Non ho aspettato che arrivasse il tram. Mi sono incamminata a piedi, passando di fianco al Maschio, tra il lavori per la metropolitana, tra la facce nere di chi vende borse taroccate e parla una lingua diversa dalla mia. Sono arrivata in Galleria e mi sono ricordata di quando, circa un anno fa, un collega che, allora, fece la mia stessa strada, mi disse, si vede che abitiin città, hai un passo cittadino. Il fatto è che mi piace andare tra la gente. Guardare i negozi e scorgere nelle facce degli altri un'espressione di quello che pensano, di quello che dicono. Da Mary ho comprato due sfogliatelle con i friarielli e due con la semola.
Dal blog del mio carissimo amico Tortora (è nei link) ho copiato queste due lettere. Mi piace che stiano anche qui, sul mio blog.
Grazie prof.
la Repubblica 27 febbraio 2008
Lettere&Commenti
Io, medico dell'infanzia, vorrei parlare di pietà.
Caro Dr. Augias, sono un medico, neuropsichiatria infantile. Ho lavorato per anni in un reparto di neurologia infantile, ho seguito bambini prematuri con esiti di gravi lesioni cerebrali. Nel dibattito attuale sull'aborto di feti malformati e sulla rianimazione di neonati molto prematuri, non ho letto alcun cenno relativo al dolore fisico cui vanno incontro molti dei bambini che sopravvivono. Tutti si pronunciano su aspetti etici, ideologici, sulle sofferenze dei genitori, ma non si parla mai del dolore di questi bambini. Già nell'incubatrice, fra cannule, aghi, elettrodi per monitorare i parametri vitali, la loro sofferenza viene spesso trascurata perché l'attenzione è rivolta agli aspetti tecnici delle cure. Poi, negli anni successivi, i bambini con gravi cerebrolesioni presentano spesso complicazioni gastrointestinali e del sistema muscoloscheletrico, che danno dolori cronici. Questa sofferenza la possono esprimere solo con il pianto, che spesso i genitori non decifrano. Di fronte a un dolore non lenibile con i farmaci, il medico si sente impotente, si chiede perché gli sia riservata una tale sofferenza. Mi auguro che nell'affrontare questi temi ci sia posto anche per la «pietas», che non sembra alberghi né nella mente né nel cuore di chi sostiene urlando di voler difendere la vita di questi bambini.
Ermellina Fedrizzi
Risposta di Corrado Augias
Chi sostiene urlando, come giustamente scrive la dottoressa Fedrizzi, di difendere questi bambini, ha in mente solo un'ideologia da affermare, non pensa nemmeno per un istante quale esistenza, quale vita, sarà quella che proclana di voler sostenere. Ho letto con sgomento, domenica scorsa, le parole del cardinale polacco Grocholewski, prefetto per l'educazione cattolica: «I cattolici devono sempre dire ad alta voce e senza esitare che la vita va difesa in qualsiasi momento, che l'aborto non è mai lecito, che l'embrione va sempre salvaguardato, che le manipolazioni genetiche non sono ammesse».
Chiusura totale, su tutta la linea: aborto mai, dunque nemmeno nel caso in cui il feto presenti malformazioni orribili che renderebbero l'esistenza del nuovo nato una penosa caricatura della vita, ne farebbero un povero essere portato alle sofferenze di cui la dottoressa Fedrizzi è stata, come scrive, testimone impotente. Chiusura totale anche sull'educazione sessuale, sulle tecniche contraccettive, che sarebbero il rimedio ideale e incruento per prevenire gravidanze non desiderate o difficili da sostenere, che eviterebbero insomma il problema prima ancora che si presenti.
Eppure nel recente documento dei rappresentanti degli ordini dei medici anche questo è scritto: «sostenere la legge 194 incrementando l'educazione alla procreazione responsabile, il supporto economico e sociale alla maternità». Sono l'irragionevolezza, il fanatismo cieco, gli aspetti medievali di questa discussione. E' la mancanza di pietà che la rende orribile.
MOMIX, la compagnia di ballerini-illusionisti diretta da Moses Pendleton, torna al Teatro Bellini con una versione rivisitata di “Passion” lo spettacolo più famoso.
Conosciuti nel mondo intero per spettacoli di eccezionale inventiva e bellezza, la fama dei ballerini di Momix è legata alla capacità di evocare un mondo di immagini surreali facendo interagire corpi umani, costumi, attrezzi e giochi di luce.
