Leggete il servizio di Stefania Rossini su l'Espresso di questa settimana. "Tanti baci senza un perchè".
L'articolo è ironico e divertente. Fustiga quello che è diventato un rito dei nostri tempi. Lo sbaciucchio è contagioso. Prende tutti. Non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche in questa parte della rete siamo adusi allo smack virtuale, ai bacini bacetti e bacioni. Giovanissimi, giovani e meno giovani ne sono dipendenti. Basta passare davanti a un liceo di mattina, al momemto dell'ingresso: ragazzi e ragazze che non si vedono da meno di 24 ore, sono lì, a baciarsi in una serie di saluti incrociati per classi di età e gruppetti di appartenenza. Stessa scena a cena in casa di amici. Ci si bacia, senza un perchè, senza conoscersi.
Tornatore dedicò un'intera sequenza ai baci celebri del cinema, in Nuovo cinema Paradiso.
Il servizio di L'Espresso offre, a piè di pagina, una folta carrellata di baci storici celebri e compromettenti. Da quello tra Breznev e Honecker a quello televisivo tra Del Noce e Fiorello. Da quello cinematografico, il più lungo e appassionato, tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorius, a quello elettorale di Salvatore Cuffaro "vasavasa". Da quello giudiziario di Giulio Andreotti a quello recentissimo e telefonico di Gianpiero Fiorani.
A me i baci piacciono. Anche quelli Perugina.
Agli appassionati di lettere (al mondo intero, per la verità) il nome di Scott E. Fahlman non dice nulla. Eppure questo oscuro professore della Carnegie Mellon University ha portato più emozione alla scrittura mondiale di tanti più celebrati autori. E' stato infatti Fahlam a introdurre, 25 anni fa, il concetto di "emoticon": tre semplici caratteri (due punti, trattino, parentesi tonda) per simboleggiare una faccia sorridente nelle comunicazioni elettroniche. Era il 19 settembre 1982 quando il professore, allora trentaquattrenne, inviò a una bacheca elettronica della Carnegie Mellon un messaggio destinato a passare alla storia: "Propongo i seguenti caratteri per indicare le burle: :-) Leggeteli ribaltati su un lato". Il simbolo, che permetteva di riconoscere immediatamente i messaggi ironici, evitando gli equivoci tipici della comunicazione scritta, venne subito adottato dai colleghi di Fahlman e si diffuse rapidamente in ambito accademico. Il boom di internet negli anni Novanta l'ha reso universalmente noto, affogandolo in un mare di varianti: il punto e virgola simbolo dell'occhiolino, la D simbolo della risata a bocca aperta, la P simbolo della linguaccia. "A volte mi chiedo quanti milioni di persone hanno digitato questi caratteri, e quante hanno inclinato la testa per leggere uno smiley", dice Fahlman celebrando l'anniversario. La paternità dello smiley sembra abbastanza acclarata, per quanto non siano mancati anche prima del 1982 tentativi meno fortunati di emoticon: nell'alfabeto Morse, fin dal 1857, era previsto il codice "73" per indicare brevemente "saluti e baci". Nel 1912 un giornalista americano, Ambrose Bierce, propose la sequenza \__/ come simbolo di una bocca sorridente. Prima di Fahlman fu addirittura Vladimir Nabokov, l'autore di Lolita, ad augurarsi "l'esistenza di un particolare segno tipografico per il sorriso" con il quale rispondere ironicamente alla domanda di un giornalista del New York Times. In occasione del venticinquesimo anniversario, la Carnegie Mellon University ha lanciato un premio annuale di 500 dollari, lo "Smiley Award", per l'innovazione nelle comunicazioni elettroniche. Chissà se tra i discepoli di Fahlman ci sarà qualcuno in grado di introdurre una novità semplice, efficace e rivoluzionaria come quei tre caratteri nati un quarto di secolo fa.
www.repubblica .it
Ecco i negozi. E' lunedì pomeriggio, mi trovo a via Toledo. Mi fermo a guardare le vetrine di quel negozio che dà su Piazza Trieste e Trento. Entro. Mi giro intorno. Tocco cappottini neri. Il tessuto è morbido. Non altrettanto il prezzo. La qualità la senti, la percepisci al tatto. Lo stile è essenziale. Pratico ed elegante. Entro in questi negozi, mi giro intorno, scelgo un capo da indossare, lo provo, ed esco. Qualche volta faccio così. Quando è presto. Solo quando ho sbrigato prima la cosa per cui sono uscita, prima del previsto. Entro, mi giro intorno, tocco. Provo un trench. E' di linea classica. Il colore è quello. E' kaki.
La commessa, ma forse era quella che gestiva il negozio, è di Genova. E' cordiale e per poco non mi fa una relazione scritta sul risvolto delle maniche che sono un po' lunghe, vanno accorciate in questo modo. I bottoni dietro si aprono per quando ci si siede. Di spalla va bene, se si vuole indossare una giacca, sotto, con il freddo. La lunghezza è giusta. Copre le gonne.
Mi giro davanti allo specchio. Non è male. Ci devo pensare. Ringrazio. Lei sorride, io ricambio. Esco.
A proposito di Torino. Ho scattato questa foto al parco del Valentino, maggio scorso.
