
Primo, perché è piuttosto spregiudicata (un atto di sodomia, con protagonista Moretti e l'amante Isabella Ferrari). Secondo, perché non sono attori qualsiasi quelli scelti per interpretare i personaggi di Pietro Paladini, il protagonista, e di Eleonora Simoncini, la donna che Pietro, all’inizio della vicenda, salva in mare nel momento esatto in cui sua moglie, a casa, sta morendo. Moretti non è solito mostrarsi nudo, e neppure in scene erotiche. Isabella Ferrari, sex symbol del cinema nazionalpopolare durante l’adolescenza (a 17 anni era Selvaggia nel film dei Vanzina Sapore di mare), passati i quarant’anni vive una seconda carriera come interprete di film d’autore: l’abbiamo vista l’anno scorso in Saturno contro di Ozpetek, che l’ha voluta, questa volta come protagonista, anche nel nuovo film appena girato, Un giorno perfetto (tratto dal romanzo di Melania Mazzucco).
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Sono proprio curiosa di vedere come è venuto il film. Il libro non mi piacque molto.
Irina Palm è un gran bel film. Senza sbavature, asciutto. Certe situazioni mi hanno ricordato lo stlie umoristico di uno scrittore molto popolare in Inghilterra, Alan Bennett, autore di La sovrana lettrice, che ho letto di recente. Mi è piaciuto quello che ha scritto Paolo Mereghetti, a proposito di Irina Palm.
Sabato ci siamo ritrovati a casa di Anna. Abbiamo visto Il bagno turco di Ferzan Ozpetek. Ne è nata un'interessante discussione. Ciascuno di noi porta qualcosa di sè negli interventi che seguono dopo la visione del film. La propria sensibilità, i propri interessi, l'approccio alla vita, oltre che la propria formazione culturale. Anche il modo di intervenire è diverso per ciascuno di noi, naturalmente. Si va da quello chiarificatore e controllato a quello leggermente provocatorio, da quello emozionato e passionale a quello divertente e ironico. Insomma, quando tutti sono in vena ne esce fuori una bella orchestrina. Tra le cose dette, una mi è sembrata adeguata alle discussioni che si intrecciano sui blog. Ed è per questo che la propongo qui. Non so quanti di voi hanno visto il fim. Non svelo un segreto se dico che la storia narra un amore omosessuale, oltre che altri importanti aspetti. La domanda che è nata all'interno del gruppo è stata la seguente. Perchè quando il proprio marito o il proprio fidanzato o compagno lascia una donna per un uomo si è meno gelose? Ad alcune di noi era chiaro che quando si verifica il caso di un amore eterosessuale, la reazione più immediata è il confronto (Che cosa ha Lei che io non ho? Più bella? Più intelligente? Più simpatica?). Dal confronto nascono anche le eventuali strategie per recupere il terreno perduto. Ma quando dall'altro lato hai un uomo, o una donna nel caso fosse un uomo ad essere abbandonato, cosa si fa? E' più spiazzante e nello stesso, ci si sente meno sconfitte, secondo me. Io e l'altro siamo su due terreni differenti. Non c'è partita, ecco. E forse c'è meno dolore.
Finalmente ieri sera, al cinema Delle Palme, sono andata a vedere La giusta distanza di Carlo Mazzacurati. La sala era quasi piena e a riempirla erano soprattutto bacucchi del quartiere. Una di queste, seduta al mio fianco, non ha fatto altro che commentare con il marito come se fosse nel salotto della propria abitazione.
E' un film che si lascia vedere, che prende. Solo che poco prima che finisse la prima parte già sapevo dove e come la storia andava a parare. Quasi scontato direi. Comunque, tutto sommato, gradevole e poi ho subito pensato al risvolto e all'uso didattico.
Questo è il film che ho visto ieri sera, con i miei amici del "Cenaforum". Mi è piaciuto. Avvincente pur nella sua lentezza.
