Satura

Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni.

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lunedì, 28 novembre 2005

Per chi ama scrivere

Programma quotidiano

Mattina:

se hai la mente annebbiata, trascrivi gli appunti e sistemali,

come stimolo.

Se sei in forma, scrivi.

Pomeriggio:

occupati della sezione su cui stai lavorando, seguendo scrupolosamente il piano. Niente intrusioni, niente distrazioni. Cerca di finire una sezione alla volta, e di finirla sul serio.

Sera:

incontra gli amici. Leggi nei caffè.

Esplora i quartieri sconosiuti, a piedi se piove, in bicicletta se non piove.

Scrivi se ne hai voglia, ma solo in base al programmma secondario.

Se ti senti svuotato o stanco, dipingi.

Prendi appunti, fai schemi, progetta. Correggi il manoscritto.

Nota:durante il giorno lasciati il tempo sufficiente per visitare ogni tanto un museo, disegnare o fare una passeggiata in bicicletta. Disegna nei caffè, sui treni, nelle strade. Meno cinema! Và in biblioteca una volta alla settimana per le consultazioni.

Henry Miller, Una tortura deliziosa, Minimum fax 2003

postato da: meriggio alle ore 15:45 | link | commenti (8)
categorie: citazioni

Appunti

Appunti per una possibile lezione.

Tra poco scenderò. Ho le ultime ore. Lampi e tuoni mi inquietano. La pioggia mi inquieta, non come a G**** che non riusciva a scendere dal pulmann se pioveva. Ecco scroscia.

Per la scrittura: se volessi accogliere i suggerimenti del testo adottato, dovrei dire ai ragazzi di scrivere un breve racconto in stile Kafkiano ambientato in un autobus nella ore di punta. Troppo difficile per loro. Si sa i testi vanno  poi adattati alla classe. No decisamente, no. Meglio la lettura di " Male di luna" di Pirandello.Si può riflettere sulla differenza tra fabula e intreccio e su come in questa novella non coincidano. Il tema della licantropia li dovrebbe tenere attenti. 

Quella di G*** potrebbe essere una situazione Kafkiana!

postato da: meriggio alle ore 10:15 | link | commenti (1)
categorie: in aula
domenica, 27 novembre 2005

Solo pregiudizi.

Qualche giorno fa un collega, piccoletto e dal viso rubicondo, con un bell'italiano, mi chiede dove abito. E' un domanda pleonastica, lui sa già la risposta, ma la fa lo stesso con un sorriso e una voce gentili. Cerco di essere vaga, come sempre, difendo il mio privato. Lui individua il nome della strada prima che io possa rispondere. "Ma la conosco, come è bello lì," mi dice."Ci sono un'enoteca, un ristorante  e tanti negozietti". Nascondo il mio disappunto con un sorriso di convenienza e mi chiedo, chi glielo fa fare di recitare la parte? E poi chi gliele dà queste informazioni? Il tipetto continua, ricordando una sua esperienza in una scuola di Posillipo. Era primavera e sulla spiaggia del bagno Elena scendevano le signore-bene a prendere il primo sole. E lui si godeva lo spettacolo.

Già l'espressione "signore-bene" mi provoca una reazione allergica non visibile per sua e mia fortuna. Sui giornali ricorre spesso la parola "Napoli- bene" per designare il quartieri di Chiaia, San Ferdinando, Mergellina e Posillipo. Per convenienza ed economicità di concetti si è soliti definirne anche il ceto sociale. Vivono in prevalenza avvocati, magistati, dottori, artisti, professori universitari e altri. Non solo. A ridosso di via Chiaia ci sono i quartieri spagnoli, quel dedalo di viuzze di cui a torto o a ragione si parla sulle pagine di cronaca nera. Mergellina è nota anche come centro di pescatori, e ne conserva ancora le tracce. Subito dopo Posillipo si estende Bagnoli, ex-quartiere operaio, popolare, con l' acciaieria abbandonata e  diffuse sacche di povertà.Insomma, non si può semplificare sempre e ripetere come pappagalli espressioni che hanno senso in un contesto e non in altri. Ma poi cosa gli fa pensare  che io sia una signora e non invece "una per cui la guerra non è mai finita"? 

