Ditemi se non avevo ragione a dire es muss sein. Su Il Messaggero di stamattina, in prima pagina, in fondo, leggo: novità nel segno del cancro. Proseguo nella lettura e trovo: Buongiorno Cancro! Le stelle della vostra estate fanno pensare a una crociera di lusso, costantemente al vostro fianco per le questioni pratiche e la vita affettiva. Questa Luna nel campo della fortuna e della passione
insieme a Giove, crea un'atmosfera caprese.
Capri, come simbolo di vita spensierata, risveglio delle componenti romantiche della vostra personalità. 
Agire significa creare uno stato d'animo, un'opera, un ricordo, un rapporto...Significa poter conquistare un pubblico o il cuore di un'altra persona, conquiste che sono poi l'inizio di nuovi percorsi della vita. Auguri!
Mamma mia, ma che succederà mai! C'è da scegliere, se sedurre un pubblico o un uomo. Perchè non tutti e due?? Addirittura si apriranno nuovi percorsi di vita. Alleluia!! Insomma un anno indimenticabile, per me e per il mio adorato maritino, anche lui del segno del Cancro.

Domani andrò a Capri e dal primo settembre lo farò quasi tutti i giorni. Non mi lascerò suggestionare dalla splendida cornice e neanche dalle inevitabili difficoltà. Es muss sein.
Gli studenti potranno occupare gli edifici scolastici e non incorreranno più nel reato di "interruzione del pubblico servizio". Questo accadrà se la proposta del deputato verde Paolo Cento dovesse diventare legge. O meglio si potranno occupare le scuole a patto che non si rompa nulla. Se ci fossero danni agli edifici e ai beni strumentali scatterebbero le sanzioni. Si prevede una forte polemica. Secondo alcuni si realizzerebbe il sogno degli studenti. Finora la paura di essere denunciati è stata comunque un deterrente. Negli ultimi anni l'occupazione delle scuole è diventata un rito di passaggio vuoto e privo di significati che si ripete stancamente tra le preoccupazioni dei genitori che vedono i loro figli privati di un numero sufficiente di ore di lezione e di studio e quelle degli insegnanti, divisi al loro interno tra chi sente vivamente i problemi che spesso sono loro comuni e che determinano la contestazione e chi, invece, fa spallucce trovando comodo lavorare di meno. Le contestazioni studentesche non hanno più quella carica e quell'energia di un tempo, sono prive di incisività per la maggioranza degli studenti che si accoda supinamente. Solo pochi hanno una reale coscienza dei problemi scolastici e non trovano altro modo per esprimersi che una forma di contestazione usurata e inefficace. Gli studenti italiani hanno bisogno prima di tutto di uno studio che sia qualitivamente migliore ma hanno anche bisogno delle dovute ore di lezione previste dal curriculum scolastico.
Siamo arrivati a Gaeta intorno alle undici e mezza, pur essendo partiti da casa alle otto e un quarto. Passare per Mondragone, rispettando tutti i semafori che ci sono sembrati rallentassero il flusso delle auto, anzichè agevolarlo, ha richiesto tutto questo tempo. Lì, ci aspettavano E. ed S.
, che hanno preso casa da poco.Una deliziosa casetta nel centro.Siamo andati un pò in giro e poi sulla lunga e sabbiosa spiaggia di Serapo. L'acqua era splendida e benchè la spiaggia fosse affollata, abbiamo trascorso delle piacevoli ore a chiacchierare, un pò al sole, un pò sul lettino sotto l'ombrellone. Abbiamo scoperto di Gaeta, la città più vecchia e popolare, quella dietro il mercato del pesce, e l'abbiamo trovata vivace e gradevole da girarci, soprattutto laddove era possibile scorgere attraverso gli stretti vicoletti il mare in lontananza. Conoscevamo di Gaeta la parte medievale e poi l'altra spiaggia quella che si allunga fino a Sperlonga. Ad ogni inzio estate siamo soliti andare lì, più che a Serapo dove pure trascorremmo, quasi dodici anni fa, un mese, era proprio agosto. Facciamo questo percorso, un pò lungo, a giugno, quando c'è meno traffico e nei giorni infrasettimanli, evitando il sabato e la domenica. Questo tratto di mare, il litorale domiziano che si prolunga fino a Sperlonga fa parte della mia (nostra) vita, e ha scandito i diversi momenti della mia crescita. Ora è quello che tutti conosciamo. Un territorio devastato e deturpato. Avremmo potuto fare invidia a Rimini e Riccione ed essere ad esse superiori per bellezza della spiaggia e del mare che è l'incantevole Tirreno e non lo scialbo Adriatico, se solo avessimo avuto una classe dirigente accorta e sensibile al bene pubblico.