Passion è creato sulla musica composta da Peter Gabriel per la colonna sonora del film “L’ultima tentazione di Cristo” del 1988 di Martin Scorsese. Pensata a commento di un soggetto mistico ed intimista, la musica di Gabriel è in perfetta sintonia con lo spirito evocativo e surreale delle creazioni di Pendleton.
La realizzazione scenica è basata principalmente su proiezioni dietro le quali si muovono i ballerini in perfetta sincronia con le immagini proiettate e nel loro caratteristico stile insieme atletico e fluido.
Uno dei momenti più rappresentativi di questa creazione è l’immagine che apre lo spettacolo: una sorta di albero simbolo della vita, formato da gambe e braccia dei ballerini, che si fonde visivamente con l’albero proiettato sullo schermo.
Le figure e le forme rappresentate sembrano tratte da una vasta cosmologia che evoca la Passione in senso assoluto, in cui si fondono lo spiritualismo cristiano e quello orientale, sono riconoscibili, infatti, i simboli della terra - acqua e fuoco-, della religione cristiana - Cristo e Maria Maddalena-, di quella orientale - Buddha e Shiva, la passione dell’anima e quella più terrena del corpo, macchina creatrice di sogno e movimento.
Eccole qua le giornate che mi affascinano. Ecco le ore in cui vorrei stare per strada a cazzeggiare. L'aria è fresca e il cielo conserva ancora la sua luce. Se porto il vetro a Piazza Vittoria posso guardarmi ancora un po' il mare e vederne il colore. Scendo.
NAPOLI - Guardate, ammirate, nella strada dove sorge il nostro hotel monnezza non ce n'è. Per guardare e ammirare questo «miracolo» il titolare del Chiaja hotel de charme di Napoli Pietro Fusella ha puntato da ieri una webcam sull'isola pedonale del quartiere. E con le immagini trasmesse in tempo reale (guarda) l'albergo dimostra che la spazzatura è una piaga che affligge la città solo in parte. I percorsi turistici, insomma, sono salvi.
SODDISFATTI O RIMBORSATI - «In questi giorni si parla solo di Napoli e dei suoi rifiuti - si legge in un comunicato dell'albergo - Questa webcam puntata sull'isola pedonale di Chiaia, a pochi metri da Piazza del Plebiscito, ti confermerà che la città se non è pulita come Ginevra, è almeno non più sporca di tante altri centri italiani ed europei». Segue la formula «soddisfatti o rimborsati». A cui si può aggiungere il neologismo: vedere via web per credere.
L'IDEA DI UN SITO «COLLETTIVO» - Fusella commenta: «Non intendo polemizzare con nessuno. L'iniziativa della webcam ha solo valore propositivo. È fatta per la città. Una sorta di controinformazione rispetto alle notizie nefaste e spesso inesatte che vengono diffuse dai tg nazionali su Napoli. Perchè è innegabile che il dramma è vissuto soprattutto in periferia e provincia, non in centrocittà. A beneficiare dell'idea - aggiunge - non è solo il mio hotel bensì l'intero comparto ricettivo, che in questo momento di crisi ha enormemente bisogno di pubblicità positiva». Fusella spera che in tanti seguano il suo esempio, e rilancia: «Ho proposto di fare un sito internet con più webcam su tutti gli alberghi delle zone turistiche della città».
Quando gli altri correvano io sono stata ferma. Vai a capire quando è tempo di accelerare e quando è tempo di rallentare o sostare. Vai a capire quando i tuoi tempi sono quelli degli altri o delle cose da fare. Quando è tempo di costruire fortunate coincidenze, quando è tempo di aspettare fortuite coincidenze.
Non è una scoperta. Ciascuno percepisce a modo suo. Quello che sento io non lo sente un'altra, non allo stesso modo. Eppure capita anche abbastanza di frequente di concordare su comportamenti di persone e fatti che succedono. Resta comunque che siamo nell'ambito del soggettivo. Quello che pare a me non pare a te, e via dicendo.