postato da: meriggio alle ore 17:07 | link | commenti (8)
categorie: fare a cazzotti, nota personale
lunedì, 21 novembre 2005

In aula

Vincenzo sta seduto al suo posto. Sul banco non ha libri e quaderni, ma un panino e una birra. Sono le 12,30 di un sabato qualsiasi, scarsa è la frequenza di alunni in questo giorno. Dicono che è un giorno pesante e che non ce la fanno a stare in classe fin' oltre le due e mezza. Per Raffaella, invece, il sabato è un giorno speciale e a lei non dispiace venire, perchè "i professori sono più socievoli". Vincenzo vorrebbe aprire la birra, glielo proibisco e mi dice: "vabbè professorè". Incomincia a raccontare di quando è stato in Francia, sulla costa azzurra, per un mese circa, l'estate scorsa. Lo fa partendo dalla birra che ha di fronte, parla con l'amico che gli sta a fianco, ma lo fa ad alta voce così che quei pochi che sono in classe possano sentirlo. Dice che le nostre sono più buone e si dilunga sulla solita bravata estiva con amici. Incuriosita da questo suo viaggio gli chiedo se gli fosse piaciuto e che cosa li avesse spinti ad andare proprio lì. Sua nonna aveva abitato per un breve periodo, in Francia, per una malattia da cui non era guarita, e suo padre aveva voluto ritornare in quei luoghi per ricordare gli ultimi giorni di sua madre. Un suo compagno con un sorrisino sulle labbra  insinua: "...professorè, chisst' stà bbuon' ". Non so come, ma è proprio Vincenzo a dire che suo padre ha avuto una sospensione della pena, così come un suo zio. Poi quasi a volere riequilibrare la situazione che mi ha appena descritto, senza mai entrare nei particolari, mi dice che un altro suo zio ha sposato una giudice. "...e comm' è brav', professorè", conclude.

postato da: meriggio alle ore 16:42 | link | commenti (5)
categorie: frammenti di vita, in aula
domenica, 20 novembre 2005

Passeggiando con Augè

Ho letto "La madre di Arthur" di Marc Augè. Tutto di un fiato, come non mi capitava da tempo. L'ho iniziato mercoledì mattina e l'ho finito giovedì sera. Ho vissuto meno di quarantotto ore "in simbiosi" con Augè, proprio quando nella giornata di giovedì, a Pompei,  dal suo concetto di rovine e macerie ha avuto inizio un importante convegno. Ma questa è un'altra storia. 

Tutto è accaduto con un misto di casualità e volontà dall'acquisto del libro, per l'incipit apparentemente banale, alle sollecitazioni provenienti da persone a cui voglio bene. Camminando con Augè, mercoledì mattina, tra Chiaia,  Vomero, e Rione Alto. Dapprima a piedi, poi con la funicolare e la metropolitana, e infine, in una sala d'attesa di un noto ospedale, là, sopra la collina, per un controllo medico. E che dire di giovedì mattina, quando a Mergellina,  mentre aspettavo che arrivasse l'Eurostar in ritardo di circa 55 minuti, leggevo di Jean (personaggio principale) che si mette sulle tracce di Nicolas, suo amico d'infanzia, da diversi giorni scomparso? E della lettura che ho continuato, al ritorno, mentre intorno a me, diverse persone, ciascuna con il proprio portatile, chi intenta a seguire un film, chi a continuare il proprio lavoro, chi a esaminare foto personali testimoniavano della modernità avvenuta e delle diverse modalità di ricezione e comunicazione dei messaggi ormai in atto? Luoghi di passaggio, tanto cari ad Augè.

