All'andata.
Di che parlano tre professoresse, un insegnante di cucina e un preside seduti vicino? Delle tre professoresse, due insegnano italiano, la terza insegna geografia.
Al ritorno
Si ritrovano, di nuovo, sedute accanto, una delle due insegnanti di italiano con l'insegnante di geografia, più un'insegnante di inglese dallo spiccato accento vesuviano (simpaticissima). Durante il viaggio, l'insegnante d'inglese dallo spiccato accento vesuviano (simpaticissima) non fa niente. L'insegnante di geografia (colta e intelligente) legge di Borges Il manoscritto d Brodie, quella di italiano ascolta musica. Alla fine della traversata sopraggiunge la seconda insegnante di italiano. Dov'era prima e cosa ha fatto nel frattempo l'altra insegnante di italiano (disinvolta, carina e colta)?
Forse era così, stamattina, dopo la bufera di ieri sera?
Deve esssere stata una costosa distillazione la marea del mare, il cielo è più professionale premedita sè stesso.
Il tempo, questo tempo, è inaffidabile, vengono giù gelati, e poi rane, un giorno baci celebri, un altro giorno eliche in funzione...
(Ecco i negozi, con la voce di Alice)
Il mio periodico refrain.
Non sto a dire come e perchè stamattina sono stata in periferia a ritirare certi documenti. Sono uscita di casa tra le dieci e le dieci e mezza. Sono rientrata alle dodici e ventuno. Ero nella zona di Capodichino per intenderci. Non mi sono stupita per il traffico, endemico a Napoli, quanto per lo stato di penosa incuria di via Marina. Vere e proprie zolle di asfalto su di un manto stradale (se lo si può ancora chiamare così) tipico di una città di un paese dell'Africa subsahariana, dilaniato dalla guerra civile. Peggio di un anno fa. Acqua impatanata, vera e propria disgrazia per quei poveretti che, fermi ad aspettare il tram, devono ripararsi non soltanto da quella che cade dal cielo ma anche da quella sporca e fangosa che gli schizzi di non sempre avveduti autisti riversano su di loro. Bestiemme e parolacce d'obbligo.
Per la nota paesaggistica. Il mare fluttuava tra il grigio piombo e il perlaceo. Neve sul Vesuvio.
Questo potrebbe essere interessante:
Venerdì 16.
Ore 16,30. Sala Vasco de Gama.
L'idiota digitale. Intervengono Derrick De Kerckhove, Pasquale Esposito, Tjuna Notarbartolo e Maurizio Piscitelli.
Ore 19,30. Sala Amerigo Vespucci.
Il futuro che c'è già. Intervengono Alberto Abruzzese, Derrick De Kerckhove, Angelo Petrella, Mario Pireddu.
Stamattina, alle sette, ero alla stazione, a piazza Garibaldi. Vi ho accompagnato mia figlia, sedici anni, partita per Firenze per qualche giorno con la sua classe. Quando siamo giunte davanti alla sala d'attesa gran parte dei suoi compagni era già lì. Dopo un po' è arrivata anche la loro insegnante di arte che guiderà il gruppo in questo breve viaggio. Ho salutato con un bacio da lontano le amiche di mia figlia. Loro hanno ricambiato con un bel sorriso. Sono cresciute. A vederli tutti insieme, jeans chiari e sdruciti, sciarpe lunghe, giacchette, giubbini e piccolo trolley, questi ragazzi non hanno nulla di patinato. Non sono quelli descritti qualche giorno fa in un articolo del Corriere in cui tra il serio e il faceto si faceva leva sui triti e ritriti luoghi comuni tra quelli che frequentano il Genovesi e quelli che frequentano l'Umberto. Le prime no logo, le seconde griffate. I primi con i jeans cargo, i secondi con quelli attillati. Meno male che mia figlia e le sue amiche non appartengono nè agli uni nè agli altri. Forse la spola tra piazza del Gesù e piazza Amendola aiuta a non ghettizzarsi troppo. Mi piacciono questi ragazzi, mi piacciono molto. Soprattutto le ragazze, che spirano maggiore personalità. A volte mi sembrano approssimative nello studio e a volte ne vedo la superficialità. Ma chi può dire, veramente, dei loro percorsi interiori, dei loro passaggi mentali? Chi può dire in che modo racconteranno, domani, ciò che vivono oggi? Chi può testimoniare delle loro rotture e dei loro equilibri interiori? Chi delle loro conquiste e dei loro arretramenti? E, infine, della conquista del proprio sè? Io so solo che vorrei la loro serenità.
Stamattina era primavera. Molta gente sul lungomare e sugli scogli a prendere il sole. Sono scesa di casa tardi. Ho comprato i giornali a via Calabritto, ho attraversato piazza Vittoria. Sono passata su via Partenope, ho dato un'occhiata alle persone che già prendevano il sole, molti erano ucraini. Sono ritornata a casa. Questa foto appartiene al nostro archivio.
Moto ondoso, dal basso, dal profondo. Il mare non sembra particolarmente agitato, a guardarlo dalla terraferma. Invece è quello che fa star male o che disturba. Cuffiette nelle orecchie e occhi chiusi per non sentire e non vedere. Tra i membri dell'equipaggio c'è chi si aggira tra i corridoi con le buste in mano. Quando posso leggo un po', le canzoni si susseguono.
Scendo e respiro profondamente. Di sabato, a marina grande, c'è più gente. Dall'ipod parte, guarda caso, La mer di Charles Trenet. Come non sorridere. Mi incammino tra la folla. Ascolto altro. Cambia il ritmo e la lingua. Dal francese allo spagnolo che adoro e che non mi dispiacerebbe studiare, se non fosse troppo tardi. Cambia l'immagine del paese che la canzone evoca. Il testo è breve. Lo sento di nuovo e poi ancora. Davanti a me ho una lieve salita, mi preoccupo di non tradire con il corpo la voglia di danzare che la musica e le parole trasmettono.Soprattutto di non apparire una scema. Leggo sul'Ipod il titolo della canzone. E' Los reyes magos per la voce di Mercedes Sosa, tratto da Misa criolla. E' un innamoramento, o un'ubriacatura. Ascolto di nuovo. L'ipod è uno scrigno segreto, magico. Non sapevo di avere un bene così prezioso. I re magi. La buona novella, il riconoscimento, l'omaggio. A marzo. Ho qualche dubbio. Non sono propensa, stamattina, a credere in fortuite e felici coincidenze, a leggere significati reconditi nelle cose, a interpretare in chiave allegorica i fatti della vita.Come se mi dovesse capitare qualcosa di buono. No, non sono propensa. Non oggi. Ma questo canto che sa di sacro di popolare e folklorico, mi orienta in quella direzione. E' un inno alla gioia, che profuma di Europa e di America latina, che contamina tradizioni e storie diverse, che sa di cultura ispano-americana, ma che soprattutto ti fa stare bene.
La testa della giapponesina che mi stava seduta a fianco si è piegata, fino a toccarmi la spalla. Si è messa subito dritta, e con un lieve sorriso si è scusata, abbassando e alzando la testa con un gesto equivalente al nostro sì. Ho sorriso di rimando, e dopo un po' mi sono alzata. Eravamo al molo Beverello. Come la giapponesina, anch'io, durante la traversata, ho dormito, ascoltando Comunista di Dalla, Elegia di Conte, e altro.