Stamattina non mi sono ritrovata con un'altra idiozia. Un' altra grossolanità che rasenta il mobbing. Dire di una persona che porta sfiga. Ho sorriso all'idea lanciata così, con tono più serio che scherzoso. Si incomincia con il dire che è antipatico, che è losco, per poi dire che uno iettatore. Alcune persone vivono in eterna contrapposizione con gli altri. Hanno bisogno di etichettare quelli che non sopportano. Alcuni hanno un atteggiamento bellico verso gli altri. Si giustificano dicendo di sè stessi che sono istintuali. Ricorrono spesso all'espressione "a pelle". Ragionano come gli adolescenti e hanno quasi quarant'anni.
Quando vuoi comunicare a certe persone una notizia importante trovi il telefono occupato.
Pazienza. Mamma e papà hanno aspettato tanto. Minuto in più minuto in meno cosa cambia? E poi già sapevano. Solo che ora è ufficiale.
Non sopporto le persone che mi riversano addosso la loro vita sentimentale. Le storie, gli intrecci, gli sviluppi, gli epiloghi, le riprese, a cui seguono altri epiloghi. Troncamenti, slittamenti, lass' e piglia. Qualche giorno fa mi è capitato di stare ad ascoltare la collega sexandcity, senza che lo volessi veramente, visto che tra me e lei, conosciuta quest'anno, non c'è che un cordiale rapporto di lavoro. Ma chissà perchè la gente ha bisogno di parlare. Anzi non direi che è proprio un bisogno, direi che un'azione meccanica, un riflesso condizionato, determinato dal cicaleccio televisivo. Gli affari privati in piazza. Il privato è pubblico distorto in queste teste di cazzo che non hanno ancora quarant'anni, che vivono la vita come una soap opera.
Conosco persone che potrebbero parlarmi di loro, ma che non lo fanno, pur avendo un comune terreno d'intesa. Saper ascoltare è importante tanto quanto saper se l'altro è disposto ad ascoltare.
Questa che segue è la recensione diIrene Bignardi a Chesil Beach di Ian MacEwan
Io ho trovato il libro bello, ma non bellissimo. Dire che è scritto molto bene è dire il superfluo, interessante è la struttura narrativa, comunque, meglio leggere quello che ha scritto la Bignardi.
È vero che Flaubert è riuscito a entrare nei panni di Madame Bovary tanto da poter dire "Madame Bovary c'est moi". È vero che gli scrittori, da Omero in poi, hanno parlato di esperienze altrui, in quella strana forma di metempsicosi che permette la scrittura, e che il loro mestiere è proprio ricreare con le parole i mondi virtuali in cui non sono vissuti. Ma resta curioso il fatto che un autore, Ian McEwan, si tuffi con tanto agio e un effetto di rievocazione e di ricostruzione così sconvolgente nell'esperienza intimissima di una cultura sentimentale e sessuale che non ha vissuto. O almeno così ci auguriamo per lui. Perché Ian McEwan è nato nel 1948, e ha avuto quindi la fortuna di avere vent'anni proprio in quel fatidico '68 che ha cambiato se non tutto molte cose. E che certo ha cambiato molto delle cose che Ian McEwan racconta nel suo tredicesimo romanzo, Chesil Beach (Einaudi, pagg. 136, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso).
Chesil Beach, come si vede dall'illustrazione di copertina, è un luogo affascinante - e quindi adatto alle romantiche prima notti, devono aver pensato Florence Mayhew e Edward Ponting, i due ragazzi che si amano, che hanno appena festeggiato il loro matrimonio a Oxford (ben riuscito, ne sono soddisfatti, annota il narratore) e che si sono prenotati una suite nel miglior hotel del luogo. È un posto magico, segnato da una lunga striscia di ciottoli - 18 miglia di spiaggia, annuncia ora il sito web di Chesil Beach, e 180 miliardi di sassi, che si stendono sulla costa del Dorset, al centro della Jurassic Coast, tra il mare e una laguna, e che sono ora al centro di una riserva faunistica (ecco il perché di alcune notazioni di McEwan su uccellacci e uccellini) e di una interessante industria turistica.
Ma nel libro siamo nel 1962. Florence e Edward sono due gran bravi ragazzi. Lei è una promettente giovane violinista, di buona e doviziosa famiglia, cresciuta in una casa che, dalle descrizioni, potremmo definire con una locuzione molto in voga oggi nelle riviste di arredamento, shabby chic, elegantemente cadente. Lui è un giovane e promettente storico, che proviene invece da una famiglia modesta disastrata e turbolenta e da una casa di tipico orrendo disordine e sciatteria britannici. Hanno ventidue anni. Si amano. E sono vergini.