La generazione rubata (recensione da FilmUp.com)
I primi anni del secolo scorso le autorità australiane dovettero affrontare due problemi di difficile soluzione. Il primo era l'abnorme proliferare dei conigli, introdotti dagli europei assieme ad altri flagelli come la varicella o il comune raffreddore, e il secondo era costituito dalla nascita dei meticci procreati dagli accoppiamenti tra bianchi ed aborigeni. Il primo problema fu risolto costruendo una recinzione che attraversando il continente da Nord e Sud (la Rabbit Proof Fence, che dà il titolo originale al film) impediva ai conigli di razziare le terre coltivate; il secondo problema fu risolto deportando i piccoli "mezzosangue" in colonie, una sorta di campi di rieducazione, dove venivano "preparati alla loro nuova vita nella società dei bianchi" e, soprattutto, permettendo loro di avere rapporti sessuali solo con "esemplari" di razza bianca. In tal modo, si assicurava la costante depurazione, di generazione in generazione, della loro componente aborigena. "La generazione rubata" di Phillip Noyce tratta della storia vera di tre bambine - raccontata in un romanzo dalla scrittrice Doris Pilkington Garimara - che, allontanate dalle loro famiglie e deportate nel campo di Moore River, riescono a fuggire e a tornare dalle proprie famiglie soprattutto grazie alla tenacia ed all'astuzia di Molly (Everlyn Sampi) la più grande delle tre bambine.
Il regista australiano, dopo il successo di film come "Sotto il segno del pericolo" o "Il collezionista di ossa", si dedica anima e corpo alla realizzazione di questa opera vestendo anche i panni del produttore e lo fa con le caratteristiche che gli sono proprie. Infatti, pur investendo molto sull'aspetto sociologico ed umano della vicenda, non rinuncia a condire il tutto con una certa suspence drammatica. Il duello tra l'intelligente Molly e Moodoo (David Gulpilil) la guida aborigena incaricata di ritrovare le bimbe fuggitive ne è un esempio. Ma anche le riprese dall'alto di una terra piatta e assolata, gli inseguimenti al buio tra la vegetazione in una notte illune, l'uso frequente del grandangolo ad immortalare personaggi e paesaggio, restituiscono allo spettatore la giusta tensione senza la quale il film rischierebbe di risultare un pò lento e poco avvincente.
Un film di denuncia ed un grave atto di accusa, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, nei confronti della presunte civiltà dei bianchi, le cui mefitiche ragioni sono esaurientemente rappresentate dal personaggio di A.O. Neville - interpretato da un caustico ed irreprensibile Kenneth Branagh. A.O. Neville, il "diavolo" come era chiamato dalle popolazioni aborigene, era il funzionario addetto al "programma" di "tutela degli aborigeni" e che supervisionerà la caccia alle tre bambine poi abbandonata solo "per mancanza di fondi".
Un capitolo a parte meriterebbe la musica di Peter Gabriel. Qui mi limito a dire che l'ascolto delle composizioni dell'ex Genesis, molto utilizzate da Noyce durante gran parte delle sequenze, giustificano da sole il prezzo del biglietto.
Molly Craig, oggi ottantaquattrenne ed alla quale sono state a sua volta sottratte due figlie negli anni successivi - sì perché, incredibile a dirsi, ma questa pratica è andata avanti fino al 1970, il che significa che mentre in Europa scoppiava la contestazione giovanile del sessantotto e noi ascoltavamo i Beatles o i Rolling Stones, nella civilissima Australia si deportavano bambini... - ha dichiarato queste semplici, lapidarie parole, più forti di qualsiasi programma di protezione, più robuste di qualunque idea malsana: "Conoscevo mia madre. Volevo tornare a casa da lei."
Leggete il servizio di Stefania Rossini su l'Espresso di questa settimana. "Tanti baci senza un perchè".
L'articolo è ironico e divertente. Fustiga quello che è diventato un rito dei nostri tempi. Lo sbaciucchio è contagioso. Prende tutti. Non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche in questa parte della rete siamo adusi allo smack virtuale, ai bacini bacetti e bacioni. Giovanissimi, giovani e meno giovani ne sono dipendenti. Basta passare davanti a un liceo di mattina, al momemto dell'ingresso: ragazzi e ragazze che non si vedono da meno di 24 ore, sono lì, a baciarsi in una serie di saluti incrociati per classi di età e gruppetti di appartenenza. Stessa scena a cena in casa di amici. Ci si bacia, senza un perchè, senza conoscersi.
