Mia zia C. aveva meno di trent'anni quando fu rinchiusa nel manicomio di Aversa. Una storia d'amore finita male. Qualche gesto inconsulto da parte sua e la decisione della famiglia, ma forse è meglio dire del fratello più grande, di "curarla" con l'elettroshock prima e il soggiorno ad Aversa dopo. Forse i due fatti avvennero contemporaneamente. Un giorno andammo a farle visita, entrammo in un enorme salone dove una folla di donne vagava in attesa della visita dei parenti. L'immagine che ho conservato è questa, una gran confusione, persone che gironzolavano. Poi, il sorriso di mia zia quando ci vide. Prima ancora di incontrarla venni abbracciata e baciata da una paziente che mi scambiò per una sua parente. Ero piccola, molto piccola, frequentavo la scuola elementare. Ricordo il volto teso di mia madre e i suoi occhi inorriditi al bacio di quella donna.
Una vita infelice quella di mia zia C. Sola e qualche volta malata. Quando fu ritenuta guarita, i fratelli le trovarono una casa. L'appartamento profumava di nuovo e io ricordo l'arazzo sulla parete del salotto che raffigurava finti momenti idilliaci, finti momenti di vita pastorale. Enorme ai miei occhi. Di nessun valore. In quella casa, con lei ho dormito alcuni mesi. Poi ancora litigi e incomprensioni con la sua famiglia e la decisione di non mandarmi più a trascorrere la notte da lei. Quando camminava per la strada era ancora bella. Pelle chiara e pulita. Labbra carnose e ben definite. I baffetti si vedevano solo da vicino e scommetto che da giovane aveva provato a schiarirli o a estirparli, poi con l'età avrà pensato che non ne valesse più la pena. Capelli neri raccolti dietro la testa. Il tuppo, così lo chiamavano. I vestiti erano spesso interi e fiorati e poi portava i sandali infradito e il carrello della spesa. Per le strade di un paese di provincia aveva l'aria cittadina di una bella signorina.
Trovare il reggiseno giusto assomiglia, per molte donne, alla ricerca del sacro Graal. Con taglie approssimative come «seconda» o «terza» o anche «32B» o «34C», sono tante le donne (confuse) che si aggirano indossando l’indumento sbagliato (il 70% stando all’ultimo calcolo!). Ma non è colpa dell’incapacità femminile, bensì del sistema antiquato di misurazione che riduce tutte le centinaia di differenze di busto ad una manciata di taglie standardizzate.
Da oggi, grazie all’innovativo design di un team di scienziati cinesi, tutto ciò potrebbe cambiare. Un gruppo di esperti dell’istituto tessile del politecnico di Hong Kong ha infatti trovato la formula matematica perfetta per una vera e propria rivoluzione del reggiseno. In un articolo apparso sull’International Journal of Industrial Ergonomics, il team definisce il seno femminile «una complessa geometria tridimensionale» e spiega come l’attuale sistema di misurazione sia «inappropriato per una categorizzazione di busti per reggiseni».
Fino ad ora, le taglie dei reggiseni si sono basate su una formula elaborata negli USA nel 1935 basata su due misurazioni di massima: larghezza di torace e ampiezza di coppa, in cui si usano lettere dell’alfabeto (di base dalla A alla D, ma esistono ora reggiseni che vanno oltre la HH) e pollici. Il team cinese ha però realizzato la prima scannerizzazione tridimensionale di un vasto numero di busti, scoprendo che ci sono ben 100 misurazioni chiave per ogni seno. Da 100, il team ha ridotto la classificazione a 8 fattori principali per descrivere la forma esatta di un busto femminile e questi vanno dall’angolatura dei seni alla distanza tra di loro, dalla larghezza al volume, dalla pendenza alla curvatura. Con queste misure in mente, ottenute grazie alla scannerizzazione in 3D di ben 456 donne dai 20 ai 39 anni, il team capitanato da Li-Rong Zheng fornirà il suo know-how per la progettazione della prima linea di reggiseni che offrirà ben 16 combinazioni diverse (per ogni singola taglia oggi sul mercato), per meglio soddisfare le esigenze femminili. Il Prof Li-Rong Zheng ha reso noto che lo studio potrà essere prezioso anche nel settore medico, per operazioni di chirurgia plastica e ricostruttiva e per la produzione di altri tipi di abbigliamento.