Da piccola non ho fatto mare che per pochi, pochissimi giorni. Eppure anche quelli, ma forse soprattutto quelli sono rimasti nella mia mente. Ricordo Licola, a dieci anni circa, ricordo Castel Volturno a tredici, Pescopagano a quattordici, quindici, Formia intorno ai diciassette e infine Gaeta, vissuta, anche se sporadicamente, dai ventisei anni fino ad oggi. Pertanto mi ha fatto molto piacere che E. ed S. abbiano scelto questa piccola città per le loro estati e i loro momenti di svago e di riposo.
Al ritorno abbiamo comprato, come di consueto, del pesce: calamari, triglie e merluzzi, con l'aiuto dell'occhio attento di S.
. Insomma ancora sapore di mare, sapore di sale.
Lavare la lana era più semplice. (La farò semplice pure io perchè non ho molta voglia di scrivere, sono sotto gli effetti della controra, caldo asfissiante, ancora panni da stirare). Mammà era direttamente coivolta e direttamente coinvolte eravamo noi figlie femmine (io e mia sorella), perchè avevamo i materassi e i cuscini riempiti di lana. Anche questo lavoro andava fatto in brevissimo tempo. Mammà aveva quattro materassi sul suo letto matrimoniale. Due dal lato suo e due dal lato di papà. Quando decideva di lavare la lana dei materassi, iniziava con i primi due e poi continuava con gli altri. Nel frattempo dormiva più in basso e se ne lamentava. Pertanto occorreva fare presto e terminare il lavoro quanto prima. Le federe venivano scucite, poi, dopo, quando fu messa la zip, venivano aperte e la lana riversata nei lavaturi o nelle bagnarole. Lavata con poco sapone sennò poi ci volevano mesi per sciacquarla. Anche questa operazione andava fatta in cortile. Era meglio. La lana passava da una bagnarola all'altra, con l'aiuto della pompa veniva lavata ben bene e via, al sole. Poi iniziava l'asciugatura. La lana, come i polpi in Grecia, veniva stesa sulle corde dei panni oppure stesa per terra sopra un lenzuolo, o forse prima l'una e poi l'altra cosa. Spesso veniva posta sulle logge. Lì era lasciata finchè non si asciugava. Di tanto in tanto veniva girata e rigirata, come fanno oggi con le mele annurche. Il posto era sicuro e messa per terra non dava fastidio a nessuno. Quando era bella e asciutta, il caldo secco aiutava molto, bisognava dipanare le matasse e "aprirla". Mammà mi faceva i complimenti per come lo facevo. Oggi sospetto che lo facesse per incoraggiarmi. Era un compito di una noia mortale. Dopo un pò infatti abbandonavo e correvo " miezz 'o luogo". Il risultato però era davvero straordinario. Il letto matrimoniale già costituito da due materassi per lato, raddoppiava di volume, tanto da sembrare il letto della regina Maria Antonietta. La tentazione di saltarci su era troppa e la voglia di fare bidibodibù era soddisfatta, nonostante il lavoro della povera mammà.