Tornatore dedicò un'intera sequenza ai baci celebri del cinema, in Nuovo cinema Paradiso.
Il servizio di L'Espresso offre, a piè di pagina, una folta carrellata di baci storici celebri e compromettenti. Da quello tra Breznev e Honecker a quello televisivo tra Del Noce e Fiorello. Da quello cinematografico, il più lungo e appassionato, tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorius, a quello elettorale di Salvatore Cuffaro "vasavasa". Da quello giudiziario di Giulio Andreotti a quello recentissimo e telefonico di Gianpiero Fiorani.
A me i baci piacciono. Anche quelli Perugina.
Ecco i negozi. E' lunedì pomeriggio, mi trovo a via Toledo. Mi fermo a guardare le vetrine di quel negozio che dà su Piazza Trieste e Trento. Entro. Mi giro intorno. Tocco cappottini neri. Il tessuto è morbido. Non altrettanto il prezzo. La qualità la senti, la percepisci al tatto. Lo stile è essenziale. Pratico ed elegante. Entro in questi negozi, mi giro intorno, scelgo un capo da indossare, lo provo, ed esco. Qualche volta faccio così. Quando è presto. Solo quando ho sbrigato prima la cosa per cui sono uscita, prima del previsto. Entro, mi giro intorno, tocco. Provo un trench. E' di linea classica. Il colore è quello. E' kaki.
La commessa, ma forse era quella che gestiva il negozio, è di Genova. E' cordiale e per poco non mi fa una relazione scritta sul risvolto delle maniche che sono un po' lunghe, vanno accorciate in questo modo. I bottoni dietro si aprono per quando ci si siede. Di spalla va bene, se si vuole indossare una giacca, sotto, con il freddo. La lunghezza è giusta. Copre le gonne.
Mi giro davanti allo specchio. Non è male. Ci devo pensare. Ringrazio. Lei sorride, io ricambio. Esco.
L'auto corre veloce lungo via Domiziana, attraverso la terra dei mazzoni, la terra dei bufali e della mozzarella. Si passa attraverso luoghi di mare, quelli dell'infanzia di ieri e quella di oggi, degli altri, forse di tuo figlio che siede davanti. Si corre con la musica. (E poi di lui s'innamorò perdutamente il suo impresario e dei balletti russi...E poi di lui si innamorò perdutamente e dei balletti russi). Si oltrepassano le varie Baie. Baie di che? Il nome evoca litoranei californiani ampi e soleggiati, onde lunghe che si infrangono sulla sabbia che qui dorata non è stata mai. Ma sottile sì, sottile tanto che ti si appiccica alla pelle e devi strofinare con un pareo per levarla. Si passa sopra il ponte, si legge la scritta che separa il confine campano da quello laziale. La direzione è quella, Roma, e ti sembra di stare già altrove. Si incomincia a salire non prima però di una fermata ad un autogrill desolato, in aperta campagna. Un caffè, servito da una donna abbastanza giovane con l'accento straniero, scura di pelle, non molto alta e grossa di petto. Le mosche ronzano sul banco mentre con la mano tenti di non farle poggiare sulla tazza da caffè e ancora prima sul bicchiere d'acqua. Potresti essere sul set cinematografico di "Bagdad cafè" se non fosse che mancano il caldo asfissiante, almeno oggi, la polvere che volteggia nell'aria, la donna grassoccia che mette ordine nel locale sgangherato, tra innamoramento e disorientamento e "calling you". La spiaggia è quella che frequenti, ad inizio di ogni stagione, da molti anni e non sai dire perchè. E' lontana. Ma sai che che l'acqua è più limpida, come oggi. Il mare è calmo, piatto. Ti sei bagnata a metà, è fredda e di sole non ce n'è che un po'. Quello che squarcia il cielo coperto di nuvole che vengono chissà da dove e che stanno lì, ferme e strette l'una all'altra. Per poco tempo, troppo poco tempo, si intravedono raggi di sole, mentre il tuo malumore cresce. Una giornata senza sole e con qualche goccia di pioggia.
Pensato e scritto ascoltando "Calling you" di Jevetta Steele, of course, e Clocks dei Coldplay & Buena Vista Social Club. Ballate con me.