Eccolo! Tra i diversi articoli letti sui lavavetri, questo mi sembra quello che meglio spiega la questione. O perlomeno la spiega meglio, secondo il mio modo di vedere. E' apparso ieri 31 agosto su "il Riformista".
Torino non si associa al coro sui lavavetri
Milano.Un'emergenza cittadina è diventata in un attimo una questione nazionale. parliamo dei lavavetri. da Firenze - dove uomini maschi adulti e spesso aggressivi camminavano sul confine tra accattonaggio e taglieggio - si è propagata di città in città, di campanile in campanile,appiattendo sugi schermi dell'ideologia una problematica che meritava, forse, di mantenere tutti i bassorilievi delle singole piante cittadine. E così ieri, mentre si contano a decine e decine i lanci di agenzia di politici dichiaranti sulla nuova emergenza nazionale, si inizia anche a profilare una possibile mappatura delle scelte e degli indirizzi delle singole giunte cittadine. In attesa che i dubbi di costituzionalità vengano definitavamente fugati, si contano giunte di destra che seguono l'esempio fiorentino (vedi Trieste), altre che attendono di vederne risultati per seguirlo (la Verona del leghissimo Tosi), altre che invece dicono di no (la Milano Morattina). Mentre a sinistra c'è chi plaude al principio, Zanonato da Padova o Cofferati da Bologna, chi stronca senza se e senza ma, come fa la sinistra radicale che col sottosegretario Paolo Cento improvvisatosi lavavetri per un'ora, e chi, infine, si carica del compito di "introdurre enzimi di pensiero complesso nella società, perchè i temi complessi vanno affrontati così". Parla così al Riformista Ilda Curti, assessore all'integrazione, con delega al decoro urbano e al suolo pubblico del Comune di Torino. Proprio uno dei simboli, assieme alla Bologna di Cofferati, delle sinistra legalitaria e anche intransigente. Che però di fronte alla questione lavavetri, sembra scegliere una via più riflessiva e, appunto, più complessa. " Fino a qualche settimana fa l'emergenza nazionale sembrava quella di chi guidava ubriaco" annota ironicamente Curti. "In ogni caso, dovremmo anzitutto ricordare che parliamo di questioni territoriali specifiche. Firenze, a quanto si legge, aveva un problema serio e decisamente specifico. Farla diventare una questione nazionale, già di per sé, è un errore". Tanto più se vista da Torino dove "un'inchiesta giornalistica lungo le strade della città non ha trovato un solo lavavetri". In una città che non ha certo lesinato provvedimenti di marca legalitaria, difficilmente si potrà riprovare del lassismo se non decide per un'ordinanza sul modello fiorentino. A Chiamparino, che chiedeva semmai norme nazionali generali, fa eco Ilda Curti tornando ancora una volta sul modello repressione-integrazione sperimentato in questi anni sotto la Mole. "C'è un tasso di repressione necessario e indispensabile, perchè la legalità è il quadro in cui si muove la democrazia. Anche continuare a ripetere che la legalità non è nè di destra nè di sinistra rischia di aggiungere slogan a slogan". Poi racconta un paio di case history torinesi che ben esemplificano il modello scelto. " Si pose la questione delle donne peruviane che cucinavano e vendevano carne alla griglia, la domenica al parco, per la loro numerosa comunità". Niente di male, tutto sommato, al netto del rischio incendi e delle montagne di spazzatura lasciate in omaggio ai netturbini del lunedì. "In risposta a una situazione problematica" racconta Ilda Curti "abbiamo scelto una via che, alla minaccia della sanzione, univa una proposta di regolarizzazione di un'attività ludica non negativa e che, oltretutto, consentiva alle donne peruviane di integrare i propri redditi. Abbiamo favorito la costituzione di un'associazione, la presa e il mantenimento di impegni igienici e di sicurezza, e questo ha reso una situazione problematica, in partenza, una risorsa per la città e per un pezzo di mondo che la popola. Una storia che ha una valenza più generale. "Perchè, all'interno dell'ordinamento vigente, la regolarizzazione delle posizioni, soprattutto nei casi di imprenditoria abusiva ma non illegale, risulta vantaggiosa e favorisce la permanenza legale o l'ottenimento del permesso di soggiorno". E poi racconta un caso in cui invece la repressione costituisce l'orizzonte principale. "Noi un'emergenza in strada la fronteggiamo, ed è quella che dei parcheggiatori abusivi, membri di quello che chiamo il terziario abusivo avanzato. Su quella attività illecita, abbiamo spinto la mano sulla repressione nei casi in cui diventa aggresivo e raggiuge forme estorsive, cosa che spesso non riguarda gli stranieri, peraltro". Torino non sarà esente dall'ondata polemica e simbolica che, sui lavavetri, sta attraversando le città italiane. "Certo e accetteremo la discussione in consiglio comunale, come sempre. Abolito il reato di accattonaggio, in ogni caso, senbra complicato e forse incostituzionale reintrodurlo per mezzo di un'ordinanza provvisoria dei comuni. La nostra posizione, la nostra linea, resta questa. Siamo concreti, se c'è un problema lo affrontiamo coniugando l'integrazione alla repressione che serve. Ma solo se il problema c'è davvero, sul territorio che amministriamo".