Stamattina arrivo di corsa al Molo Beverello. Alla biglietteria mi dicono che l'aliscafo delle 9,10 è completo. Il tempo di capire se ce n'è un altro dellla stessa compagnia e a che ora, e di nuovo corro per mettermi in fila all'altro sportello. Sono affannata per la corsa e non faccio caso alla fila, in pratica vado un po' più avanti, sopravanzando due-tre persone, tante ne riesco a vedere con la coda dell'occhio. Di fianco a me c'è un tipo, capelli brizzolati, di poco oltre la quarantina. Poco prima abbiamo corso insieme, ma davvero corso, e meno male che sono ancora un pò allenata, nel tentativo di salire su quello delle 9, 10. E' arrivato pochi istanti prima di me in coda all'altra biglietteria.Parla con due anziane donne, in un ottimo inglese, così pare a me, ad orecchio. Sono ferma lì, ormai da alcuni minuti, quando una voce dal tono belligerante, alle mie spalle, mi chiede se vado a Capri. E' quella di un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, casacca bianca di cotone, sembra napoletano. Alla mia risposta affermativa, mi fa notare che non ho rispettato la fila, gli dico che nella fretta non ho fatto caso a quante persone c'erano prima di me, e con un tono di voce con il quale anch'io dichiaro aperte le ostlità, sto per aggiungere che io a Capri ci vado per lavoro e non per turismo e che avrei voglia di dare quattro calci in culo proprio a questi turisti del cazzo che sembrano avere più fretta degli altri, soprattutto i giapponesi, che corrono corrono anche quando sono in vacanza. Non dico niente di quanto in un istante mi passa per la mente e replico con il tono ostile di voce che mi è rimasto, che può andare avanti. Interviene il tipo che parla in inglese e rivolgendosi al signore anziano gli dice che sono arrivata con lui. L'anziano signore quasi si scusa e fa un passo indietro. A questo punto io faccio la scontrosa e l'offesa e dico che non è necessario. Avanziamo nelle fila e lui di nuovo a cedermi il passo e io di nuovo a rifiutarlo. Alla fine cedo, vado avanti. Quando salgo sull'aliscafo, l'uomo brizzolato è seduto, gli passo accanto e con un sorriso lo ringrazio. Prego, mi dice lui.
Dove vanno le centinaia di turisti che sono scesi dalle navi di crociera attraccate nel porto? Villaggi sull'acqua, alberghi ambulanti. Scena felliniana.
Questa parte di "Capri e non più Capri" di Raffaele La Capria mi piace perchè fa capire quanto sia importante lo "sguardo" degli altri su di noi, sulla nostra città , sul nostro paesaggio. Quanto sia determinante il modo con cui si "guarda", o ci "guardano" gli altri. Lo sguardo addirittura definisce alcuni tratti della personalità di ciascuno di noi (nel caso che esso sia diretto sull'individuo) o le caratteristiche di un popolo o di una nazione. Insomma quando si racconta, si racconta in un certo modo, e non sempre chi legge si riconosce. Ma capita anche che per compiacere l'altro, per compiacere quello "sguardo" si entri nel ruolo che ci è stato attribuito. Si recita, allora. Ecco il passo:
"A volte mi domando se quei viaggiatori del Grand Tour che venivano a Napoli e "ci scoprivano" non abbiano contribuito con le loro impressioni e i loro punti di vista a determinare quello sdoppiamento che ci permise di guardare a noi stessi come se fossimo dei viaggiatori di passaggio, e a favorire quell'eccessiva consapevolezza di sè, quella "Recita", che è uno degli aspetti più evidenti della civiltà napoletana nell'epoca della sua decadenza, (come ho scritto ne L'armonia perduta).
Qualcosa di simile deve essere accaduto anche ai capresi, perchè non v'è dubbio che da quando sono stati "scoperti" e raccontati dagli stranieri qui approdati dalla fine del secolo scorso, si è mutata la consapevolezza e anche l'opinione che avevano di sè, e pur restando essi profondamente legati alla loro cultura insulare, hanno acquisito una specie di retorica tutta particolare, "la retorica caprese" che spesso si sovrappone alla loro natura pratica e concreta.
Ma la "retorica caprese" non è solo dei capresi e non è solo una sovrastruttura culturale, è anche qualcosa di più ambiguo: è un 'emanazione del luogo, e chiunque può esserne suggestionato."