Così mentre passo davanti ad un musicista nel tunnel che collega  piazzetta Fuga a piazza Vanvitelli, mi ritornano in mente le parole appena lette: "Alla Odeon, due rumeni con la fisarmonica salgono sul vagone ed eseguono un pezzo musicale, anche questo senza sorprese; appena lasciata Cluny, il secondo fa un giro rapido d'andata e ritorno sul vagone, tendendo invano ai viaggiatori accigliati una piccola borsa semiaperta. ...Nel mondo, o in ogni caso sulla metropolitana, più c'è miseria più c'è musica. Ancora uno sforzo e il pianeta sarà presto solo un grande spettacolo di varietà".

E poi, non è una felice coincidenza che si  parli di poesia tra noi e poi leggo della passione di Nicolas per Arthur Rimbaud? In un raffinato gioco di specchi, reale e fittizio, Jean legge il  "mattone" di Nicolas sul poeta francese di fine ottocento e io leggo Augè che  fa dire a Jean " La poesia come la storia nasce dalla messa a distanza. La distanza che richiede, che esige la poesia, è la distanza del ricordo, della memoria, oppure dell'immaginazione, dell'incompiuto, dell'irrealizzabile; non è la distanza oggettiva dello storico. (...) Forse il segreto della poesia è mettere la vita a distanza, ma è ancora più il segreto del poeta: una volta messa la propria vita a distanza... può ritirarsi, assentarsi". Importante tema questo dell'assenza, della fuga, intorno al quale si costruisce gran parte della trama di questo romanzo. Altro è bene non dire. Io ne sono rimasta incantata, ma, premetto, a me piace il racconto, apparentemente dimesso, della quotidianità e della modernità. Dietro cui poi si cela una scoperta originale. E' quanto fa, secondo me, Augè in questo suo lavoro. 

 

postato da: meriggio alle ore 00:37 | link | commenti (7)
categorie: leggere
martedì, 15 novembre 2005

Parliamo di libri

Sulla scrivania ci sono  cinque libri, tra questi ne sceglierò uno da leggere subito. Su chi cadrà la mia scelta, secondo voi?

Il primo inizia così:  "L'amicizia è una religione senza Dio nè Giudizio finale. E non c'è neppure il diavolo. Una religione che non è estranea all'amore. Ma un amore dove la guerra e l'odio sono proscritti, dove il silenzio è possibile. Potrebbe essere lo stato ideale dell'esistenza. Uno stato tranquillo.Un legame necessario e raro. Non sopporta impurità alcuna. L'altro, di fronte, la persona che si ama, non è solamente uno specchio che riflette, è anche l'altro se stesso sognato. (Tahar Ben Jelloun, L'amicizia).

Il secondo: "Ero stato malato per molto tempo. Il giorno in cui lasciai l'ospedale camminavo a fatica e quasi non ricordavo più chi avrei dovuto essere. Usi la volontà, mi disse il medico, e in tre o quattro mesi tornerà come prima. Non gli credetti, ma seguii lo stesso il suo consiglio. Mi avevano dato per morto, e ora che avevo smentito i pronostici evitando misteriosamente di morire, che scelta mi restava se non vivere come se mi aspettasse una vita futura? " ( Paul Auster, La notte dell'oracolo)

Il terzo:  " I consumi delle famiglie diminuiscono, la Borsa crolla, Il dollaro scende e anch'io non mi sento molto bene. Nella città prostrata, quelli che incrocio hanno l'aria di sapere dove vanno e camminano in fretta, ma si muovono meccanicamente, con lo sguardo fisso. " (Marc Augè, La madre di Arthur).

