E se, dopo una giornata faticosa, buona parte della quale passata a Capri, mettessi i piedi in ammollo e cambiassi lo smalto delle unghie, da rosa chiaro a rosso granata, farei una cosa bella e rilassante no?
Intanto ho iniziato Partire di Tahar Ben Jelloun. Ecco l'incipit.
"A Tangeri, d'inverno, il Caffè hafa si trasforma in un osservatorio dei sogni e delle loro conseguenze. I gatti delle terrazze, del cimitero e del forno più importante del Marshan si danno appuntamento lì come per assistere a uno spettacolo silenzioso da cui tutti si fanno incantare. Le lunghe pipe di Kif circolano da un tavolo all'altro, e i bicchieri di tè alla menta si raffreddano circondati da api che finiscono per caderci dentro, nell'indifferenza degli avventori persi ormai da tempo nelle volute dell'hascisc e di fantasticherie da quattro soldi. In fondo a una delle sale, due uomini preparano scrupolosamente la pozione che dischiude le porte ai viaggi.Uno di loro seleziona le foglie e le sminuzza con una tecnica rapida ed efficace. Nessuno dei due solleva la testa. Gli altri, seduti sulle stuoie e con le spalle al muro, fissano l'orizzonte come a interrogare il proprio destino. Guardano il mare, le nuvole che si confondono con le montagne, e aspettano l'apparizione delle prime luci della Spagna. Le seguono senza vederle, e talvolta le vedono proprio quando sono velate dalla bruma e dal cattivo tempo.
Nonostante l'incuria, il tronchetto della felicità si è aggraziato con fiorellini a grappolo verde-chiaro, questo maggio, qui, per la prima volta.
Non curo le mie poche piante, eppure quanto mi incantino i papaveri che crescono lungo il ciglio della strada, i variopinti e bellissimi fiori di campo, i giardini pieni di rose, gli angoli dei quartieri cittadini occupati dai carretti dei fiorai e i balconi fioriti, (quelli degli altri), lo sa solo chi mi conosce e mi frequenta da molti anni. Felice soprattutto di non rientrare nel clichè della donna che ama la natura o gli animali tout court. A dispetto di tutto, la natura, e qui, da me, le piante, seguono il loro corso, primaverile, naturalmente.
“Il confine è una demarcazione, qualcosa che separa, qualcosa che unisce. Ma il confine è anche un limite, un freno, qualcosa che definisce o rende indefinibile. Qual è il confine tra la vita e la morte? Qual è la finis terrae? Il limite? Lo spartiacque? Chi sconfina l’altro? Questo accattivante tema sarà sviluppato nei suoi aspetti più strettamente filosofici ma anche scientifici, artistici, religiosi, politici, sociologici con interessanti sconfinamenti nella letteratura, nella scienza, nello spettacolo, nell’arte”. Festival della filosofia a Roma.
Stamattina sono entrata in crisi di astinenza...da caffè. Già ieri, dopo pranzo, mi ero accorta che mancava, ma non potevo rimediare di domenica pomeriggio. Stamattina ho preparato il the, ma il cervello abituato da troppi anni alla tazzina di caffè nello stomaco, appena sveglia, non ne voleva sapere di dare i giusti comandi. Sono andata verso le undici in un bar e, solo allora, le cose hanno preso la giusta direzione.
Questa sera ha queste note musicali.
Se non dovessi andare a prendere mio figlio P. me ne starei volentieri a casa a rivedere Smoke di Wayne Wang. Prima però Letter from home di Pat Metheny.