Stasera vengono a cena Vitt-Vitt e Or-Or. Da alcuni anni ci capita, ma non è solo "un capitare", di passare insieme qualche giorno in Grecia. E' lì che ci siamo conosciuti. Non ho uno straccio di idea originale e nemmeno tempo. Sono abbastanza stanca, così ho pensato di ammischiare un pò di piatti. Qualche antipastino napoletano con formaggio provenzale. Cous-cous, come piatto principe (come lo faccio io, non mi chiedete la ricetta), zuppa di fagioli e salsicce, qualche contornino, qualche mozzarellina. Vino, sicuramente buono. Dolce.
La fascinazione è incominciata. Forse già da prima, ma solo ora comincia a manifestarsi in modo più chiaro. Perchè di Capri non si può tacere, soprattutto quando la vista del porto e del mare azzurro, profondamente azzurro, ha sostituito quella di anonimi e brutti palazzoni di periferia. Dalla finestra di una ampia aula, con i ragazzi seduti intorno ad un grande tavolo, intenti chi a scrivere, chi a scambiarsi idee e anche battute, vedo il mare. E ritorno a Capri non solo fisicamente, ma di nuovo mentalmente, con la voglia di conoscerla bene, come se conoscendo quest'isola potessi conoscere meglio i suoi giovani abitanti, quelli che ora educatamente mi stanno di fronte. Che educatamente si alzano in piedi per salutarmi. Che si scusano subito, solo a guardarli. Non ho più davanti a me lo sguardo sfrontato, di aperta sfida delle ragazze e dei ragazzi di Arzano, di Secondigliano e di Bagnoli. Non sento più strane inflessioni dialettali che accompagnano strane espressioni facciali. Non ho più la devastazione morale e culturale materializzata in giovani corpi, spesso malamente coperti da straccetti pezzotti. Ho qui un'allegra e vivace disposizione a capire, unita ad un modesto ed equilibrato modo di apparire. Ritorno a leggere di Capri e di come fosse tutta di proprietà imperiale e di come l'isola fosse trasformata in un'unica e immensa villa, collocata proprio al centro di quel mare che i Romani chiamarono "nostrum"; di lì Augusto e Tiberio potevano abbracciare idealmente con lo sguardo tutti i confini del'Impero, dalla Grecia alle sponde africane e alla Spagna e avere a portata di mano la flotta ancorata a Capo Miseno per correre a Roma in caso di necessità. (Raffaele La Capria, Capri e non più Capri, Arnoldo Mondadaori editore).
Ho lasciato "La storia di San Michele" di Axel Munthe, mi piace ma non molto. Sto all'inizio e non riesco ad andare avanti perchè non mi concentro, leggo un po' alla volta e questa cosa mi esaspera. Non va, no, non va, bisogna, con alcuni libri, entrarci dentro e superare subito le prime cento pagine. Ho lasciato anche "Vivere semplice" di Antonio Mazza, ma solo per poco, ho intenzione di continuare. Ho incominciato "Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi" di Gian Luigi Baccaria che mi piace già dal titolo, ce l'ho da tempo e mi sembra il momento giusto per leggerlo. Ve lo ricordate in quella bella trasmissione televisiva sulla lingua italiana? A me stava simpatico già da allora. Infine, siccome ho bisogno di leggere durante la traversata, in un primo momento avevo pensato a "Istanbul" di Pamuk, che era alla Feltrinelli, domenica mattina, per il premio Napoli. Trovare i libri a casa mia, ultimamente è impresa davvero difficile. Guardo qua, guardo là e Pamuk non ci sta. Ho visto "La dismissione" di Ermanno Rea e mi sono detta che poteva andare, visto che vi hanno tratto anche un film.
