Mi piace quella parte della liguistica che studia i cambiamenti delle parole e il loro significato. Quanto è accaduto a New York è segno dei tempi che cambiano. Ciò che vale per una generazione non vale per un'altra. Quando studiai Storia del Cristianesimo, il mio primo esame, alla Federico II, seguii un seminario sul movimento di liberazione dei neri d'America. Studiammo le Black Panthers, tra le altre cose. Fu allora che la bravissima e simpatica docente ci parlò del vero significato di nigger, e dell'uso improprio che noi facevamo della parola negro, diversa da nero.
NEW YORK — La parola in questione, l’impronunciabile N-word è citata per esteso dal Dizionario Webster sotto la voce «nigger»: «Un termine che all’origine era una semplice variante di negro ma adesso è accettabile solo nel black-English. È generalmente tabù a causa del suo retaggio di odio razziale. Viene usata da una minoranza bianca come epiteto malvagiamente ostile». Ma da oggi la città di New York ha risolto il problema, mettendo al bando quella che per molti resta «l’insulto più infame nella storia degli Usa». La commissione per i diritti civili del Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una moratoria, simbolica, diretta soprattutto ai giovani che hanno ripreso a usare l’epiteto, tornato di moda grazie a Hollywood e alla musica rap e hip-hop. Il bando non ha valore di legge: per evitare querele, che in nome del primo emendamento della Costituzione Usa risulterebbero tutte vincenti, il Consiglio Comunale si è ben guardato di parlare di proibizione legale. «Volevamo mandare un forte messaggio alle nuove generazioni », spiega Leroy Comrie, il consigliere comunale promotore dell’iniziativa. «Nigger divenne popolare all’inizio dell’800, quando mercanti e padroni di schiavi la usavano per privare dell’umanità la loro merce», gli fa eco Marsha Harris, dell'organizzazione Abolish the N-Word. I primi a lanciare l’idea furono la deputata afro-americana Maxine Waters e il Reverendo Jesse Jackson, fari spirituali dell’America nera. «Invitiamo studi cinematografici, network tv e industria discografica a mettere per sempre al bando la parola che inizia per N, laido residuo di un'altra era», dissero in coro a novembre. Anche se il bersaglio della loro crociata erano soprattutto i giovanissimi afro-americani — gli unici, ormai, ad abusare di un termine inflazionato nella cultura nera rap e hip-hop — era stato un attore bianco a scatenare il loro sdegno. Durante uno show, il comico Michael Richards aveva inveito contro due giovani afro-americani, rei di aver interrotto il suo numero, esortando la maschera a buttarli fuori «perché sono dei sfottuti nigger, che solo 50 anni fa avremmo appeso a testa in giù ad un albero con un forcone nel sedere». L’incidente aveva traumatizzato soprattutto i neri più anziani, memori di scene strazianti di linciaggi, roghi alle chiese, scuole segregate e cavalieri bianchi incappucciati. Ma per i loro nipotini quella parola significa qualcosa di completamente diverso. «Il termine viene usato dai giovani neri come simbolo di solidarietà, appartenenza e potere, non di insulto », si ribella il professore Randall Kennedy, docente ad Harvard e nero, nonché autore del libro «Nigger: The Strange Career of a Troublesome word». Il sito Web niggaspace.com, spiega invece la differenza tra le due versioni della stessa parola. «Nigger, con il suffisso "er" denota razzismo e odio. E nigga, nella versione rap legittimata da Tupac Shakur nella canzone "N.I.G.G.A." (Never Ignorant Getting Goals Accomplished), che incarna fratellanza e appartenenza». www.corriere.it
Il cielo si è tinto di rosso. Dopo un breve e intenso acquazzone, dalla mia postazione di finestra sul cortile, vedo in lontananza un lembo celeste di terra sorrentina e un mare azzurrognolo. Sopra di me una minacciosa nuvolaglia grigia avvampa di luce rosa. Alè.