Detesto i soprammobili. Voi interpretate come vi pare.
Nell'Assedio di Bernardo Bertolucci (1999), Shandurai è una giovane africana, studentessa in medicina, che lavora come colf in casa di un pianista inglese, Mr. Kinsky. La storia è ambientata a Roma in un appartamento che affaccia su Trinità dei Monti. La dimensione verticale dello spazio (la scala a chiocciola) ha un suo significato, almeno credo. Nel corso della storia tra i due protagonisti nasce una relazione, fatta di un guardarsi di nascosto, di un parlarsi senza parole, di un comunicare con gesti, con azioni. Tra queste, ricordo le scene in cui un po' alla volta la casa si svuota di tutti i soprammobili che Shandurai spolverava con estrema calma, tutti i giorni. I soprammobili scompaiono. E' una forma di linguaggio. Due mondi diversi che si avvicinano. Quello che Shandurai si è lasciata alle spalle, un paese sotto regime dittatoriale, un marito prigioniero dei militari, e quello artistico e solitario di Mr. kinsky.
Ogni volta che metto un po' di ordine in casa come sto facendo in questi giorni, mi viene in mente questo film e penso a quando Tania, che viene dall'Ucraina, si ritrova a fare lo stesso lavoro, di sabato, come stamattina.

Il più bravo attore italiano. Non del tutto valorizzato. Visto qualche mese fa in Notturno bus.
La parte di guidatore di autobus, da e per l'aeroporto di Fiumicino, non è di quelle che consentono piacionerie: o hai talento, o ti confondi con la tappezzeria. (Mariarosaria Mancuso)
Questa sera ha queste note musicali.
Se non dovessi andare a prendere mio figlio P. me ne starei volentieri a casa a rivedere Smoke di Wayne Wang. Prima però Letter from home di Pat Metheny.
Cercavo un'altra canzone Io mi fermo qui, cantata dalla Vanoni. Non l'ho trovata. Intanto nella mente avevo anche Remedios, proprio quella che fa parte della colonna sonora di Saturno contro. Su questo film ho già detto la mia opinione sui blog di amici. Mi andava di sentirla, questa canzone, e forse di rivedere i personaggi di Saturno contro.

Le vite degli altri di Florian Henckel Von Donnersmarck è un gran bel film. L'ho visto qualche giorno fa all'Ambasciatori in una sala sufficientemente gremita se si considera che è lì da diverse settimane. Temevo di perderlo. Ci tenevo a vederlo già da tempo, avevo avuto sentore che si trattasse di una bella storia, sapevo che era stato premiato agli Oscar2007 come miglior film straniero. Prima di vederlo non ho letto nessuna recensione, forse sapevo che era sullo spionaggio e nient'altro. E' la storia di Gerd Wiesler, agente della Stasi, la famigerata polizia segreta, attiva e operosa nella DDR, prima della caduta del muro di Berlino. Nella parte di Gerd Wiesler c'è l'attore Ulrich Muhe, che non conoscevo e che ho trovato azzeccato nel ruolo dell'agente segreto, gelido e canaglia. Gerd Wiesler è specializzato in interrogatori e nella sorveglianza di sospettati politici, intellettuali e scrittori dissidenti. Gli viene affidato l'incarico di sorvegliare la vita quotidiana dell'autore teatrale Georg Dreyman e della sua compagna, l'attrice di teatro Christa Maria Sieland. Dall'osservazione e dall'ascolto di quello che avviene nell'appartamento, abitato dalla coppia, ne uscirà cambiato, al punto da imprimere alla vicenda una piega inaspettata e drammatica. Questa, in soldoni, la trama. C'è, dunque, una bella storia e bell'intreccio in questo film. Suggestiva è l'ambientazione che fa da sfondo all'agire dei protagonisti, (viali alberati desolanti, aula universitaria asettica, appartamento pieno di libri, macchina da scrivere e penna per l'autore di teatro Georg e poi citazioni di libri e di opere musicali). Insomma un bel film, forse il migliore tra quelli visti quest'anno.
Durante la mi breve assenza godetevi questa passeggiata in vespa e ascoltate questa suggestiva canzone. Accompagno i discipuli (sic!) in viaggio, a Torino e a Genova.