Forse è settembre, che ancora porta con sé gli strascichi di agosto pacchiano, a farmi sentire ostile verso tutto. Già , settembre può essere il mese dei ripensamenti sugli anni e sull’età e quando ricominci il gioco dell’identità ti accorgi che sono bruciate come scintille nel fuoco le possibilità le possibilità (Guccini). Ma non è solo questo. Nemmeno io so cos’è. Con sicurezza, so solo che c’è qualcosa di insopportabile in questi giorni, soprattutto in questa città . Eppure quante volte i suoi colori naturali e le sue bellezze artistiche e storiche mi hanno impressionato. Scorci e angoli rassicuranti di un paradiso che è esistito solo nell’immaginazione di poeti e di letterati. Potessi scrivere come la Fallaci, potessi usare le parole come clave così come le ha usate lei, vedrei perlomeno, in parte, materializzata, nero su bianco, la mia ostilità . Ostilità verso i napoletani ipocritamente benvoluti. Chissà quante ce ne dicono quelli che ritornano nelle loro case, dopo che hanno visitato la città , dopo che sono stati coivolti in sparatorie e rapine. Ostilità verso chi gioca a fare il napoletano, inneggiando alla napoletaneria, ben diversa dalla napoletanità . Ostilità verso chi percorre crassamente le strade del centro, reduce dalla vacanza esotica. Verso chi alle sette del mattino trova più comodo starsene a letto a dormire anziché pulire le strade, perché poi, si sa - lui dice - alle dieci sarebbero di nuovo sporche.Tanto vale incominciare proprio a quell’ora. Ostilità contro quelle mamme che impazzano, pure loro, per le vie del centro con i loro figlioletti dorati dal sole, alla ricerca del kit scolastico nuovo nuovo. Ostilità contro questo formicolio di persone per strade intasate da auto, motorini, pulmann, tra monnezza e schifezza di ogni genere. Per non dire delle commesse. Ignoranti e presuntuose come minimo. Si sa, hanno preferito il bancone al banco di scuola. Hanno la testa piena di immagini, di fashion, di saper porre e saper vendere soprattutto. Mi fanno ridere il loro italiano affettato quando vedono una “signora” e i loro consigli banali. Se non fosse per Capri le cui bellezze naturali mitigano il fastidio per certi colleghi, ci sarebbe da dire anche su questi giorni da pendolare e di conoscenza dell’ambiente scolastico insulare. Soprattutto su questo strano, ma proprio strano “corpo insegnanti”. Misto, eterogeneo. Non manca la signora caprese, abbronzata e in sovrappeso. Cosa insegnerà ? Latino e greco al liceo, lo intuisco dall’eloquio classicheggiante. Non manca quella appassionata e coinvolgente che insegna materie letterarie. Misurata ed equilibrata, colta quanto basta. Non manca quella che starebbe bene davanti ai cessi, magari è anche insegnante di religione. L’altro, poi, il suo collega di materia, sembra uscito dalla sagrestia. Non vorrei dimenticare quella intelligente e ironica, con qualche difetto fisico, che so, un naso un po’ pronunciato, ma che con il tempo ha fatto di questo una caratteristica originale e unica. Pungente, sa essere pungente ma anche rassegnata. Sa che le cose non miglioreranno e lei ci scherza su, dicendo retoricamente “non fatemi sputare veleno”. Gli occhietti vispi e volpini la dicono lunga. Altre tre cose mi predispongono ad un animo ostile. La prima. La TV. Riprende la programmazione televisiva autunnale. Due presentatrici in particolare, forse tre se si conta il ritorno della Panicucci, vedrei volentieri sperdute in un’altra galassia, a vagare sole come la goccia della nota acqua minerale. Quella donna che si fa chiamare Ventura, (si vede che la Fallaci proprio non vuole saperne di ispirarmi, altro non trovo per nominarla) ha incominciato a tormentarci la domenica pomeriggio con lo schiamazzo tipico degli stadi e in un altro giorno della settimana con lo slogan “non c’è vita senza sfida”. Mi pare che sia così. Certo lei (che piace tanto alle pruvasone napoletane) e la De Filippi fanno a gara a chi gratta più a fondo nel vile animo umano. Mica sono insegnanti loro??? Se lo possono permettere. Vuoi mettere le leggi del mercato, la domanda e l’offerta? Se sono strumenti con le loro trasmissioni di un’ideologia prepotente e prevaricatrice, mica se ne devono preoccupare. Intanto loro intascano e abbondantemente. La seconda. Non conto più le ragazze, le donne uccise per gelosia, per conflitti familiari e altro. Si sa che stiamo vivendo un periodo di regressione, ma non riesco a darmi pace, mi inquietano e mi offendono fatti di questo tipo. Di chi la colpa? Infine la terza. E qui so che seppure lo invoco ripetutamente, il genio della Fallaci non mi risponderà . Perché bisogna avere una predisposizione d’animo a dire certe cose in un certo modo. E io non ce l’ho e forse è meglio così. Mi piaccio pure così. L’ostilità maggiore di questi ultimi giorni, e con questo ritorno a Napoli e così si chiude pure il cerchio, è contro l’amministrazione che ci governa. Ma qui occorrerebbe la Fallaci, viva e vegeta. E come, forse, ha detto qualcuno, non ricordo chi, se non ci sono gli strumenti per favellare, è bene tacere. Così farò pure io.