Che confusione! Ha ragione Jaero a scrivere che la democrazia con tutte queste marce diventa solo una caciara. Un'ulteriore prova della spettacolarizzazione della politica che dovrebbbe occuparsi, invece, delle quotidiane difficoltà, degli innumerevoli intoppi che si frappongono nel corso delle nostre giornate tra noi e gli altri, tra noi e il mondo circostante. La politica che dovrebbbe mirare al benessere del cittadino, alla felicità degli individui ha deviato il suo corso già da lungo tempo. Nemmeno c'è il tentativo di scrivere le tracce di una nuova linea politica attraverso l'Utopia,così come hanno fatto Moro, Campanella e Bacone. Sembra di stare a volte in un girone dantesco da cui per l'eternità non se ne esce. Un circolo vizioso che non si vuole interrompere. Stamattina leggevo sui quotidiani delle due manifestazioni a Roma. Che ipocrisia da entrambe le parti. Il family day è una manifestazione contro i Dico. Se avessero voluto manifestare a sostegno delle famiglie, dei disagi e dei disorientamenti che nascono e si sviluppano dentro le famiglie di oggi, avrebbero dovuto muoversi già da tempo. L'altra manifestazione, quella dei laici tra i quali mi inscrivo, ha proprio il sapore della contromanifestazione, con la scusa della ricorrenza dei trent'anni della vittoria dei "No" al referendum sul divorzio. Tanto di cappello. Però proprio ora? Mi chiedo. Confusione e caciara. L'idea che la marcia sia diventata di moda è suffragata da un'altra notiza, letta sempre stamattina sui giornali. I disubbidienti e le prostitute marceranno insieme il 16 maggio, a Padova, per contestare i provvedimenti del sindaco (DS) contra la prostituzione. Leggo che le prostitute e i "prostituti" sono diventati lavoratici e lavoratori del sesso. Chissà cosa ne pensa Tortora che si interroga spesso sui cambiamenti nell'uso e nella scelta delle parole. Non ho pregiudizi, nè idee moralistiche sui lavoratori e sulle lavoratrici del sesso. Il fatto è che non riesco a dimenticare un'altra parola, storica direi, caduta in disuso, oramai. Una parola di cui si è forse dimenticato il significato. Mercificazione. Il proprio corpo e il sesso sono una merce da vendere, in questo caso. Ben altro valore dovremmo dare a queste due pregevoli cose. O no?
Sù, marciate.
Tutto ciò che ha a che fare con le abitudini culturali individuali o collettive, mi incuriosisce. Quelli che vengono definiti quotidiani riti di passaggio mi sembrano impronte che lasciamo del nostro vivere quotidiano. Segni attraverso cui passano le nostre esistenze. Anche quando lavoro, l'aspetto che più mi piace mettere in evidenza della storia dei popoli, sono le sezioni che rappresentano il vivere quotidiano delle genti di una volta e di quelle di oggi. Mi fa pensare, invece, anche se non mi stupisco più di tanto, che abitudini e comportamenti siano oggetti di ricerca di un'agenzia pubblicitaria. ma tanto il passaggio dall'homo sapiens all'homo videns e all'homo consumatore è avvenuto già da lungo tempo. Per me conta molto il rituale mattutino, mi piace fare colazione soprattutto, e preferisco come momento di aggregazione familiare il pranzo alla cena, così da sentirmi anche più leggera e mangiare con più gusto la mattina. So anche che, da sciroccata quale sono, non ho abitudini fisse, e quello che va bene per alcuni mesi, può non andar bene per gli altri successivi. Magari tra un qualche giorno starò a scrivere del benessere che deriva dall'incontrarsi a cena.
I riti quotidiani transnazionali Una ricerca globale dell’agenzia pubblicitaria BBDO mette in luce i cinque rituali giornalieri compiuti in tutto il mondo.
Forse voi non lo sapete, ma qualcuno guarda con bramosia quegli insulsi momenti d’intimità della giornata, in cui vi lavate i denti o sbadigliate davanti al caffé. I consumatori di tutto il mondo sono infatti accomunati da alcuni quotidiani riti di passaggio, situazioni ripetitive ma simboliche che stanno per diventare la nuova terra di frontiera (e di conquista) delle imprese. Lo sostiene uno studio globale realizzato dall’agenzia di pubblicità BBDO con l’obiettivo di offrire ai responsabili del marketing la conoscenza dettagliata dei comportamenti giornalieri dei potenziali clienti. CINQUE RITI – Lo studio – di cui riferisce oggi Business Week – non vuole individuare tanto le abitudini, troppo meccaniche e scarsamente emozionali, quanto i rituali che scandiscono la giornata e che rinviano evidentemente a comportamenti antichi, ad «azioni che aiutano a trasformare uno stato emotivo in un altro». La ricerca della BBDO ne ha individuati cinque: «prepararsi per la battaglia» (i riti del mattino); «banchettare» (riconnettersi con la tribù e mangiare); «agghindarsi» (farsi belli); «tornare al villaggio» (uscire dal lavoro); e infine «proteggersi per il futuro« (i riti serali prima di dormire). Si tratta di scansioni del ritmo quotidiano presenti in tutte le culture, ma vissute diversamente a seconda del Paese. L’analisi – che ha coinvolto 5 mila persone in 21 Stati – si è dunque soffermata sulle declinazioni nazionali di questi riti, col risultato di abbozzare un ritratto globale di quelle piccole, intime preferenze che, fino ad oggi, rimanevano nascoste tra le mura domestiche o all’interno dei circoli familiari. (continua, www.corriere.it)
Cercavo un'altra canzone Io mi fermo qui, cantata dalla Vanoni. Non l'ho trovata. Intanto nella mente avevo anche Remedios, proprio quella che fa parte della colonna sonora di Saturno contro. Su questo film ho già detto la mia opinione sui blog di amici. Mi andava di sentirla, questa canzone, e forse di rivedere i personaggi di Saturno contro.
