Quando sono entrata per la seconda delle tre ore di lezione, A. e M, maneggiavano con l'iPod. Ho detto loro di metterlo da parte.
Ad una seconda occhiata mi sono accorta che non era l'iPod normale, eh no! Le dita scivolavano sul display. Si erano già connessi, tramite Safari, ad Internet. Nella scuola esiste il sistema wi-fi. Faccio appena in tempo a dire fatemi vedere cosa state cercando, che M, radiante in volto, consapevole della presa che l'oggetto avrebbe avuto su di me, me lo passa e suggerisce di cercare la festa della liberazione, il 25 aprile, di cui avevamo parlato nell'ora precedente. Essìa, dico, perchè no? Intorno alla cattedra siamo in quattro, gli altri sono seduti ai propri posti.
Cerchiamo, troviamo, leggiamo. L'Ipod touch si lascia accarezzare dalle nostre dita.
Incomincia A. Continuo io, dopo aver ingrandito il testo, ché la presbiopia avanza.
La connessione di idee è rapida come il collegamento. Perchè non vedere su you-tube "Bella ciao"? Detto fatto. Non la conoscono e allora la sentiamo, dico. Ad M. viene l'idea di prendere le casse in laboratorio, così anche gli altri possono ascoltare. Detto fatto. Bella ciao è suonata e cantata da un musicista con la chitarra, da solo. Non la conoscevano e quando mi vedono seguire il testo a memoria, sono un po' sorpresi. Sebbene mi abbiano sentito canticchiare in altre occasioni, per un lavoretto tra testo musicale e poesia, si divertono ancora a vedermi in altri "ruoli". Ogni tanto far scoprire le proprie passioni, i propri interessi, serve. A loro, e a me. Le distanze si accorciano e l'intesa (se c'è) migliora. E pensare che io imparai a memoria " Bella ciao" quando ero alle elementari.
A. è la più brava. Si ferma un attimo e mi chiede quali siano i miei cantanti preferiti.
Bruce Sprinsteen è il primo nome che mi viene in mente. IPod touch viene di nuovo sfiorato.
Nel video il Boss è giovane. Per l'aula (non solo, la finestra era aperta) risuona il ritmo di Dancing in the dark.
Eravamo partiti con Bella ciao, ieri, 24 aprile.
La scuola del futuro, forse.
È impossibile, e non sarebbe neppure giusto, guardare queste fotografie senza pensare al destino delle persone che vi sono ritratte. Le fotografie sono liquide, quel che sappiamo cambia quel che vediamo. Mario, quel ragazzino allampanato, il più alto di tutti sul muretto della colonia di Piumaggio di Monghidoro, sarà ammazzato a San Ruffillo. Mauro che vola in bici sul traguardo verrà trucidato presto, già nell'ottobre del '44. Giovanni, il dandy con la cravatta a farfallino, lo fucileranno in piazza Nettuno. E non c'è più ingenuità, non c'è più spensieratezza nei sorrisi che prestano, come doveroso, alla macchina del fotografo. È straziante, una storia fotografica della Resistenza prima della Resistenza.
La lotta partigiana non lasciò molte tracce fotografiche di sé. Troppo sospetta, potenziale delatrice, la macchina fotografica tra i "ribelli". Una bella antologia curata da Adolfo Mignemi scava dove può nel grande vuoto d'immagine della nostra epopea repubblicana fondatrice. Dove le fotografie atroci dei partigiani martirizzati, appesi ai lampioni col cartello al collo, le fotografie minacciose fatte fare dai loro aguzzini, rischiano di rimanere nella memoria più dei pochi, rarissimi autoritratti con fazzoletto rosso.
Viene in mente un altro buco nero dello sguardo sulla storia: la memoria fotografica dei lager nazisti. Quel che è rimasto, eccetto rarissimi, preziosissimi scatti clandestini, non è altro che lo sguardo dei carnefici. Nessuna fotografia della Shoah può essere compassionevole. Forse lo stesso vale per le fotografie della Resistenza in azione, perché la guerra, quando si fa l'autoritratto, resta guerra, e non può parlare di pace. "Pietà l'è morta", cantavano.
Solo la pace parla di pace. Per questo, se le cataste di cadaveri disumanizzati a Buchenwald o a Birkenau delle foto di Rodger o della Bourke-White suscitano orrore e pietà, per comprendere e piangere l'enormità dell'ingiustizia dobbiamo sfogliare gli album di Roman Vishniac, fotografo di una Varsavia ebraica di tranquilli negozietti e disciplinati scolari.