E' morta la Fallaci e io stavo scrivendo un cazzo di post in cui dicevo di voler scrivere come lei. Il post è andato perso. Per altri motivi.
Mi piacciono quelle senza zucchero aggiunto. Quella all'arancia con le scorzette, quella di ciliege nere, di albicocche, ma soprattutto quella di mirtilli. Ho provato quella di limone, anche quella mi piace. Sulla fetta biscottata, senza burro e non per motivi di dieta. Solo l'essenziale.
Per definirmi ho scelto le prime ore del pomeriggio, ma sempre più spesso mi accorgo del fascino che le prime ore che accolgono la sera, esercitano su di me. Così, quando scendo per strada verso quest'ora mi piacerebbe trattenermi per via Cavallerizza, fermarmi a bere qualcosa e ascoltare un pò di musica. A volte mi piace camminare per via Calabritto, vedere da lontano le palme di piazza Vittoria e il colore celeste del mare, quando il cielo si imbruna. Stasera non l'ho fatto. E non perchè non volessi, ma era altro il giro che stavo facendo. Stasera ho distolto lo sguardo da chi era tornato, da qualche ora, dalle vacanze, ho distolto lo sguardo dalle strade macchiate di rivoli di piscia e di chiazze oleose. E anche dalle commesse.
Ma quanto tempo serve a Splinder per riattivare la visualizzazione degli ultimi commenti? Pensavo fosse questione di ore e non di giorni. Quasi quasi me li gioco i numeri dei commenti ai miei ultimi post. Li ho imparati a memoria: 8-8-19-13. Sulla ruota di Napoli.
Knock, knock knockin' on heaven's door,
knock, knock knockin' on heaven's door,
I feel like I'm knockin' on heaven's door, cantava così Bob Dylan agli inizi degli anni settanta, certo la porta del paradiso a cui alludeva lui non aveva quel significato che gli ho attribuito io quando, ascoltandola dall'Ipod, ci siamo avvicinati a Marina grande. Ero sul ponte, quando è toccata alla voce di Bob Dylan, tra i 25 più ascoltati, attaccare con Mama take this badge off of me, I can't use it anymore, it's gettin' dark, too dark for me to see, I feel like i'm knockin'on heaven's door. Knock, knock knockin'on neaven's door.... La bella giornata era incominciata. Ma come era incominciata? Una strana percezione, finora mai provata, nuova per me, mi ha colto di sorpresa, mentre mi giravo intorno curiosa di guardare chi e che cosa mi stavano intorno. Una percezione stridente. Quella luce, azzurro il cielo e azzurro il mare, richiamava alla mia mente altri luoghi come questi, vissuti di recente, un passato appena passato. Qualcosa non andava in quella bella mattinata. Che cosa, allora? La celeberrima canzone invitava a gustare lo scenario che si allargava davanti ai miei occhi mano mano che ci si avvicinava alla costa. Come non associare il paradiso del testo appena ascoltato con quello che mi si presentava davanti? Solo una parte. Sarei ritornata mentalmente al paradiso, scendendo con il bus da Anacapri. L'altezza, lì, gioca una parte importante. La percezione che ci fosse qualcosa di stridente, in me o fuori di me, o in entrambi, non mi ha lasciato. Che ci facevo io lì, tra i turisti che scattavano foto, che si facevano fotografare mettondosi in posa, che prendevano il sole seduti ai tavolini dei caffè? E quanti idiomi sono riuscita a riconoscere? Ero in vacanza? Quest' isola non si addice al mio concetto di scuola, di inizio scuola. Ero io fuori posto, o forse in quest' isola non ci può essere un luogo come quello che sono abituata a frequentare da molti anni? Era troppa la folla, era troppa la fila davanti alla funicolare. Troppo il via vai di persone, di cose, di borse, borsoni e valigie di ogni tipo.Troppe le barche, perfino i taxi e i bus a cui ho cercato di arrivare frettolosamente per prenderne uno in tempo. Ed erano appena le nove.