E' durato pochissimi minuti. Sta per piovere di nuovo, e ora è quasi buio.
A quest'ora, nelle domeniche di fine anni sessanta, io ero una bimbetta che si preparava ad andare in Chiesa. Facevo il bagno, lavavo i capelli che erano lunghi e lisci. La mia mamma li pettinava e poi li raccoglieva in alto con un elastico come quelli della Cinquetti. Poi mi vestivo. Mi vestivo a festa. Nei miei ricordi di oggi ci sono calzettoni bianchi, ricamati, traforati, belli, che arrivavano fin sotto le ginocchia. La mia mamma li comprava in un negozio del corso (un altro corso, non l'Emanuele) che profumava di abiti nuovi, abiti confezionati, di terital. Andavo in Chiesa al terzo rintocco della campana. Era il segno che la messa stava per iniziare. Mi sedevo tra le prime file e seguivo, non so con quanta attenzione, lo svolgersi della funzione. C'era molta gente, allora, tanta, fino alla porta d'ingresso che spesso non veniva chiusa. Sempre aperta, forse a tutti. Sarei andata in Chiesa, ancora per qualche anno, diradando le mie visite sempre più spesso, fino al completo abbandono. Ci sarei ritornata ancora in altre circostanze della mia vita, ma con spirito diverso. Già a quindici anni sapevo di essere da una certa parte. L'età della riflessione era incominciata. Oggi voglio legare questo scarno ricordo alle parole del mio amico Tortora (tra i miei link). Mi piace che in questo mio spazio trovino collocazione i suoi post, perchè ne condivido il contenuto e il modo con il quale li riveste. Oltre che per la stima e l'affetto che nutro nei suoi confronti.
Pastori (tedeschi)
Uno accende la televisione: c’è il Papa che parla. E nella mente risuonano parole sante: beati i poveri, beati i semplici di spirito, beato chi ha fame e sete di giustizia … No, tutt’altra musica. Chi parla più del discorso della montagna? Quando avete sentito, l’ultima volta, un appello all’amore, alla verità, alla pace, nato dalla sofferenza che si dice esser propria della santità? Da quanto non sentite dalla bocca di un ministro di Dio una verità che dispiaccia ai potenti? Quand’è stata l’ultima volta che avete ascoltato un appello alla mobilitazione contro la fame nel mondo, contro le malattie endemiche, contro le guerre, mettendo alla gogna, con nomi e cognomi, chi di queste brutture è promotore o fautore? Quanti sono, tra gli esponenti della gerarchia ecclesiastica, quelli davvero vicini ai deboli, ai diseredati, e non per piccolo calcolo, per tatticismi opportunistici, ma per sdegno contro la violenza e l’ingiustizia? Quando avete ascoltato dalle labbra di un pastore della Chiesa che dai ricchi e dai potenti non c’è da aspettarsi nulla; sono loro i veri egoisti, gli autentici relativisti, gli affossatori quotidiani della verità; i dispregiatori della dignità dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza del loro creatore? Tempi bui, per chi ha coltivato finora la fede. Il Papa professore vede pericoli dappertutto. Ma non i veri pericoli. Qui si minaccia la vita!: e si riferisce alle ricerche di genetica. Qui si sta mettendo in pericolo la famiglia: e si riferisce ai diritti per i conviventi. Dunque: No ai Pacs, e no pure ai Dico. No all’aborto e no pure agli studi sulle cellule staminali! Una disseminazione continua di allarmi. Un «no!» permanente. Non una parola di speranza, di fiducia nell’uomo. E poi … l’ineffabile Ruini. Ormai ha deciso che quel traditore di Prodi, che s’è allontanato dalla linea della Chiesa, deve cadere! Sostegno alla destra, dunque! Campagna senza tregua contro il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto. Alleanza con l’altra faccia della Confindustria: che – tutti lo sanno – è come Giano Bifronte: una parte guarda avanti, l’altra guarda indietro, e tutt’e due nell’unico condiviso interesse a tutelare i propri