Non sempre il vino che si beve, mette di buon umore. Certi vini deprimono. Non sempre ciò che si legge, piace. Non sempre c'è la dovuta concentrazione. Eppure motivi seri non ce ne sono per stare in bilico tra la noia e il fastidio. Certo il caldo si sente, ma non più degli altri anni, e poi una che decide di celarsi dietro un meriggio, avrà pure qualche motivo per aver fatto questa scelta, non ultimo perchè ama il sole e la luce. Eppure, certe volte, si desidera che venga l'inverno.
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Proposta di legge per un «Parlamento pulito», «soddisfatto» il genovese
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8 Settembre V-Day.
Lo stereo di casa, stamattina, me l'ha fatta sentire. Mi è rimasta in mente finora.
Hold on, hold on
Keep your eyes
on the prize
Hold on
Qui, la gente va a mare. Qui, la gente ha la casa a mare. Tornano verso sera o domani mattina. Il silenzio pesa dopo un po'. Eppure non è silenzio mai. Parlano le cose. E' il telefonino che si sta scaricando... "biiiip", e' il frigo vecchio che si sbrina, e' l'abbaiare di un cane, sono le voci di un TV accesa al piano di sotto, e' quella di F.G., vecchio novantenne, che canticchia sottovoce. Fortuna che non urla, oggi.
F.G. è tormentato dai ricordi, da immagini che appaiono nella sua mente che solo lui conosce, che nemmeno lui sa riconoscere. Urla spesso durante la notte. Il suo è un grido di aiuto, di invocazione, a volte. Alcuni si lamentano perchè vengono svegliati durante la notte, sono quelli che hanno la stanza da letto adiacente alla sua. Lo sento anch'io. Ma sono più distante, dopo un po' riprendo a dormire.
E' l'assenza delle persone, è l'assenza del fare e del dire quotidiano che si sente. Quindi non è più silenzio. O forse sì, è un silenzio domenicale e metropolitano.
CITTA' DELLA PIEVE - Una vincita di un milione di euro con il "Gratta e vinci" è stata realizzata in Umbria a Città della Pieve, nel bar "New Millenium".
Secondo quanto riferito dai gestori del locale, nella centrale piazza Plebiscito, a grattare il fortunato tagliando è stata una donna del posto. Dopo avere saputo della vincita, la donna ha accusato un leggero malore, senza conseguenze.
Ah, la fortuna!! Qualche giorno fa ho speso 20 euri per un due biglietti "gratta e vinci". Mentre grattavo le caselline, mi "trizziavo" i numeri. Che goduria! Non ho vinto niente, altrimenti non starei qui a raccontare. Ma i brividi lungo la schiena e il solletico dentro lo stomaco, quelli li sento ancora. Auguri alla signora. Che stia bene, per lungo tempo.
Tutti assolti, perché "il fatto non sussiste". Con queste parole il giudice monocratico Laura D'Arcangelo del Tribunale di Larino ha assolto tutti e sei gli imputati per il crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia (Campobasso) che il 31 ottobre 2002 causò la morte di 27 bambini e di un'insegnante.
Al processo c'erano anche i genitori dei bambini morti nel crollo della scuola. Le mamme indossavano collane, tutte uguali, cui erano appese medagliette con le immagini dei volti dei loro figli. Immediata la loro reazione dopo la lettura della sentenza, che è stata accolta da proteste, con urla e insulti. E' stata anche lanciata una sedia. Alcuni parenti delle vittime hanno inveito contro gli imputati, venendo quasi alle mani. La situazione è stata tenuta sotto controllo dai carabinieri. "Ce li avete uccisi due volte. Due volte - ha gridato la madre di una delle piccole vittime - Vergognatevi. Qui c'è gente che ha perso il suo unico figlio o ne ha persi due". (da www.repubblica.it)

L'hanno chiamata Janbillà. Le signore di diversa età che hanno cercato Janbillà erano lì, chi distesa sul lettino chi sulla sdraio e forse l'aspettavano. Sulla spiaggia di Cetara, dal lato degli ombrelloni dove ci siamo messi stamattina, c'erano quasi tutte donne, quasi tutte mamme con il loro figli. Hanno chiamato Janbillà una giovane donna, dalla pelle nera come la pece, i capelli lunghi a treccine rasta raccolti dietro la nuca con un elastico. Il vestito coloratissimo, dava magnificamente risalto alla carnagione scura. Quel vestito stava bene solo a lei, solo a quelle che come lei provengono dalla terra arida e bruciata dal sole. Janbillà, si muoveva a suo agio tra i lettini e gli ombrelloni, nonostante il peso di uno zaino stracolmo di mercanzia. Cercava una signora che le aveva chiesto dei bracciali turchesi. Le donne le hanno fatto sapere che era arrivata troppo tardi. L'altra, quella che cercava, se n'era andata. Aveva le bambine piccole e ad una certa ora se ne saliva. Janbillà ha tirato fuori dallo zaino parei, abitini leggeri e fantasiosi. Qualcuna li ha toccati e ne ha strofinato il cotone per sentirne la consistenza, un'altra li ha indossati sul costume, provandone di diversi, alla ricerca di quello giusto. Janbillà ha rimesso tutto a posto, dopo aver piegato accuratamente, chissà per quante centinaia di volte, i parei e gli abitini leggeri ed è passata dall'altro alto della spiaggia.