Ebbene sì. Difficile crederci, cari lettori più giovani. Ma capitava nel non lontano 1962. Capitava, come ricorda il risvolto di copertina citando Philip Larkin, prima dell'annus mirabilis della rivoluzione sessuale (ma ciascuno, per fortuna, ha il suo anno personale in materia), quello tuttavia che il poeta indica nel 1963, "tra la fine del bando a Lady Chatterley e il primo ellepì dei Beatles".
E questo ci riporta a McEwan, e alla sua capacità di empatia. Alla sua capacità di calarsi nei microprocessi della microstoria personale. Al suo uso del tempo nella narrazione letteraria - una sorta di ralenti cinematografico portato fino all'astrazione: la minuziosa, ipnotica registrazione degli eventi che abbiamo visto in funzione in Bambini nel tempo, a pieno ritmo, e in versione quasi horror, in Lettera a Berlino, e, più recentemente, in Sabato, il suo ultimo romanzo, che si svolge tutto in un giorno.
Nel nuovo libro, McEwan prende una notte, un matrimonio da consumare (che orribile locuzione, eppure si dice così), un amore finora limitato a un petting gentile (il seno sì, ma non il capezzolo), una grande apparente affinità spirituale (i due sono intelligenti, hanno una passione lavorativa, si apprezzano reciprocamente), una ragazza inconsapevolmente ma chiaramente frigida, o quanto meno spaventata a morte dal sesso, dai gesti da fare, dall'intimità da creare, e un ragazzo inesperto e devoto, tanto devoto da aver rinunciato per quell'ultima settimana prima della nozze all'unica forma di sesso che conosce, la masturbazione, per arrivare in piena forma all'incontro con la sua amata.
E su questi ingredienti, al ralenti, lo scrittore fa la cronaca di un disastro. Un disastro personale che è però stato (se si crede al potere degli impulsi sessuali e ai disastri delle repressioni) anche il disastro di molte generazioni, il terreno di cultura di frustrazioni e ribellioni, di dolori e di eccessi, di sussurri e grida, di manifestazioni e di manifesti. Una storia esemplare di quotidiano orrore - con le migliori intenzioni. Ed è affascinante come la vicinanza del punto di vista del narratore al cuore del dramma, come se lo osservasse attraverso un microscopio, tolga ogni tocco di voyeurismo all'osservazione di questo fallito giovane amore, ogni elemento pruriginoso al risvolto sessuale della vicenda. Frammentando gli elementi della narrazione, McEwan la ricompone in un disegno diverso, nel doloroso ritratto di un'epoca nel suo momento più intimo.
Io, in quegli anni, c'ero, e, salvo le dovute e fortunate eccezioni, posso testimoniare che era proprio così, e anche peggio: la paura, l'ansia, la non conoscenza, la non confidenza con il corpo proprio e altrui, il silenzio sociale e il pudore personale che non aiutavano certo a liberarsi. Ian McEwan non c'era, o aveva tredici anni, ed è proprio della virtù degli scrittori saper ricostruire attraverso i minuti indizi la realtà in un quadro più grande. Dalla microanalisi del presente di una disastrosa notte di nozze McEwan, in un crescendo di suspense - la paradossale suspense di un disastro amoroso annunciato, che non si sa come possa prodursi, ma che si produce, e nel peggiore dei modi, nell'equivoco di qualcosa che oggi verrebbe ironizzato e perdonato -, discende nel passato e nell'analisi dello sfondo sociale che ha unito e che divide i due ragazzi, per passare poi al futuro, a quello che, nel "tourbillon de la vie", porterà Florence e Edward verso altre strade, altri destini, altre vite, altre alchimie sentimentali - seguiti dallo sguardo di McEwan pieno di nostalgia per il futuro di Florence e Edward: come è stato e come sarebbe potuto essere.
Pensavamo io e P, che di domenica mattina i bar dovrebbero effettuare servizio a domicilio. Consegna a casa di cornetti e brioche caldi.