"Chiedo la condanna degli imputati a nome dei 27 bambini e della maestra uccisi dal crollo della scuola Francesco Jovine, costruita come non si costruisce nemmeno un canile, senza il rispetto di alcuna norma di legge. Una scuola frutto di decisioni assassine, che ha fatto conoscere al mondo il volto dell'Italia peggiore, quella più cinica, più sguaiata, più disabituata al rispetto delle regole più elementari. Otto ore di requisitoria appassionata, lucida, documentata fino nei dettagli, rigorosa nell'impianto logico, quella del procuratore di Larino, Nicola Magrone. Nella sala ricevimenti di un albergo adibita ad aula di giustizia, sala gremita, gente commossa. E poi i genitori dei bambini. C'erano tutti. Attenti, silenziosi. mai un gesto fuori posto, mai un commento superfluo, in certi momenti pareva che nemmeno respirasssero". Altrochè angeli di San Giuliano uccisi dalla fatalità.
Carlo Vulpio, sul Corriere di stamattina.

Le vite degli altri di Florian Henckel Von Donnersmarck è un gran bel film. L'ho visto qualche giorno fa all'Ambasciatori in una sala sufficientemente gremita se si considera che è lì da diverse settimane. Temevo di perderlo. Ci tenevo a vederlo già da tempo, avevo avuto sentore che si trattasse di una bella storia, sapevo che era stato premiato agli Oscar2007 come miglior film straniero. Prima di vederlo non ho letto nessuna recensione, forse sapevo che era sullo spionaggio e nient'altro. E' la storia di Gerd Wiesler, agente della Stasi, la famigerata polizia segreta, attiva e operosa nella DDR, prima della caduta del muro di Berlino. Nella parte di Gerd Wiesler c'è l'attore Ulrich Muhe, che non conoscevo e che ho trovato azzeccato nel ruolo dell'agente segreto, gelido e canaglia. Gerd Wiesler è specializzato in interrogatori e nella sorveglianza di sospettati politici, intellettuali e scrittori dissidenti. Gli viene affidato l'incarico di sorvegliare la vita quotidiana dell'autore teatrale Georg Dreyman e della sua compagna, l'attrice di teatro Christa Maria Sieland. Dall'osservazione e dall'ascolto di quello che avviene nell'appartamento, abitato dalla coppia, ne uscirà cambiato, al punto da imprimere alla vicenda una piega inaspettata e drammatica. Questa, in soldoni, la trama. C'è, dunque, una bella storia e bell'intreccio in questo film. Suggestiva è l'ambientazione che fa da sfondo all'agire dei protagonisti, (viali alberati desolanti, aula universitaria asettica, appartamento pieno di libri, macchina da scrivere e penna per l'autore di teatro Georg e poi citazioni di libri e di opere musicali). Insomma un bel film, forse il migliore tra quelli visti quest'anno.
Pura curiosità, quella che mi spinge a pensare al ragazzo che, oggi, ci ha servito in uno dei tanti ristorantini del Sannio. Alto, capelli corti e castani, sicuro di sé e professionalmente preparato, se si eccettua la volta che ha portato i nostri secondi a un altro tavolo. Pura curiosità. Quando si è avvicinato al nostro tavolo a prendere l'ordinazione, non sapevamo che si chiamasse Pietro. Anzi, visto che le movenze erano femminili, così pure il volto, pensavamo io e P., mio marito, che fosse una ragazza. Una ragazza dai capelli corti e un po' mascolina, più per il capello corto che per altro, ma pur sempre una ragazza. Invece, come quando capita di dover fare un'inquadratura migliore per una foto, o di mettere a fuoco meglio un soggetto da fotografare, quando l'hanno chiamata Pietro, io e P., mio marito, ci siamo guardati negli occhi, come per dire qui non abbiamo capito qualcosa. C'era poi qualcosa da capire? Pietro è un ragazzo che ha trovato o sta per trovare una nuova identità, o viceversa è una ragazza, come la vista sembrava offrirci, che ha già trovato il proprio modo di essere? Pura curiosità per una vita che si interseca con la mia, anche se solo per un paio di ore. Tutti gli incontri della nostra vita lasciano un segno, a volte profondo e indelebile, altre volte solamente superficiale. So che questo segno domani scomparirà, e presto me ne dimenticherò. Per ora, però, resta il segno di una storia umana che posso solo immaginare. Resta l'enigma di Pietro.