interessi. E se non cade, Prodi, meglio ancora: con i cani rabbiosi che gli abbiamo scagliato contro, verrà a patti. Certo che verrà a patti! Prodi traditore: mi fa ridere solo il pensarlo! L’ineffabile Ruini. S’è inventata l’ultima. Una genialata. In mancanza di figure “laiche” d’alto profilo morale e di grande notorietà pubblica, ha lanciato la campagna: «Commissario Calabresi: santo subito!». E poiché è rispettoso del diritto canonico e di quello ecclesiastico, ha pure precisato – una precisazione che sembra un imperioso invito –: poiché non posso avviare io la procedura per la beatificazione, che lo faccia la Curia di Milano! Povero Calabresi. Sarà stato certo un uomo retto – non dubito –, ma finire strumentalizzato dalla Chiesa per la sua rettitudine … Certe volte penso che, se esiste un Dio, finora si sia sbellicato di risate a vedere quel che dicono e fanno in suo nome i suoi rappresentanti sulla terra. E che ora, però, si sia proprio rotto. E perciò abbia deciso di non intervenire più per riparare i danni che la loro stupidaggine ha prodotto. E stia aspettando che il popolo cristiano s’allontani sempre più dai suoi pastori (tedeschi), abbandonandoli a se stessi, alle loro paranoie, ai loro vuoti discorsi. Ai loro meschini tatticismi politici, ideati e attuati in nome di Dio - Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen!
Prima di scrivere della donna che leggeva sul tram, stavo per buttare lì una piccola, ma proprio piccola considerazione. Non l'ho fatto, preferendo fissare alcune immagini di vita quotidiana, come quella della gente sul tram. Ma la mente apparentemente sembra registrare con meccanismo freddo e calcolatore quello che vede o quello che sente. In realtà appena può fa sobbollire tutto e fa risalire diverse cose a galla. Mentre aspettiamo di conoscere le decisioni che verranno prese nei luoghi deputati alla Politica, mentre leggo il fondo di questo o quell'opinionista sulla crisi di governo, mentre di tanto in tanto mi collego sui siti e giornali on-line, mentre faccio tutto ciò, mi passano davanti alla mente immagini di un servizio televisivo del tg3 regionale. Un flash, per me che andavo e venivo dalla stanza in cui si trova il televisore. Pertanto mi mancano le coordinate geografiche. Non so a quale posto si riferisse il servizio. So che era sui rifiuti tossici sepolti in una discarica abusiva, sull'aumento degli ammalati e morti di tumore. E allora ho pensato. Siamo qui a cercare di capire, ancora una volta, di chi è la colpa maggiore nella crisi di governo. A capire le questioni di coscienza. Intanto il nostro territorio è avvelenato come lo sono i cibi che mangiamo, dalla frutta all'insalata fino all'acqua. Intanto c'è chi continua a delinquere, impunemente. Che cos'è la politica se non salvaguardia della salute e del territorio? Che cos'è, se non risoluzione dei problemi quotidiani, comuni ai cittadini di uno Stato? Per fare ciò occorrono continuità, persistenza, e stabilità nell' azione politica.
Ditemi che ho avuto un'allucinazione. Non è andato in onda nessun servizio televisivo sui rifiuti tossici.
Sono tre le fermate del tram dal molo Beverello a piazza Vittoria. Stamattina, al ritorno, c'erano poche persone, ma quelle poche che c'erano, leggevano. I maggiori quotidiani nazionali e la maggiore testata napoletana erano aperti sui fatti del giorno. La crisi politica. Aveva un'aria seria la giovane donna, che testa china sulle pagine del giornale, mi stava di fronte. Minigonna di jeans e calze colorate, aveva un volto interessante, dai tratti nordici. Ho pensato, guardandola di sbieco diverse volte, che, potrebbe avere avuto origini inglesi. Chissà. Poi, magari, abita al parco Margherita. Io, avevo il Sole24ore e Il Corriere. Stamattina, di giornali, ce n'erano pochi anche a scuola.