Il cielo è splendido a quest'ora. Azzurro. L'aria è pulita. So che il mare è grosso, e un po' ne vedo dalla mia finestra. Lo era già ieri, è poi aumentato nel corso della giornata. Dalla larga vetrata dell'istituto godiamo di uno scenario davvero invidiabile, vediamo arrivare e partire navi e aliscafi. Ieri, come dicevo, il mare era di un blu forte e resistente con onde lunghe e schiumate. Sul molo arrivavano gli spruzzi dell'acqua che si infrangeva sugli scogli come una finta pioggerellina che si scioglieva nel sole di febbraio.
Stamattina mi sono davvero divertita a sentire L. difendere i Rom, di cui si sta occupando anche con la sua prossima tesi di laurea. Senza dubbio L. è il più vivace e il più informato tra quelli che insegnano materie pratiche e professionalizzanti. Ha rapidamente intonato ho visto degli zingari felici e l'intesa tra me e lui sul piano delle idee si è rafforzata. In realtà nella discussione nata tra me, A. e lui, io oscillavo tra loro due. Ho dato ragione ad A. per certe cose, mi sono ritrovata in altre con L. In ogni caso ciò che trovo più insopportabile sono i pregiudizi. Ragionare seguendo l'istinto, lasciarsi trascinare da infondate antipatie. Mi viene in mente che la filosofia dai tempi di Platone passando per Bacone ma chissà per quanti altri che, ora, in questo momento sto dimenticando, ragiona sui pregiudizi. Comunque A. è troppo simpatica e preparata per fargliene un appunto e inoltre tra le colleghe più giovani di me è l'unica a cui va la mia sincera stima.
Tra una chiacchiera e l'altra mi sono persa la luce del mare, ma ricordo quella di ieri, che era una bella giornata e questa foto scattata qualche giorno fa ne può dare l'idea.
Stamattina mi sono incantata ad osservare il volto di una giovane giapponese. Come è capitato già altre volte l'ho fatto con molta discrezione, oggi tra una capitolo e l'altro del libro che sto leggendo, Chesil beach di Ian McEwan. Il fatto è che mi piace guardarmi intorno e ricordare, anche se solo per poco tempo, quelli che mi sono seduti di fronte, o accanto. Si è addormentata sulla spalla del suo amico. Il volto disteso, comune nel tratti orientali, in quella posizione mi sembrava più bello e meno severo di quando era sveglio. Mi piaceva soprattutto il leggero colorito bruno della pelle. Esile nel suo cappotto nero è scomparsa poco dopo tra la folla. L'attendeva il giro dell'isola.
Passo velocemente da c'è come una tela di ragno diceva in cui mi sento prigioniera, ho sulla pelle qualcosa o qualcuno che senza stancarsi mai ci lavora, mi copre di fili d'argento e mi lascia da sola in mezzo alla gente...
ad ashes to ashes... funky to funky.
Sto già da troppo tempo qui e non c'è niente di interessante.
A volte sono facile all'entusiamo. Spesso mi faccio irretire dagli ideali, dalle belle parole, quelle che hanno consistenza, quelle che ti fanno intravedere delle soluzioni. Se Veltroni si esprime così, ne avrà le tasche piene pure lui. Amo chi infonde coraggio. Chi va a scovare le pagliuzze d'oro in ciascuno di noi. Chi nobilita l'essere umano. Chi vola alto. Detesto il disfattismo, chi non ha luce negli occhi, chi tarpa le ali, chi rimescola nel vomito. Detesto anche quelli che non scelgono, che non sanno, o non vogliono scegliere. Quelli che non si espongono, che non rischiano e non accettano le sfide.
"Andremo da soli anche al Senato". Walter Veltroni tronca così le ipotesi di accordi elettorali tecnici per il Senato. Il Pd, il 13 e 14 aprile, non farà alleanze con la sinistra. Andrà, da solo, contro "i diciotto partiti che formano il centrodestra". "Noi abbiamo fatto una scelta lineare - spiega Veltroni che si dimetterà da sindaco di Roma appena varato il piano regolatore - e gli italiani hanno bisogno di cose chiare. Ho letto sui giornali delle formule pasticciate, cose strane come un terzo candidato alla premiership. Capisco che tutti vogliano stare coperti, ma io credo che occorra rischiare attraverso l'innovazione". Innovazione che, dice il segretario del Pd, non può essere il Cavaliere "che si candida a presidente del consiglio per la quinta volta".