Le buatte e la lavatura della lana di materasso. Credo che più o meno questo fosse il periodo. Il luogo deputato per il primo enorme lavoraccio era il cortile, quello di una volta, retaggio di una lontanissima vita medievale. Il cortile era il centro del palazzo o del "lluogo", intorno ad esso c'erano le abitazioni. Queste somigliavano ai bassi napoletani, come struttura, ma le relazioni umane erano più semplici. Non mancavano litigi furibondi tra gli stessi abitanti del cortile, il più delle volte per futili motivi. Ma complessivamente prevaleva una comunità sociale specchio di un'Italia in bilico tra abitudini e usanze ancora contadine e modi di vita tipici di una realtà industriale allora nascente.
Per le buatte, bottiglie di pomodori tagliati a fettine o passati, bollite in enormi bidoni e poi conservate e consumate durante l'inverno, venivano chiamati a raccolta tutto il parentado e i vicini di casa, i più piccoli soprattutto. Una grande fatica per tutti, ma anche un rito che si è ripetuto fino a che non sono entrati in commercio i pelati di produzione industriale. L'enorme lavoro iniziava con l'arrivo dei pomodori nelle cassette, e con il lavaggio delle bottiglie, messe poi capovolte per far uscire completamente l'acqua. I pomodori venivano lavati molte volte in enormi bagnarole. L'acqua corrente affluiva tramite una pompa e cadeva precipitosamente a terra. Il lavoro era diviso tra chi tagliava in spicchi i pomodori rossi e sodi e chi con la macchinetta ne faceva un sugo denso simile alla lava. Ai bambini era affidato il compito di riempire le bottiglie. Spicchi sopra spicchi, basilico e poi basilico e ti tanto in tanto, per far scender tutti i pomodori sul fondo della bottiglia e per evitare vuoti d'aria, si batteva la bottiglia sopra uno straccio bagnato, in genere erani brandelli di sacco, avendo cura però di tappare con un dito il collo della bottiglia sennò il pomodoro schizzava in faccia. Altri con l'imbuto riempivano le restanti bottiglie con la passata.
Infine le bottiglie venivano riposte nei bidoni pieni di acqua e fatti bollire. Il bidone era situato sul treppiede e sotto ardeva la legna, il cui odore di bruciato mi è rimasto nel ricordo.
Mia madre non li faceva i pomodori. Era più giovane delle altre donne del cortile e molto aperta alle novità, faceva parte del partito della pelata confezionata. Noi bambini venivamo reclutati per un intero, lungo e divertente pomeriggio.
La lavatura della lana a domani.
Ho la testa ovattata....non ho neanche una voglia, non c'è via di scampo, quasi quasi mi faccio uno shampoo, prendo in prestito le parole di Gaber per definire il momento psicologico che sto attraversando. Sarà il caldo afoso o questo silenzio assordante (non mi veniva neanche la parola ossimoro, mentre la scrivevo, per dire dell'usato e abusato accostamento stridente dei due concetti appena menzionati). Ci vorrebbe lo stile brioso di Sorrisò per raccontare questi momenti di controra, quasi passati in verità. Siccome mi annoio a fare un cosa per più di quindici minuti, passo dal mac al pc, dal pc al mac o a tutte e due insieme, dallo studio dove ci sono i mezzi tecnologici, al bagno, dove c'è la lavatrice che sta lavorando a ritmo intenso e frenetico, dalla lettura sul divano nel soggiorno, al balcone della cucina per piegare i panni asciutti e stendere una nuova lavatrice. Quasi tre carichi al giorno. Rimetto i panni in lavatrice, preparo il tavolo da stiro e mentre si riscalda il ferro, faccio un salto sul Mac, vado in Svezia, a prendere un po' di fresco, ma soprattutto a trovare Gatto. Ritorno a Napoli, ai pochi che sono rimasti, vado a Pianura, a vedere il cortile di Sorrisò, passo per Marigliano o giù di lì, da Aliante che è sempre disponibile a darmi un passaggio sulle sue ampie e giovani ali. Planando sopra nomi e nick-name sono da Oliver che lavora zitto zitto, regalandoci importanti momenti di riflessione. Entro in rapporto confidenziale con Roquentin, sulle vere ali della libertà, questa volta. Vengo a sapere del rientro di Jenè e me ne compiaccio. Giro ancora per il mondo e in Italia con le notizie sul web. In ultimo apro, dopo quasi venti giorni, la mia mail-box, e vi leggo 435 messaggi!!!! Manco fossi il responsabile delle pagine culturali del quotidiano di Napoli!!! Vorrei dire a Nathan Never, a George, a Clotilde, a Chris, a Tracy, a Jay e a Janell, cosa che ho già fatto una volta tramite e-mail, inoltre dubito che loro arrivino qui da satura che più satura di così non può, smettete di mandarmi e-mail che non leggo e che cestino ripetutamente. Ora sono a 168.