Senza saperlo, sono diventata una devota di S. Va-lentino. Complice la giornata piovosa e il bisogno di recuperare ore di sonno, ho trascorso l'intera mattinata a rigirami tra le lenzuola, sotto le coperte. Aspettavo questo ponte, pregustando questo momento che è arrivato, come volevo.
Queste le iniziative che ho letto su il Corriere.
A Milano in Corso Vittorio Emanuele, dalle alle h.11,30 sono scattati i "Passovelox" per calcolare la frenesia dei milanesi che vengono simbolicamente multati e invitati a rallentare un po’ per abbracciare un minuto di calma. I "citywalkers" invitano i milanesi, ma non solo, a percorrere a piedi la città inventando itinerari che partono da presupposti e punti di vista diversi da quelli tradizionalmente turistici. In serata al Teatro Zazie, alle h.21,00 la compagnia teatrale Scimmie Nude organizza letture lente tratte da “La Strategia dell’Orso” di Lothar Seiwert, accompagnate da musica dal vivo. E ancora un gruppo di studenti dell'Università degli Studi Milano-Bicocca lavorerà sul tema della lentezza. A Casciana Terme (Pisa) i piccoli asinelli Gioconda, Gaia, Libero e Allegra, sono gli inusuali compagni di viaggio per una camminata lenta con meta il bellissimo borgo medioevale di Lari, che dista circa 10 km. A Roma hanno risposto all' appello i “Cercatori di nuvole”, coloro che amano avere lo sguardo rivolto verso l’altro per catturare con la macchina fotografica uno scorcio della città spesso ignorato per la fretta: il meraviglioso cielo capitolino. A Napoli un gruppo di signore ha pensato al caffé alla “maniera delle nonne”, con la mitica caffettiera napoletana che chiede un po’ di pazienza per poter gustare il nettare scuro e fumante nella tazzina; un manager bolognese si è impegnato a contare da uno a dieci e da dieci a uno prima di entrare in casa a fine giornata; a Bari, un gruppo di avvocati entrerà in Tribunale salutando le guardie alla porta e gli uscieri.
Lo pensano in molti: la scuola è allo sfascio. Ha perso la sua vocazione formativa.
Per molti essa è diventata semplice strumento di trasmissione di modelli culturali che sono espressione dell’ideologia sociale dominante. Un laboratorio di omologazione delle intelligenze. Non stimola più la coscienza critica. Né educa più all’autonomia di pensiero.
Forse è sempre stato così.
Sta di fatto che i giovani di un Liceo di Alghero hanno preso un’iniziativa sorprendente, sotto la guida di un docente che, fedele alla sua “mission” – come si ama dire oggi con la terminologia della nuova koiné - avverte il disagio di svolgere un lavoro in controtendenza.
Hanno pubblicato - su Repubblica di ieri - un sobrio necrologio per ricordare alla nostra coscienza morale non solo la morte, ma la vita stessa di un pensatore che è stato sempre “rimosso” con frettoloso imbarazzo. Uno spirito irrequieto, insofferente, che tra mille difficoltà ha osato sfidare il miope autoritarismo della Chiesa ed ha pagato a caro prezzo – con la morte sul rogo – la sua indipendenza intellettuale e morale.

Inutile dire che l’iniziativa ha avuto scarsa eco.
Pure sul web.
Segnalo quindi con piacere questa Intervista al docente, in cui si spiegano le ragioni di questa iniziativa.
E sempre con piacere segnalo - passi il gioco di parole - la Segnalazione che ne fa il sito «Fisica/mente.net». Il solo finora, a quanto mi risulta, che abbia rilanciato la notizia.