Non ci saranno accordi con la sinistra, dunque. Il Pd andrà da solo al voto. Costi quel che costi. "Continueremo a collaborare a livello locale ma a livello nazionale, su temi come la sicurezza e le missioni all'estero, le nostre posizioni sono obbiettivamente diverse. Noi ci presenteremo alle elezioni quindi per dire agli italiani: 'Se votate per il Pd ci sara' una posizione chiara e univoca'".
Parole che sono una risposta netta alla lettera inviata da Oliviero Diliberto, Franco Giordano, Fabio Mussi e Alfonso Pecoraro Scanio che, a nome della Sinistra L'Arcobaleno, chiedono a Veltroni di ripensarci: "Noi pensiamo che ora non si debba facilitare il compito della destra, consegnare a cuor leggero e su un piatto d'argento la vittoria a Berlusconi - scrivono i quattro - Per questo ti chiediamo un incontro urgente per verificare esattamente possibili convergenze ed eventuali distanze di posizioni politiche e punti di programma". Una richiesta che cade nel vuoto. Cosa che, però, non sembra turbare Fausto Bertinotti: "Rispetto la scelta del Pd, la sinistra si unisca"
La strada, dunque, è ormai tracciata. Il 16 febbraio si terrà l'assemblea costituente del Pd, poi "dal 16 pomeriggio partirà il viaggio in Italia che toccherà tutte le 110 province" dice Veltroni. Un viaggio che "sarà un tour della novità e della speranza" perché "ho la sensazione che il mio paese non voglia vedere film già visti, ma conoscere una stagione nuova". Meno tv e più piazze, spiega il segretario del Pd: "Non sono un appassionato della politica mediatica, la politica ha a che fare con il corpo delle persone, con il contatto diretto". Per questo, conclude Veltroni, "andrò in giro in tutta Italia per fare capire che c'è qualcosa di nuovo".
La sfida è lanciata. E lo slogan è pronto. Al Lingotto era il kennediano "I care", oggi la scelta cade su Obama: "Yes we can". "Possiamo vincere" assicura Veltroni. Anche da soli.
Che strana mattinata. Alle 7,00 in punto ero al porto di Napoli, ma non siamo partiti per il maltempo. Mi sono beccata pioggia e grandine. Ferma sotto la tenda del bar ad aspettare che spiovesse e poi di nuovo a casa, con due cornetti al cioccolato e uno alla marmellata. Un caffè con P. insolito per quell'ora. Erano appena passate le otto.
E' una strana mattinata. Mi sembra che sia troppo presto per fare qualunque cosa. Mi attardo davanti al computer, scrivo qualche commento. Lo stereo è acceso e mi fa sentire Bruce Springsteen. Non conosco il titolo della canzone. Ma è una delle belle, di quelle che mi piacciono e che metttono di buon umore. Poi sento una delle famose dei Simply Red. Intanto A. si è svegliata e sta mangiando il terzo cornetto.
ll cielo si è schiarito e ha i colori della foto.
(La penisola sorrentina dal porto di Capri)
Cetara. Una domenica di qualche mese fa. Questo giallo mi ricorda i versi di Montale.
"Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima. Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità. "
Oggi, il cielo sopra Napoli è ancora struggentemente striato di grigio. Da qualche balcone e agli angoli delle strade, dove si fermano i fiorai del quartiere, appare di nuovo il giallo, quello delle prime mimose.
Eh sì, ci sono già, in anticipo, come capita da diverso tempo.
Stamattina il mare intorno all'isola era splendido. Impossibile contare le mille tonalità di grigio che lambivano la costa e tutto il resto.
Il viaggio sia all'andata che al ritorno è stato tranquillo. Mentre i miei colleghi più giovani di me di sei-sette anni parlavano, riflettevo sulla differenza di età tra me e loro. Sette anni non sono tanti, eppure, a volte, li sento distanti dal mio modo di vedere. Quest'anno l numero delle donne single o bamboccione è aumentato. Alcune recitano il ruolo delle sexyandcity.
A me sembrano solo sceme. Qualcuna è solo sfigata. Un'altra soffre la solitudine. Cerca appoggio negli altri. Non ha passioni particolari. Cerca la compagnia. E' alta e grassa e comunica anche con il cibo. Abbiamo declinato l'invito a mangiare un cannolo siciliano ad altra data, soprattutto non alle 12 e un quarto. Solo una avverte in modo problematico la relazione sentimentale con un uomo.