Nanni Moretti mi piace molto in questo film. C'è un po' di ciascuno di noi in lui. Le nostre manie, le nostre riflessioni, i nostri sogni.
Non ho avuto molta voglia di raccontare in questi giorni. Nè di leggere i post degli altri, eccetto quelli dei più cari. Mi capita di preferire il silenzio, perlomeno qui, in questo luogo. Ho ascoltato della buona musica con l'IPod, sono arrivata puntuale e non stressata dal traffico. Ho percorso, a piedi, l'ultimo tratto che va da piazza Amedeo a piazza dei Martiri, guardando i negozi e le facce degli altri, alcuni erano volti noti, altri non potevano che essere sconosciuti. La bella stagione è arrivata, aspetta primavera Bandini e con essa il proposito di coprire con un velo i miei pensieri per poi disvelarli a qualcuno, solo a qualcuno. Ho rivissuto le sensazioni di quando tornavo a casa da scuola, nel pulmann, allora, ero una ragazza. Il passato mi parla, il futuro un pò meno, o forse sono io che gli chiudo troppo spesso la porta in faccia.
Ho visto Il Caimano qualche sera fa. Mi è piaciuta più la prima che seconda parte. L'ho trovata più equilibrata. Il resto è molto morettiano. Non tutto mi piace di lui, ma poco importa, Moretti mi è molto simpatico e pensare che quando ero al liceo e uscì Ecce bombo, ad una mia amica che stravedeva per lui, risposi che preferivo i film come Il Gattopardo, sul cui valore non si discute, nemmeno oggi. Ma questo per dire che un tempo Moretti non mi piaceva, poi i gusti cambiano come si sa, a volte in meglio.
Speriamo, speriamo, speriamo di poter dire, davvero, Quando c'era Silvio.
Venerdì sera con i miei amici ho visto il film di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio Quando c'era Silvio.
E' stato prodotto dalla Luben Production, nata, nel maggio del 2005 a Milano, dalle costole del settimanale "Diario". Il film-documentario è stato realizzato in Italia nel 2005, e distribuito a partire dal primo marzo 2006 nella collana "I libri di Diario"
Una seria e documentata storia dell'età berlusconiana, da non perdere. Soprattutto in un punto, di alta tensione e di grande valore storico. Vi si trova, infatti, la versione integrale della famosa giornata di Silvio Berlusconi al Parlamento europeo di Strasburgo, una documentazione di cui in Italia si conosce solo l'infame battuta " Kapò" rivolta al deputato socialista Martin Schultz, ma che invece fu uno strazio inquietante e soprattutto lunghissimo.
Match Point è davvero un gran bel film. Woody Allen ne è solo il regista. La storia è ambientata a Londra, i nostalgici di Manhattan dovranno accontentarsi, gli attori sono giovanissimi ma già noti al pubblico. Lei è Scarlett Johansson (Nola nel film), quando ha incominciato a recitare con Allen aveva appena diciannove anni. Ce la ricordiamo anche in Lost Traslation, per dirne solo uno. La ragazzza è lanciatissima e ne ha fatti molti altri. E' bella e sinuosa e mi ha ricordato Kim Novak. Non a caso Woody Allen l'avrà scelta, visto l'eco Hitchcockiano del film. Lui è Jonathan Rhy Meyer (Chris nel film) lo stesso di Sognando Beckam (ne avevo parlato pochi giorni fa), allenatore, lì, di una squadra di calcio famminile, allenatore, qui, di tennis, però, per poco tempo. La sua storia d'amore con la giovane figlia di un uomo dell'alta società londinese lo porterà molto in cima, gli consentirà di vivere nel lusso, tra agi e confort di ogni tipo. Ma Chris è follemente attratto da Nola e il resto non ve lo dico naturalmente, visto che è un bel thriller con riferimenti letterari e musicali molto alti. E molti altri e tutti importanti sono i temi che Woody Allen ci ha proposto con questo film. Eccone il prologo:
Succede, nel corso di un match, che la pallina urti il bordo superiore della rete e s'impenni per pochi decimi di secondo. Con un po' di fortuna, cadrà sul lato del campo che vi dà la vittoria. Ma può cadere su quello opposto e allora avrete perduto.