Di sabato c'è un altro genere di persone. All'andata l'immancabile gruppo di giapponesi con guida meno ansimante che nei mesi immediatamente successivi all'estate. Non c'è fretta. Sono ancora pochi i turisti. L'isola sta lentamente operando il cambio di stagione. Il maquillage non è ancora terminato. Qualche pittatina qui, qualche ritocco là. Le barche, coperte da cerate blu, sono ancora sul molo una a fianco all'altra. La funicolare è ancora ferma. I lavori sulla montagna di Anacapri proseguono, soprattutto di notte. Di sabato, all'andata, capita di vedere i "signori" napoletani, quelli che hanno la casa lì, o forse amici, chissà. Qualche volta sono facce note del mio quartiere. Di sabato, al ritorno, oltre al solito gruppone di giapponesi che somigliano molto a quelli dell'andata, ma, in realtà, se non sono stati nel frattempo clonati sono decisamente altri, ci sono molti operai, quasi quanto il lunedì mattina. Di sabato però sono tutti più allegri, non si capisce se sono fatti a vino, a cocaina o ad aria di mare, quella del golfo di Napoli che è più inebriante. Si lasciano andare a gesti stupidi, a giochi puerili, a risate sguaiate. Bocche aperte e sdentate. Capelli ancora arruffati per la fatica. Non mi arrivano le loro voci e nemmeno il parlato. Non so per quali battute si divertono così tanto. Qualcuno ride più degli altri. Si butta sull'altro. Uno schiaffo dietro la nuca, ancora una risata. Ho gli auricolari e le canzoni dei Rem e di Eric Clapton stridono con la scena balorda che mi si presenta davanti. Dovrei cambiare canale. Ma non ho il telecomando. Uno di questi è visibilmente tossico. Allunga la mano sulla busta di patatine, lasciata sulla poltrona dalla bimba di un collega. Gli dico che sono della bambina, che, nel frattempo, è in giro per il catamarano. Fa cenno di volere prenderne alcune. Lo fa, e se ne va. Uno dell'equipaggio mi dice di buttarle. Gli rispondo che il tossico può tenersele. Arriviamo. Mentre gli altri continuano a ridere, lui, quello delle patatine, inforca occhialini da sole e mangia le ultime patatine.
Come disse qualche tempo fa la Littizzetto. Può capitare che ci siano la tre giorni della violenza negli stadi, oppure la quattro giorni delle disgrazie (caduta dei lampioni, qui a Napoli, soprattutto), o ancora la cinque giorni degli atti vandalici nelle scuole... del bullismo e... di you tube.
Nel frattempo, leggo quest'intervista (www.La Repubblica.it ) ad Anna Oliverio Ferraris, docente ordinario di psicologia dello sviluppo.
Mi piace soprattutto l'ultima risposta. Ma...c'è un ma... che è anche un però, un affinchè, un acciocchè, un allorchè, e un benchè. Ci vogliono money, money, money per la scuola. Money money money per le strutture scolastiche. Money money e money agli insegnanti. Ecco così è più chiaro.
ROMA - Anna Oliverio Ferraris, che cosa è cambiato rispetto il passato?
"Oggi c'è una sensibilità diversa, si è meno disposti ad accettare, ma è cambiato anche il fatto che un tempo a scuola questi episodi di violenza non si verificavano, nelle aule c'era più disciplina".
Si può dire che c'è più violenza di un tempo?
"No, sono cambiate le forme, oggi c'è il cyberbullismo, l'uso dei telefonini, la tecnologia, hanno l'effetto di amplificare gli episodi".
Che cosa c'è all'origine del bullismo?
"L'aggressività è dentro di noi, non è negativa, può portare anche ad atteggiamenti positivi, ad avere grinta, impegno, ma va educata, manca un'educazione ai sentimenti, i ragazzi vengono lasciati allo stato brado. Anche se vivono con tecnologie sofisticate, possono reagire seguendo leggi primitive, non bisogna mai dare nulla per scontato, non si pensa che ogni generazione deve fare un suo percorso".