Mancava, questa immagine del modesto ma confortevole paradiso perduto, all'immaginario della Resistenza. I ritratti dei caduti che andarono a riempire le caselle (non tutte, non tutte...) dei sacrari antifascisti erano immagini senza tempo e senza luogo, erano icone dei santi martiri, quasi astratte nella ieraticità di un culto civile. Le famiglie fornirono quelle foto, perché di quelle allora c'era bisogno. Tennero nei cassetti le altre, le fotografie di famiglia, quelle della scuola, delle gite, dei matrimoni, delle passeggiate con la fidanzata, quelle dei momenti felici. Non erano foto "pubbliche", non si confacevano alla solennità celebrative, e un pudore giustificato le ha sottratte per anni alla conoscenza di tutti.
Lo slancio con cui è stato accolto l'appello di bologna.repubblica.it dice che è arrivato per queste immagini il momento di mettersi a parlare. Nella loro apparente insignificanza, hanno una cosa importante da dirci: che quelle promesse di futuro, quelle esistenze di ragazzi ancora incerte tra i bivi della vita, avevano diritto a un'altra storia, a non essere costretti a prendere le armi e a perdere la vita lottando per un'altra Storia.
Sono documenti, queste foto, di un diritto rubato. Raccontano l'inizio di quel furto intollerabile: quando i grembiuli scolastici, magliette sportive e giacche di tweed lasciano il posto alle divise grigioverdi di una guerra stracciona. Si fermano sulla soglia di una scelta di vita che non riusciamo a leggere in nessuna delle fotografie spensierate di prima, la scelta di dire no e di mettere in gioco tutto; perché la fotografia questo, di vedere dentro l'anima degli altri, a dispetto di tutte le sue pretese, non lo sa fare. Però a volte ci costringe a guardare dentro la nostra.
Michele Smargiassi.
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Vi immagino a passeggio per il centro della città. Seduti ad un tavolino di un bar, a mangiare un gelato, a bere un caffè. Vi immagino stravaccati sul divano, a dormire. Tra un po' uscirete per incontrare i vostri amici, per andare al cinema. Qualcuno sta pensando di andare al supermercato, qualcun'altra sta uscendo proprio ora dal parrucchiere. Solo oggi pomeriggio ha avuto il tempo di recarsi. Chi blogga, chi legge, chi scrive, chi lavora, di sabato pomeriggio.
Io, invece, oggi pomeriggio, ho a che fare con il folletto, con il secchio, lo straccio, la lavatrice e i panni da piegare. Eh sì!, perchè la bella ucraina del sabato mattina ha dato forfait. Aveva mal di stomaco. E quindi eccomi qua! Con i capelli legati che fa un po' più caldo di ieri, un pantalone comodo addosso, a lavare fuori, sui balconi, il pavimento del salone, a spostare divani ecc. ecc.
Scopro così che io la "casalinga" non la so più fare. Non che l'abbia mai fatta a tempo pieno. Ho iniziato a lavorare piuttosto presto appena laureata. C'è stato però un tempo che quasi mi piaceva ordinare la casa. Non sto a scomodare Hegel e la dialettica servo-padrone, in base alla quale è il padrone a diventare dipendente del servo. Il fatto è che ho davvero perso dimestichezza con la mazza, con la scopa, con la straccio ecc.ecc. Perchè sto qui secondo voi? Mentre pulivo, spolveravo ecc. ecc. pensavo a cose inutili e stupide. Il pensiero infieriva contro di me rendendomi il lavoro manuale ancora più pesante. Erano quelli che per un lungo tempo Roquentin ha chiamato pensieri molesti. Fastidiosi perchè inutili. Che mi importa della tale collega con la quale ho parlato stamattina? O degli stronzi che ci sono sui blog? E delle cose da fare poi? Ancora peggio. Mi sembra di non avere mai tempo. Prima di parlare da sola, (a volte mi capita, me ne esco con un' imprecazione, che è la parte finale di pensieri ultramolesti), mi sono chiesta come potessi staccare. Non ho gelati in casa, chè sarei ricorsa a quelli, anche per premiarmi dello sforzo fisico che stavo facendo. Non ho l'abitudine di parlare dal balcone con un'altra che come me sta facendo le pulizie. Proprio di sabato pomeriggio, poi. Gli unici rumori che sento in lontananza sono i clacson delle macchine di quelli che vanno a fare shopping, al centro. Allora eccomi qua, a scrivere le cazzate che attraversavano la mia mente. E penso sempre più spesso che mi piacerebbe avere una casa in stile spartano (solo l'essenziale) o secondo quello degli antichi romani che dipingevano solo le pareti e avevano poco mobilio.
