Così se ne vanno gli uomini che proprio non riescono a fare tutto quel che si vuole da loro: farfalla in gioventù e bacherozzo alla fine.
Cèline, Viaggio al termine della notte.
Ieri sera sono stata alla presentazione di Napoli dei molti tradimenti di Adolfo Scotto Di Luzio alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri. Claudio Velardi, Marco Demarco, Paolo Macry e Titti Marrone ne hanno parlato con un pubblico attento ma anche strampalato per gli interventi di alcuni anziani ascoltatori. Sono state dette molte cose, alcune forti e degne di ulteriore sviluppo, magari in altra sede. E' un libro che ci colloca fuori dagli stereotipi prodotti su Napoli ed è questo, secondo me, un grande pregio, anzi tesi forte del libro è che proprio l'eccessivo raccontare di Napoli e su Napoli ha nuociuto molto alla città.
Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno ha colto, a ragione, il significato del libro nel suo porsi oltre i consueti schemi dualistici (Inferno- Paradiso, borghesia- plebe, luce-ombra). E' un libro con una visione pessimistica, e arriva quando il sentire comune della città è piuttosto basso, ma ben vengano sempre le opere di disvelamento o di verità.
Concludo con una nota personale che mi viene in mente ora, mentre rifletto su quanto sto scrivendo. Io questa città ho incominciato ad amarla veramente solo da qualche decennio, (sono nata e cresciuta in provincia) sebbene già a quattordici anni ne respirassi l'aria, frequentavo allora un noto liceo napoletano, comunque il mio contatto con la città era parziale. L'università (filosofia) poi, mi faceva percorrere mentalmente altri sentieri. Percorsi europei, mitteleuropa soprattutto. Il mediteranneo come metafora, ma non solo, è stata una scoperta post-università. Insomma mi viene il dubbio che tante altre possibilità sono state negate alla nostra città, in nome di quella presunta dimensione dualistica che per troppi anni ha predominato come schema mentale e politico. Forse ha ragione Scotto Di Luzio, Napoli è stata fin troppe volte tradita.
Musica maghrebina sul n.1, con il cellulare, voce alta.
I due ragazzi che l'ascoltano provengono da un altro paese. Le persone che gli stanno intorno non fanno caso, nè sono infastidite. A me piace, e, penso che il motivetto che si diffonde nella parte anteriore del pulmann climatizzato sia il giusto sfondo musicale per questa giornata ancora calda, una giornata lavorativa iniziata tardi e terminata presto. Le aule erano deserte. Gli alunni sciamavano ancora sui motorini, quando sono arrivata.
Sul pulmann divido il postoemezzo dapprima con una signora anziana, con diversi scatoloni tra le mani. Mi dice che le fanno male le ginocchia. Ha insistito lei che mi sedessi al suo fianco, io glielo avrei ceduto per intero, il postoemezzo. Scende dopo un po', e cede il posto ad un'altra signora. Questa parla di Trento con il suo accompagnatore, lui parla di Napoli come di una città seviziata. Scendono di fronte al porto.
Ho visto
La classe
Alcune delle situazioni descritte nel film fanno (hanno fatto parte) parte del nostro comune quotidiano. Richiamare l'attenzione degli alunni con un piglio deciso e fermo, per esempio. Ricordare che in classe non si portano occhiali da sole, cappellini e non si dondola sulla sedia, altro esempio. Quando si prendono in giro tra di loro, occorre intervenire, eccome! E' quanto mi viene in mente ora, ma non basterebbero i Cahier de doleànce
Poi si fa lezione e c'è chi ti dice che ha dimenticato la penna. Dopo dieci minuti sono già stanchi.
Ho lavorato in certe scuole dove un alunno una volta si avvicinò minaccioso e mi fu talmente vicino da guardarlo fisso negli occhi. Non ho mai avuto paura di loro. Gli dissi che doveva mettersi subito a sedere, la tensione fu alta, quella volta. Ma non fu l'unica volta che ho visto comportamenti inadeguati e scorretti al limite del vandalismo. Le periferie le conosciamo un po' tutti. Tutte le periferie del mondo si somigliano.
Nel film c'è una scena per me molto toccante. Quella in cui la mamma di Souleymane è a colloquio con il preside e i docenti. Capisce il francese ma non lo parla. Il figlio fa la traduzione. Una donna che non capisce la logica della scuola frequentata dal figlio che continua a ripetere che suo figlio è un bravo ragazzo, che in casa si dà da fare e altro, è un pugno nello stomaco. Due mondi diversi, due sistemi educativi diversi. Il senso di sconfitta della scuola. L'esclusione di Soulymane.
Non so se condividete, ma ieri sera, la puntata di Annozero senza
politici, non era niente male.
C'è un punto del libro di Francesco Durante, Scuorno, che mi è piaciuto più di altri, perchè mi sembra maledettamente vero e metafisico nello stesso tempo.
Eccolo
Mi accadde una volta di pranzare a Ravello, proprio davanti a quella vista, con il regista Wim Wenders, che di quel panorama mi parlò in termini negativi. Sì, è ovvio, riconosceva la bellezza di quanto gli si apriva davanti agli occhi, eppure se ne sentiva schiacciato, annichilito. Tutto era così perfetto, e così "pieno", da risultargli immodificabile, dunque - lui non disse la parola, ma il senso era senz'altro questo - di fatto come morto. Questa è una cosa di cui noi meridionali troppo spesso non ci rendiamo conto: che tanta parte di ciò cui attribuiamo il maggior carattere di vitalità, di colore e suono della vita, della vita vissuta, la vera piena con cui ci assale in una evidenza palpabile e quasi travolgente, in realtà non c'è, o è divenuto pura apparenza, o almeno vano gioco di falsi movimenti. Dove vanno le migliaia, i milioni di motorini che sciamano per ogni viale, strada, vicolo o strettissimo andito della città di Napoli? Che cosa produce questa frenesia che non si placa nemmeno a notte fonda? Che cos'è questo sferragliare, questo martellare, questo sfrigolare se non un colossale girare a bacante (a vuoto), e come l'animata messinscena di un presepe che ripete i suoi effetti speciali di realismo solo che venga azionato l'interruttore giusto? In realtà, nessuno sta veramente muovendosi, nessuno sta veramente producendo, nessuno sta veramente facendo qualcosa. Ci sta provando, magari, ma lui per primo mantiene grosse riserve sull'effettiva efficacia di quel movimento, e soprattutto sul senso complessivo di quei gesti, sulla stessa possibilità che abbiano un qualche senso. Il meccanismo è intensamente corale e insieme celibe, e non si inceppa per il semplice motivo che è esso stesso un inceppo.
Non ho molto da dire, nè da raccontare. In questi giorni si lavora.
Di pomeriggio organizzo le lezioni, seguo mio figlio P. nei compiti (è al primo anno del classico). Se posso vado in palestra. Se ho voglia, metto ordine in casa, faccio la spesa e cucino.
Di mattina sono a scuola. Le classi sono numerose. In questa prima fase è necessario chiarire subito come si intende lavorare. Cerco di intercettare gli accordi giusti. A volte osservo, ma tutto mi sembra molto uguale a prima. La cordialità fa bene, ma spesso il sorriso è solo di facciata. Chi se ne frega. Non si può essere amici di tutti. Se poi dovessero nascere sintonie particolari sono la prima a cambiare idea e parere.
E' faticoso impostare relazioni con gli alunni da una parte, con i colleghi dall'altra. L'alternativa è la monade. Si può anche lavorare così. Ma non è il mio caso.