La responsabilità maggiore è della famiglia?
"La famiglia in primo luogo, molti genitori si comportano come se i figli potessero educarsi da soli o davanti ad uno schermo televisivo. C'è da dire poi che i programmi televisivi sono scadenti ed è difficile trarne qualcosa di buono, ma anche vedere programmi edificanti non è sufficiente, perché i ragazzi sono concreti e imparano soprattutto se le cose li riguardano".
Chi è la vittima del bullo?
"Spesso il diverso, perché i ragazzi sono conformisti".
E chi diventa bullo?
"Si può diventare bulli per motivi diversi: perché si è fisicamente più forti degli altri, perché il padre ti incoraggia, se si è stati picchiati, o se si è frustrati, c'è una rabbia alla base del bullismo, a volte una perdita".
C'è qualche episodio di cronaca che l'ha colpita?
"Mi colpisce l'uso del telefonino, mi colpiscono le ragazze che fanno lo spogliarello in classe e si fanno riprendere, c'è molto narcisismo legato alla società dello spettacolo".
Quale può essere un antidoto al bullismo?
"Nel mio libro parlo della musica, usata in modo creativo fin da piccoli, credo nel potere dell'arte, depolarizza i ragazzi, accentra la loro attenzione su altri interessi, c'è anche da dire che a volte la scuola può essere molto noiosa".
Finalmente, quando esco di casa di mattina, un quarto d'ora prima delle sette, il cielo è chiaro. Stamattina la luce del giorno deve aver tirato giù dal letto perfino gli spazzini che stavano raccogliendo la spazzatura. Non li vedevo all'opera da mesi, a quell'ora. Sarà incominciato il turno primaverile. L'edicola di piazza dei Martiri e quella di via Calabritto erano, come al solito, aperte. Non ho mai detto dell'umanità che si incontra per strada, alle prima luci dell'alba. Dai giornalai che, nel corso di questi mesi, con le luci accese del loro chiosco mi hanno rassicurata, quando intorno era ancora buio; ai lavavetri del palazzo a fianco a quello dove abito io, intenti con secchi e stracci a pulire vetrate e scale; ai baristi della Caffettiera, che senza divisa da lavoro, attraversano frettolosi la piazza; al barbone che, attorcigliato su sè stesso, ha trovato, anche stanotte, il suo posto letto nella porta d'ingresso di un negozio della zona; alla signora con gli occhiali scuri da sole, alla fermata del tram di piazza Vittoria; all'impiegato con le cuffiette nelle orecchie e la borsa nera da lavoro; alle giovani ragazze che tra una sigaretta e una chiacchiera, cappellino in testa, sciarpa e guanti, salgono per via Calabritto, lasciandosi alle spalle le palme e lo scorcio di mare di piazza Vittoria. Stamattina la luce del giorno ci ha svelati gli uni agli altri. Le nostre facce avevano contorni più netti e definiti. Stamattina le acque del molo beverello erano lo specchio di un cielo che era già colorato di pennellate rosa-azzurro-rosa.