Buona serata

Ecco, vorrei stare lì. Sdraiata su quel lettino in riva al mare.
Mi basterebbero il sole e il mare lucente di ieri. Oggi era di nuovo tutto grigio. Ne ho ammirato, come d'abitudine, le mille sfumature, dalla prospettiva dell'isola. Ora però ho bisogno di sole, di tepore primaverile. Come quello di ieri.
Dovunque si parla, si commenta, si straparla. Frammenti di discorsi, mentre passo da un canale all'altro. Su alcune facce mi verrebbe da vomitare.
Non sarà
un'avventura
non può essere soltanto una primavera
questo amore
non è una stella
che al mattino se ne va,
oh no no no no no no.
E' stata un'elettrizante scommessa?
C'era la piazza, stasera. C'era eccome, gremita e piena di gente semplice. Facce pulite e serie. Giovani accompagnati dai loro genitori ultraquarantenni. Signore anziane di quelle che non hanno mai mollato. Che capivano le allusioni politiche dei discorsi di D'Alema e poi di Veltroni. Il linguaggio della ragione e della speranza sta funzionando. Io incrocio le dita, comunque, anche se ho la forte impressione che si può fare.
Piove, piove. Pioggia storta.
La tipa di fronte a me porta via i panni stesi sullo stendino.
Avrei voglia di leggere. Di continuare il viaggio nell'antica Roma ai tempi di Tiberio. Il divulgatore è Alberto Angela. Avrei da leggere anche i quotidiani. Stanno di là.
Potrei, se smettesse di piovere, scendere.
Potrei mangiare un gelato al cioccolato. Per me è la stagione. La stagione dei gelati, che dura fino agli inizi dell'estate. Potrei dare un'occhiata alla programmazione nelle sale cinematografiche. Non escluderei quella su Sky.
Avrei da correggere tre pacchi di compiti. Ma sarebbe triste.
Potrei andare alla Feltrinelli, alle 18.00, c'è sempre qualcosa.
Ascolterei volentieri.
Crollano i privatisti e "spariscono" gli "ottisti". Ecco i primi dati sugli esami di maturità 2008 che vedrà al via quasi mezzo milione di studenti, con un boom di candidati stranieri: il 30 per cento in più rispetto all'anno scorso. Ma, da questi primi dati sulla tornata 2008, quello che salta immediatamente all'occhio è che, in appena due anni, il ministero della Pubblica istruzione è riuscito ad arginare il fenomeno dei diplomifici, riportando il numero dei candidati esterni ai valori del 2000, prima cioè che le riforme del governo Berlusconi facessero esplodere il fenomeno.
Per raggiungere l'obiettivo, a Giuseppe Fioroni, ministro della Pubblica istruzione, sono bastate due mosse: reinserire le commissioni miste e varare norme ancora più restrittive sulle sedi (scuola statale e paritaria) in cui i privatisti saranno chiamati a sostenere l'esame e sui saltanti per merito, previsti dalla riforma Berlinguer.
"Saranno un terzo in meno rispetto al 2006 i candidati esterni agli esami di stato 2007/2008", comunicano da viale Trastevere. Nell'estate 2006, quando ancora l'esame veniva condotto da una commissione composta da soli prof interni (anche nelle scuole paritarie) e dal solo presidente esterno, i candidati con preparazione "fai da te" superarono le 36 mila unità. Fra due mesi saranno meno di 25 mila: 24.885, per l'esattezza. Il boom riguardò i privatisti che optavano per le scuole private.
Riguardo agli ottisti (coloro che per meriti scolastici possono approdare direttamente alla maturità saltando la frequenza dell'ultimo anno) la situazione è paradossale. Nel 2006, si contarono 1.667 studenti che, promossi allo scrutinio del penultimo anno con "almeno otto decimi" in tutte le materie, per merito fecero l'esame risparmiando un anno di fatiche.
Quest'anno, di questi veri e propri geni (che devono anche dimostrare la media del 7 nei due anni precedenti e nessuna bocciatura) se ne contano appena 86, un valore venti volte più piccolo rispetto a due anni fa.