Con Samba Pa Ti di Santana credo di aver provato il primo batticuore e anche le prime ritrosie a sentire vicino al mio corpo, quello di un altro, che ballava con me, naturalmente. Che avevate capito??
La solita famigliola che trascorre i giorni di ferragosto dalla nonna. I bambini salutano dal balcone il loro papà . Poco prima, da quello della cucina, una voce femminile, forse quella della mamma degli stessi bimbi che dopo avrebbero salutato il papà , con la cadenza tipica delle voci dei medici, parlava al telefono. La paziente dall'altro lato chiedeva spiegazioni. La dottoressa con " qualora gli esami..." intervallato da " ehm...", alla ricerca delle parole giuste, forniva le risposte. Dal palazzo di fronte arriva, invece, la voce sfigata di ogni estate. Una giovane donna che parla, pure lei, al telefono, ad alta voce. Oggi pomeriggio con la mamma. La trovo qui, ad ogni mia partenza e ad ogni mio arrivo. Ed infine, i pensionati, quelli il cui figlio butta giù i mozziconi di sigarette sulla mia auto. Anche loro sono quasi sempre qui. Le loro voci mi arrivano pacate, nell'italiano che non ha mai conosciuto il dialetto. Tutto intorno è silenzio, a volte, pesante.
Di stelle cadenti quest'anno neanche una, ma se solo una ne vedrò, l'agguanterò e la farò mia. Sul ponte della nave, occhi in su, a perdersi nell'immensità . Ma il cielo era avaro di stelle e di desideri, ieri sera.
A pensare alla bella estate trascorsa nelle acque blu, sotto il sole abbagliante. Mare, sole, sole e mare, sassi bianchi e cielo azzurro, pelle levigata e abbronzata. O anche all'ombra degli ulivi, dopo un bagno, ancora bagnati. L'ouzo apollineo faceva il resto, e capisci la fortuna che hanno avuto gli antichi greci a specchiarsi in questo mare. L'ouzo non frastorna e non ubriaca subito. La sensazione di bene-essere arriva e ti accompagna nella chiacchiera con gli amici, mentre si gustano la melitzano salata, lo tzatziki, le olive, le sarde grigliate, i suvlaki, la skordhaliĂ , i fegatini e le patate fritte (quando si hanno la fortuna e la capacitĂ di scegliere per mangiare una taberna che fa buona cucina greca). E ti sembra di non sentire altro. Se non le parole e i sorrisi cari.
Altro che meriggiare pallido e assorto. Qui e' piovuto tanto. Acqua da sopra e da sotto. Cielo coperto, con nuvoloni minacciosi. Chi dice che in vacanza non bisogna usare Internet, dice una grande cazzata. Avete idea del tempo che si ha a disposizione in vacanza? C'e' tempo per prendere il sole, per leggere, per dormire, per sognare Keith Carradine (sulla spiaggia uno cosi' tale e quale) per mangiare, pasteggiando con la bevanda locale, per giocare a dama con il figlio, per la pennichella e per altro. C'e' tempo per cercare un internet-point, come questo, nuovo nuovo, colorato, piano terra e ammezzato, frequentato da giovani, soprattutto a quest'ora. Lingua diversa, ma stessi mezzi di comunicazione. C'e' tempo per cercare le notizie sul web, e fare a meno della TV, come dice Luca Sofri, scoprendo l'acqua calda. C'e' il sole fuori, ora, in questo momento.