E' di nuovo sabato. Le settimane passano velocemente scandite da una pausa infrasettimanale. Sempre di corsa. Mi sembra di saltellare come quei goffi pennuti appena nati. Lunedì, martedì, stop. Giovedì, venerdì, sabato, stop. Poi di nuovo lunedì, martedì, stop. Giovedì, venerdì, sabato, stop. Alcuni colleghi segnano, a loro insaputa, il passare dei giorni della settimana. Non tutti vanno a Capri tutti i giorni. Ci sono quelli che hanno poche ore di lezione e pertanto vengono una, due, massimo tre volte a settimana. Capita allora di fare due chiacchiere con quello del sabato. Oppure di farne delle altre con quella del venerdì. Il lunedì e il giovedì c'è quella con la quale prendo il caffè. Di martedì ancora un'altra. A volte ci si cerca, per sedere vicino. Altre volte si fa finta di non vedersi. Altre ancora si dice apertamente mi siedo più in là a leggere e magari anche a sentire un po' di musica. Passano così i giorni e poi le settimane. Programmo il lunedì e il martedì e poi stop. Pianifico il giovedì, il venerdì, il sabato e poi stop. Questa che è passata, è stata una settimana con il mare grosso. Non sono stata male, e quando qualcuno nelle mie vicinanze lo è stato, mi sono tappate le orecchie con le cuffiette dell'iPod, con la musica a palla, per non sentire i conati di vomito, nel tentativo sinestetico di non sentirne nemmeno l'odore acre. Ho scoperto che è quello che mi potrebbe dare fastidio, più che il sueggiù delle onde.
Appare, la domenica mattina, la città come dovrebbe essere, ripulita di cielo e di vento. I napoletani dormono. Al mattino, nei giorni di festa, la città è invasa dal sole, anche d'inverno. Questa è la città verticale, la città che ascende, quella che si vede camminando a testa in su. Non ci sono più zone di buio, lacerti e angoli oscuri. Bianca e azzurra e verde, persino vagamente fiorita, così appare Napoli, in una veste che non le appartiene mai, una veste bugiarda, fatta di natura, priva di animali se non quelli aerei: gabbiani, colombe, api nella stagione buona, poche mosche d'autunno. Allora è quasi superfluo salire fino a San Martino, da dove la città si finge in questi panni tutto l'anno, anche con la burrasca, anche mentre si muore, mentre si odia, mentre ci si annoia nel rumore. Le domeniche napoletane, prima che abbia inizio il vuoto rito dei cornetti, degli aperitivi, dei pranzi, del traffico paralizzato per andare in Villa o a Posillipo, per conquistare il metro quadro di vista sul mare, per darsi l'illusione della piccola vacanza, sono cariche di fantasmi che camminano al sole. Fantasmi di epoche meno convulse o più mattiniere. Si lasciano guardare, mentre attendiamo alla lavastovigle, ai giochi dei gatti e alle loro penniche, ai mariti che dormono più a lungo, alle serrande abbassate, alle vestaglie che penzolano sui balconi, ai panni rimasti stesi ma ritratti in un angolo per colpa dela pioggia del giorno prima e che ora si sgranchirebbero, se potessero, come vecchi sulle panchine.
In strada, passano ombre polverose, mulinelli dorati, contadine che vanno ai campi, un carretto carico di pastinache, una volpe, una pecora, un uomo con la cesta dei saraghi pescati la notte. Spariscono, appena sfiorano un Ciao o una Yamaha, quando incappano nella farmacista che oggi è di turno e apre la serranda con il telecomando. L'unico che tollera di vederli, e finge di no, è Peppino, che apre l'edicola all'incrocio di via Caravaggio ogni giorno all'alba: a lui occorre chiedere notizie, di sè, del mondo, dei caratteri scritti che raccontano la città sulle pagine dei quotidiani.
Vanno via senza salutare, i fantasmi, fra le ombre inclinate delle ringhiere e dei semafori.
Antonella Cilento, Napoli sul mare luccica, Laterza.
Finito stamattina, mentre tornavo a Napoli da Capri. Mentre l'aliscafo solcava un mare piatto, celeste. Il passo sopra riportato è tra i più belli del libro, sulla citta della luce e dell'aria, la città degli angeli come quello altissimo e teatrale della pietà dei Turchini in via Medina o quelli tremolanti e avvolti da nubi tempestose di Luca Giordano lungo via dei Tribunali e altri, tanti, nascosti in chiese oscure e in quadri neragnosi.
Città caravaggesca da sempre Napoli. Luce e buio, terra e aria, fuoco e acqua sono gli elementi che la caratterizzano e lungo i quali la Cilento snoda le sue passeggiate napoletane.