dire che nel corso della lettura e precisamente, alla fine della prima parte ho avuto l'impressione che il libro si potesse pure concludere, come se lo scrittore, continuando, volesse strafare. Per rifarmi ad una nota immagine gastronomica, era come trovarsi, a metà storia, di fronte ad un soufflè, che per eccesso di zelo nella preparazione, si gonfia a dismisura. Solo proseguendo nella lettura ci si accorge che, a parte qualche metastasi descrittiva, il libro funziona, e non poteva che finire così. Di Ryszard Kapuscinski sto finendo "La prima guerra del football". Interessante, anche se i racconti di cronaca del corrispondente polacco, ora, risultano un pò datati.
Ciascuno ha il suo. Di bar. Nel senso che ciascuno di noi ne ha uno, o più di uno che preferisce. Quello sotto casa, quello aziendale (il più triste), quello delle stazioni ferroviarie e degli aeroporti, quello dei grandi incontri, quello storico, dove ci porti gli amici in visita nella tua città. Li preferiamo per lo stile dell'arredo, per come ci servono, a volte per la musica che accompagna un caffè, una cioccolata, un aperitivo, un gelato, una birra, un collegamento Internet. D'estate, ma non solo, sono molto affollati. Ricordo quelli di San Sebastian (Spagna basca) con succulenti boccadillos, o quello di Skiros (Grecia) tra ouzo, noccioline e internet. Ma più di tutti quello a Parigi, Caffè de Flore, dove ho mangiato i più buoni croissant della mia vita. In questi luoghi ci si incontra per amore, per lavoro, per amicizia, per non sentirsi soli, perchè si è stanchi e si ha voglia di sedersi, perchè solo li, (per alcuni), su quel tavolino si riesce a scrivere, come accadeva a Sartre e a Simone de Beauvoir, e a tanti altri dopo di loro. Il "caffè" è da secoli il luogo degli incontri più disparati. Un tempo centri di cultura, di diffusione di idee nuove e rivoluzionarie, il bar è antico, meno di quanto si pensi, comunque. Intorno al 1554, sembra in Turchia, a Istanbul, sia sorta la prima "Bottega del caffè", poi, ma molto poi, bar.
Potremmo definirlo luogo-non luogo? Perchè no. Luogo dell'attesa gioiosa, come di quella snervante, dell'incontro fugace, come di quello consueto, della chiacchiera comune, come della parole importanti.
Spesso si parla male della quotidianità. Incombe su di essa, come una cappa pesante, lo spettro della noia. Le azioni giornaliere, i gesti ripetuti, le abitudini consolidate sono spesso sentiti come castranti, un pò da tutti. Non occorre una disgrazia, una malattia o chissà quale evento drammatico per capire quanto valore si nasconde dietro la libertà di poter scendere dal letto, più o meno, alla solita ora; di poter leggere, come d'abitudine, appena si è svegli; di poter bere giornalmente, tra le dieci e le undici, la solita tazzina di caffè; di dover scendere di casa, per la solita spesa. Bastano una o due preoccupazioni, per farmi pensare che ciò che è quotidiano mi appartiene, che è ciò a cui tengo, e che me lo voglio tener stretto.