Abbiamo lasciato i lettini e l'ombrellone e siamo andati alla Cuopperia dove si possono mangiare appettitose fritturine di pesce che servono nel cuoppo di cartone, da cui il nome del piccolo locale che sta in un palazzo con la corte all'interno, di fronte al mare di Cetara. Ci siamo seduti ad uno dei tavoli che mettono a disposizione di chi consuma, nello spazio antistante la spiaggia di ciottoli. Birra e acqua minerale a fermare i tovaglioli che altrimenti sarebbero volati via, portati da un venticello che increspava appena l'azzurro mare di Cetara. I surfisti già si stavano equipaggiando mentre noi mangiavamo, e un giovane papà, che con il più piccolo dei suoi figli, dai capelli biondissimi, giocava a palla davanti a noi, faceva immaginare altri paesi e altre tradizioni.
Amore, sai che sono senza mutandine?
Uffà, ancora cu stì spese, ovvuò capì ch'è fernuta 'a zezzenella!!!
Mimmo Taurino. Il nome è già un programma. Canta queste e altre indicibili canzoni, verso cui provo un misto di attrazione e repulsione. In bilico tra comicità e parossismo realistico, tra risate e lacrime.
L'auto corre veloce lungo via Domiziana, attraverso la terra dei mazzoni, la terra dei bufali e della mozzarella. Si passa attraverso luoghi di mare, quelli dell'infanzia di ieri e quella di oggi, degli altri, forse di tuo figlio che siede davanti. Si corre con la musica. (E poi di lui s'innamorò perdutamente il suo impresario e dei balletti russi...E poi di lui si innamorò perdutamente e dei balletti russi). Si oltrepassano le varie Baie. Baie di che? Il nome evoca litoranei californiani ampi e soleggiati, onde lunghe che si infrangono sulla sabbia che qui dorata non è stata mai. Ma sottile sì, sottile tanto che ti si appiccica alla pelle e devi strofinare con un pareo per levarla. Si passa sopra il ponte, si legge la scritta che separa il confine campano da quello laziale. La direzione è quella, Roma, e ti sembra di stare già altrove. Si incomincia a salire non prima però di una fermata ad un autogrill desolato, in aperta campagna. Un caffè, servito da una donna abbastanza giovane con l'accento straniero, scura di pelle, non molto alta e grossa di petto. Le mosche ronzano sul banco mentre con la mano tenti di non farle poggiare sulla tazza da caffè e ancora prima sul bicchiere d'acqua. Potresti essere sul set cinematografico di "Bagdad cafè" se non fosse che mancano il caldo asfissiante, almeno oggi, la polvere che volteggia nell'aria, la donna grassoccia che mette ordine nel locale sgangherato, tra innamoramento e disorientamento e "calling you". La spiaggia è quella che frequenti, ad inizio di ogni stagione, da molti anni e non sai dire perchè. E' lontana. Ma sai che che l'acqua è più limpida, come oggi. Il mare è calmo, piatto. Ti sei bagnata a metà, è fredda e di sole non ce n'è che un po'. Quello che squarcia il cielo coperto di nuvole che vengono chissà da dove e che stanno lì, ferme e strette l'una all'altra. Per poco tempo, troppo poco tempo, si intravedono raggi di sole, mentre il tuo malumore cresce. Una giornata senza sole e con qualche goccia di pioggia.
Pensato e scritto ascoltando "Calling you" di Jevetta Steele, of course, e Clocks dei Coldplay & Buena Vista Social Club. Ballate con me.