Il quarto: " L'inverno del '44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: "Questo è l'inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. E' dal 1908 che non avevamo un inverno così mite". (Elio Vittorini, Uomini e no)

Il quinto: "Un amico, di me più giovane, da Napoli mi scrive: " Noi che siamo nati dopo la guerra non abbiamo per Napoli nessuna inclinazione particolare. La viviamo come residenti che la conoscono a fondo, ma la sua sirena non ci addormenta nè il suo canto ci toglie la pace. Tra la mia generazione e la tua, nei confronti di Napoli, c'è stata una rottura" (Raffaele La Capria, L'armonia perduta)

 

 

postato da: meriggio alle ore 19:38 | link | commenti (9)
categorie: leggere
lunedì, 14 novembre 2005

Il nostro appuntamento

Sabato sera siamo stati al Vomero per il nostro consueto appuntamento.  La serata era leggermente più fresca, ma in casa, nel salone, si stava bene. G. e A. ci hanno accolto, come sempre, sorridenti e affettuosi. G. aveva una camicia a quadrettini a mezze maniche sopra un jeans blu. A. si muoveva discreta e felpata tra la cucina e il salone.

Alcune di noi, quasi come se ci fosse stato un accordo segreto, hanno indossato un foulard e una collana. Quella di L. era molto bella, d'argento con coralli, ne ho una simile, più corta. R. ne aveva una tutta di pietre con una splendida sciarpetta di seta, che apparteneva alla sua mamma, mentre lo ha detto  i suoi occhi  sono diventati più luminosi.  Di L. ricordo un bel foulard con i colori dell'autunno, istintivamente l'ho portato al naso e ho sentito un gradevole profumo. Adoro i foulard, le sciarpe, le pashmine, sopratttutto quando si impregnano di essenze agrumate e fiorite. Io avevo una collana etnica con corallini di un bel verde vivace, l'ultima regalatami da P. Intorno al collo due pashmine di quelle che si trovano sulle bancarelle al mercatino, una verde e un'altra bordeaux

Un pò alla volta sono arrivati tutti, qualcuno, benchè coppia, in tempi diversi.

 F. era solo, non sapeva se E. sarebbe venuta. Anche B.,dolce e sorniona, era sola. Ho  avvertito un pò di tristezza e malinconia mentre parlava di L., suo marito, che si trova in Uganda, per lavoro, ancora per qualche settimana. Ma forse aveva solo un pò di pudore a parlarne.

Abbiamo visto "Una relazione privata" di Fonteyne, 1999. Mi è piaciuto molto, per il tema, per alcuni accorgimenti scenografici e tecnici, per i dialoghi, per l'attrice protagonista. Il titolo originale è "Une liaison pornographique", fuorviante, qui, in Italia, se fosse rimasto uguale.

Di pornografico (nel significato di esplicito, di dichiarato) c'erano semmai le parole che non nascondevano i sentimenti, le emozioni, i pensieri sulla relazione sessuale che poi è diventata una relazione d'amore. Un film casto, come ha ben detto G., dove l'unico momento di intimità che ci viene proposto è accompagnato dalle parole di lei, che chiede, che domanda, mentre è a letto con l'uomo che, rispondendo ad un suo annuncio su un giornale, sta appagando una sua "fantasia". Una storia che non poteva avere un lieto fine, per paura dei due personaggi ad amarsi secondo il modo più comune e diffuso tra di noi: la convivenza. Chiudo qui, sebbene il film offra molti altri spunti di riflessione.  Meglio è vederlo, senza alcun dubbio.   

postato da: meriggio alle ore 17:16 | link | commenti (7)
categorie: frammenti di vita, film, nota personale
domenica, 13 novembre 2005

Autunno 1775

Verdeggiate più grassi

pampini, nella pergola fin qua

verso la mia finestra!

Sbocciate più fitti, acini

gemelli, e maturate

più in fretta e splendendo più colmi!

Vi cova lo sguardo materno

dell'ultimo sole, vi spira dintorno

leggera la gloria feconda

del cielo amico;

vi rinfresca il sereno

magico soffio di luna,

e vi bagnano, ahi!

da questi occhi

le lacrime turgide piene

dell'amore che senza fine vivifica.