"Le cifre sui candidati privatisti e ottisti - dichiara Fioroni - fanno un po' di chiarezza sulla differenza che passa tra i bravi e i furbi: le nuove norme hanno consentito di valorizzare i primi con premi alle eccellenze ma anche di "stanare" i secondi". "I dati dimostrano - continua l'inquilino di Palazzo della Minerva - che lo sforzo per ridare serietà e regole sta dando i suoi frutti: una scuola seria è quella che riesce a dare pari opportunità a tutti ma è anche in grado di premiare i più meritevoli. E una scuola seria, che funziona, non può tollerare scorciatoie e furbizie".
L'identikit dell'aspirante al diploma non è cambiato molto in 12 mesi. Il 51 per cento dei candidati è donna e 68 su 100 hanno 19 anni d'età. Ma ci sono anche 140 mila ragazzi (il 28 per cento del totale) che hanno 20 anni e più, sono cioè ripetenti o pluriripetenti.
Quelli "in anticipo", i diciassettenni, sono 20 mila: perlopiù nel mezzogiorno (16 mila). Il prossimo mese di giugno gli stranieri che aspirano alla maturità saranno 12 mila, nel 2007 furono 9 mila. Tre su quattro sosterranno l'esame davanti alla commissione di un istituto tecnico o professionale. Saranno in maggioranza rumeni, marocchini, peruviani, tedeschi e cinesi. Che, a differenza dei loro compagni italiani, si presenta all'appuntamento con uno o più anni di ritardo: i diciannovenni sono solo il 27,4 per cento. Sosteranno un normale esame anche 6 mila alunni diversamente abili e non vedenti, di cui 52 non vedenti, per cui il ministero appronterà apposite prove in carattere braille.
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A me piace pensare che gli sia arrivato sotto forma di messaggio telepatico.
Stamattina sono passata per via Chiaia e davanti al Teatro Sannazaro c'era un po' di folla. Abbiamo letto che c'era Massimo D'Alema, capolista del Pd per Campania 1. Ci siamo infilati dentro. La sala era piena. Siamo arrivati proprio nel momento in cui D'Alema si è alzato e ha cominciato a parlare. Ho notato subito un taglio di capelli un po' diverso ma la cosa è passata in secondo ordine, cercavo di seguire il discorso, non per molto, in verità, avevamo un'altra meta e non era presto.
Lungo la strada abbiamo comprato Il Mattino e nella pagina dedicata al tour campano che D'alema sta facendo in compagnia della stampa estera, per restituire un'immagine più vera ad una regione umiliata da monnezza e mozzarella alla diossina, in alto veniva riportata una piccola frivolezza, sul nuovo taglio di capelli di Massimo D'Alema. Leggo che conversando con i cronisti ha ammesso di avere un taglio più giovanile."Tutto merito del barbiere di Bari". Finalmente 'sto barbiere l'ha convinto!
Era da tempo che mi dicevo che avrei visto meglio il nostro ministro degli esteri con un capello un po' più fascion. Il barbiere deve fare di più, però. Troppa cautela. Ha lasciato la parte frontale più folta. Coraggio, cambiamento!!
Le invasioni barbariche: puntata contro l'astensionismo.
Emma Bonino e Flavio Soriga, ospiti di Daria Bignardi, hanno invitato, in modi e tempi diversi della trasmissione, ad andare a votare.
Votate, votate, votate Walter.
L'Orion è grande e spazioso. C'è poca gente. La stagione estiva è ricominciata. Gli orari sono cambiati. Le corse sono aumentate. I turisti sono ritornati, accompagnati dalle guide. Gli aliscafi restano, però quasi vuoti.
It's just a temporary thing it's just a temporary thing canta Lou Reed. Il ritmo è incalzante e arrabbiato come il testo. Siamo tutti sparpagliati. Chi seduto qua, chi seduto là.
Hey now bitch
now baby, you better pack your things
get outta here quick.
Maybe your blood's getting ah, too rich
It ain't like we ain't never seen
this thing before
And if it turns you
bend around then you better hit the door.
But I know, oh, it's just a temporary thing
Oh yeah, it's just a temporary thing.
Canta ancora Lou Reed. La risento. Il mare è un po' mosso. Giornata faticosa. Di nuovo incomprensioni tra un collega e la classe. Proposta di sospensione. Domani verrà il Dirigente scolastico. Il mare da un lato è grigio e dall'altro è azzurro. Subisce gli umori del cielo.
Ah-huh, it's just a temporary thing
Oh yeah, been there before
just a temporary thing
It's just a temporary thing
Ah bitch, get off my kids
temporary thing. Di nuovo la voce arrabbiata di Lou Reed. Siamo al molo Beverello.