 

 

 

J.W. Goethe, Poesie, Mondadori 1981

postato da: meriggio alle ore 22:42 | link | commenti (2)
categorie: poesia
lunedì, 07 novembre 2005

Un autorevole commento sulla Notte bianca

Su Il Mattino di ieri, nelle pagine della cronaca (pag 45), ho letto degli incassi straordinari che la Notte bianca avrebbe apportato alla città. Un bilancio positivo che fa ben sperare in una seconda edizione. Secondo un indagine commissionata dalla Regione, il fatturato è stato stimato in 41 milioni di euro, con una spesa pro capite di 20,5 euro. Hanno partecipato circa due milioni di persone, il 66,2 inferiore ai 35 anni. Oltre 100 mila i turisti. I cittadini hanno speso oltre15 milioni nei bar, 13 milioni nei ristoranti, 9 milioni nei negozi. Se non si considerano i disagi legati al sistema dei trasporti, che non hanno retto all'enorme e inatteso (!) flusso di visitatori, il risultato può dirsi positivo. Nella stessa pagina c'era il seguito di un articolo di Aldo Masullo intitolato "Salviamo Napoli, la scuola rilancia i diritti del cittadino". Aldo Masullo, professore emerito "dell'Università di Napoli Federico II", ha rilanciato il progetto "La scuola per la città". Si tratta di un'iniziativa che punta sulla partecipazione e il coinvolgimento degli studenti degli istituti superiori intorno a questioni specifiche: l'illegalità grave diffusa, la mancanza di senso civico, il buon uso del bene comune. Nel leggere i diversi punti attraverso cui Masullo articola il suo discorso,ho visto rafforzata l'idea che mi ero fatta della Notte bianca. Il filosofo scrive "A Napoli si è dipanata nelle piazze, nelle strade, nei vicoli, l'aggrovigliata matassa della Notte bianca istituzionalmente orchestrato omaggio a una febbre del sabato sera allargata e di massa con auspicate ricadute consumistiche" e più avanti dichiara di "giudicare ingenua o furbesca "fantasia" la pretesa di trovare nel successo della Notte bianca la plateale smentita della cruda immagine di una Napoli provata da suoi molti mali. Fantasticare così vuol dire credere o far finta di credere, che un evento straordinario esprima la regola dell'ordinario, e la festa dia la misura dello stile di vita dei giorni comuni. E' come se un poveraccio, sol perchè il giorno di Natale per la generosità di un benefattore ha fatto una grande abbuffata, immaginasse o millantasse che tutti i giorni alla sua tavola non gli manca proprio nulla, a cominciare dalla tavola stessa. Vero invece è il contrario. E' l'ordinario che include un sè lo staordinario, e ben lo insegna la letteratura, da Poe al "minimalismo". Il normale esser vivi è straordinario ben più del morire, che tuttavia a ognuno tocca per fortuna una sola volta. Nella storia dell'umanità del resto le feste sono sempre state il regalo dei despoti per drogare i sudditi ordinariamente vessati. Un regime liberale al contrario garantisce il regolato esercizio dell'ordinarietà, in cui l'individuo trova assicurato il suo spazio di indipendenza e scopre le ragioni della propria responsabilità. Qui si tocca il nocciolo del problema. Che una grande montatura festaiola sia solo una smaccata finzione, se con essa si presume di surrogare l'assente comunicazione tra cittadini e istituzioni, viene attestato dall'episodio dell'interdizione praticata sul palco di piazza Dante contro la richiesta di parola di un noto religioso che intendeva far sentire con forza alle dure orecchie dell'istituzione la preoccupata voce di molti cittadini sulla scottante e ancor poco chiara questione della gestione idrica. Il problema è dunque la "responsabilità", l'ordinaria "disposizione a rispondere": non eccezionale sussulto dinanzi a eventi straordinari, ma quotidiana "abitudine" (di "abito", o "seconda natura" parlava Aristotele), una sorta di "riflesso condizionato morale", che non può formarsi se non attraverso una lunga e severa educazione.

P.S.  Ora si legge meglio.

postato da: meriggio alle ore 22:40 | link | commenti (12)
categorie: riflessioni

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,

solo nella memoria che si sfolla,

non far del grande suo viso in ascolto

la mia nebbia di sempre.

 

 

Un freddo cala...Duro il colpo svetta.

E l'acacia ferita da sé scrolla

il guscio di cicala nella prima belletta di Novembre.

Eugenio Montale

postato da: meriggio alle ore 17:12 | link | commenti (1)
categorie: poesia
domenica, 06 novembre 2005

Quando l'Etna si scalda a fa le fusa

Napoli ha più paura

di quando mostra i suoi denti granati.

La Sicurezza fa chiasso.

 

When Etna basks and purrs

Naples is more afraid

Than when she shows her Garnet Tooth.

Security is loud.

 

 

Emily Dickinson

 

postato da: meriggio alle ore 20:39 | link | commenti (4)
categorie: poesia
sabato, 05 novembre 2005

Per Ruckert

Mi sfugge il senso  della Notte bianca. Per quali motivi si organizza una festa di tali proporzioni?  Sulla scia di Roma, per pura imitazione? Non credo. Per motivi economici? Per rispondere alla crisi nel commercio (come se fosse l'unico settore in crisi)? I negozi del quartiere Chiaia per la maggior parte erano vuoti ( è solo un campione ridotto, è vero). Per motivi culturali? Forse sì, ciascuno ha avuto la possibilità di scegliere secondo i propri gusti e le proprie inclinazioni e pertanto di seguire il colore preferito. La città era aperta a tutti, e questo mi è piaciuto, molto. Ha retto alla stravolgente partecipazione della gente? Non mi pare.  

Ben vengano le manifestazioni culturali, ben vengano in qualsiasi periodo dell'anno, ma forse in modo più circoscritto. Facendo veramente vivere a tutti, ma proprio a tutti, l'arte, la musica, la parola , la danza, le immagini,  con i tempi lenti (Celentano non c'entra) che connotano ogni forma d'arte.  In ultimo, quanto si fa per l'ordinario e il quotidiano? Quanto si fa per far vivere a chi la città la vive, la abita, la arricchisce  con il proprio lavoro, tempi umani e civili?

E' stata un'anacronistica piedigrotta.

Non ero arrabbiata, sicuramente in dissonanza con l'evento. Sarà anche che non reggo psicologicamente la folla, peggio ancora la calca.  

postato da: meriggio alle ore 20:08 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 02 novembre 2005

Novembre

Oggi col solicello tiepido di novembre il vicolo si sporgeva fuori, spingeva le sedie in strada vicino al bastone dei panni e al braciere: "E' asciutto, 'o pate d'e puverielle", dice mast'Errico, è uscito il padre dei poveri. E' il sole dei mesi freddi che mette la sua coperta addosso a quelli che non la tengono. Sono salite a Montedidio le voci degli ambulanti che approfittano delle finestre aperte per chiamare dalla strada nelle stanze. "Olive di Gaeta, tengo olive pietr' e zucchero, calate'o panaro". Parte una forza dalle gridate che fa affacciare la gente. Cogli occhi sono stato dalla parte della strada mentre lavoravo. Avevo desiderio, non di olive, di uscire. Imparo, il lavoro è questo, starsene buono a farlo quando fuori passa un sole basso che subito finisce, viene sera e uno sta ancora chiuso nella bottega e l'ha visto passare senza fargli un saluto.

Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli 2001

Forse non Montedidio, ma un più umile quartiere di periferia, è nei miei ricordi. E in quel tempo lì, i giorni dei morti erano davvero freddi e umidi.

postato da: meriggio alle ore 16:20 | link | commenti (7)
categorie: citazioni, leggere