Satura

Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni.

Chi sono

Utente: meriggio
Mi viene da ridere a rispondere.

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

domenica, 11 gennaio 2009

L'odore di bruciato

L'odore di bruciato mi fa venire voglia di andare in campagna. Ero in cucina, quando si è bruciacchiato il lembo dello straccio che mi era servito per sollevare il coperchio della pentola che bolliva. L'odore mi ha ricordato la campagna fredda, desolata e irta di alberi di questi giorni. Mi ha ricordato il cortile dove giocavo da piccola, il freddo pungente che arrossava le nostre guance, il braciere dove raggrinzivano le scorze dei mandarini.
postato da: meriggio alle ore 16:10 | link | commenti (2)
categorie: frammenti di memoria
sabato, 28 giugno 2008

Sullo chalet



Oggi mi sento british, mio malgrado. Certe canzoni rimangono così impresse da risvegliare le emozioni di un tempo. Uguali. Tanto uguali da rivedersi. Anni settanta. Età 12, forse 13. Ma forse tutto quello che sto per ricordare è avvenuto alcuni anni dopo. Mica vengono in ordine i ricordi. La radio trasmette Daniel o forse era il mangiadischi? Ne ricordo uno, arancione. Ma no, quello già non l'avevamo più. Era la radio. Probabilmente Hit parade di Lelio Luttazzi. Mitico lelio luttazzi. E quando di una canzone di Battisti diceva il numero delle settimane in classifica? E chi se la dimentica la sua voce.L'appuntamento era all'una, no, forse, all'una e mezza. Correvamo ad accendere la radio, io e mia sorella. Avevamo jeans stretti e un po' larghi sotto, appena appena ad elefante, con gli zoccoli, zeppa e tacco alto. In quegli anni lì, prima del '76-'77, facevo il giro del corso. Io e la mia amica di passeggio. Lei era davvero bella, slanciata e sottile, capelli lunghi, labbra carnose, carnagione perfetta. Oggi potrebbe assomigliare a Liv Tyler. Gli sguardi erano diretti a lei, quando si passeggiava. Aveva già il fidanzato. Biondo, alto e con la moto, e con qualche chiacchiera sul suo conto. Era nel giro. Luisa mi chiamava apposta per quel giretto, poi, cercava con lo sguardo lui, sullo chalet.
postato da: meriggio alle ore 18:22 | link | commenti (4)
categorie: musica, frammenti di memoria
domenica, 11 maggio 2008

Con le rose e il computer


Il balcone della signora di fronte ha i colori delle rose di maggio, il rosa dei gerani appena sbocciati, il gallo e il bianco di altri fiori i cui nomi non ricordo in questo momento.
Il cielo si è coperto di nuvole grigie.
A me è venuto in mente un'abitudine che avevo da bambina e che si faceva solo a maggio. Credo di averne parlato qui, già altre volte. Durante il mese di maggio, mese mariano, mese dei fioretti, (mia madre era devota ma in modo molto popolare) mi  lavavo la faccia con i petali di rose. Solo la faccia. American beauty non era ancora arrivato.
Mia figlia, al mio fianco, sta studiando latino; ogni tanto apre l'altro computer e chatta.
Io sto scrivendo un'unità di apprendimento, di tanto in tanto, faccio capolino, qui, in queste stanze aperte.
postato da: meriggio alle ore 18:28 | link | commenti (6)
categorie: frammenti di vita, film, frammenti di memoria
sabato, 23 febbraio 2008

Amor mio

Massì, è stato appena qualche decennio fa. Ero bambina, era sabato, correvo davanti alla TV. A quei tempi che c'era? Canzonissima. Raffaela Carrà Zuzu, zuzu-zum.  Poi Mina. Che cantava? Amor Mio? Mangiavo un panino con la carne fritta davanti alla TV. Con me, mia sorella e mio fratello. Prima però si saltava sul letto. Bidibodibù.
postato da: meriggio alle ore 20:15 | link | commenti (2)
categorie: musica, frammenti di memoria
domenica, 30 dicembre 2007

Appuntamento con la storia

Il 1977 su RaiTre
in onda un diario
in bianco e nero

Stasera per "La Grande Storia" un docufilm su quell'anno. Il movimento ma anche quel che accadeva oltre alla politica di A. VITALI.
www.repubblica.it

Io lo vedrò.

Quell'anno ero al ginnasio. Il Vittorio Emanuele era noto come liceo di destra. Subito avvertii la divisione tra rossi e neri. Con un passaparola veloce e rapido ci venivano indicati i nomi dei leader dei due schieramenti. Poi qualche assemblea animata diede un volto a chi stava da una parte e a chi dall'altra.
L'assemblea divenne permanente e le lezioni furono sospese. L'aula magna mi sembrava enorme e piena di studenti. Una ragazza bionda e magrissima, aspetto da Patti Smith, arringava gli studenti, con parole retoriche  ma efficaci, soprattutto su di noi, giovani quartine, direbbe ora mia figlia. E poi, qualche corteo con la paura che la polizia potesse attaccare. Il pollice  e l'indice tesi verso l'aIto, o congiunti a formare un triangolo. Passo veloce per i vicoli di Napoli, nella zona del rettifilo, quando la situazione si faceva calda.
postato da: meriggio alle ore 12:21 | link | commenti (9)
categorie: frammenti di vita, frammenti di memoria
mercoledì, 14 novembre 2007

L'odore dei mandarini

Stamattina, insieme alle clementine che piacciono tanto ai miei figli, ho comprato dei mandarini. Non lo facevo da molto tempo. Spesso li ho trovati di sapore acre e così anch’io mi ero abituata a mangiare le clementine che sono senza semi e più dolci. Avrei voluto comprarli già da prima, anche per il gusto di ridire mandarini che come parola mi piace molto più che clementine. Sapevo che i mandarini avrebbero rievocato gli anni della mia infanzia. Quando ho staccato la buccia dalla polpa, la prima cosa che ho fatto è stata riportare la buccia sotto il naso per sentirne l'odore. Poi ho voluto che anche P., seduto sul divano, lo sentisse, e gliene ho lanciato un pezzo. Sapevo che sarei andata indietro nel tempo a quando gettavo la buccia nel braciere di due sorelle zitelle che abitavano nel mio stesso palazzo e che avevano una bottega sulla strada principale, diversa da quella di mio padre, ma pur sempre una bottega. Non posso definirla merceria, quella di Peppina e sua sorella Enrichetta era una bottega che vendeva un po’ di tutto a seconda della stagione che arrivava. A Natale, quei quattro metri per quattro, stretti e lunghi, si riempivano di pastori. I banconi erano sulla parete destra della bottega e coperti interamente da tanti piccoli pastori di terracotta. C’era tutto il presepe napoletano, lì. Avevo una piccola S. Gregorio Armeno di cui non sapevo nulla, pur abitando a pochi chilometri da Napoli. In fondo, sul balcone principale, c’erano le letterine di Natale, meravigliose nei disegni e nei colori, luccicanti di polverina brillante. Sceglievo la più bella, quella che ai miei occhi era la più bella. Le giornate erano fredde. Un freddo secco e pungente. Quando entravo dalle Zucculare, questo era il soprannome con cui erano conosciute in paese, mi ritrovavo al caldo del braciere che era spesso messo davanti ai loro piedi, davanti alle sedie di paglia su cui erano sedute. Gettavamo le bucce dei mandarini nella cenere che emanava quell’odore fresco e buono, solo in parte simile a quello di stamattina. La buccia bruciava emettendo quel sibilo che danno le cose che contengono liquidi e poi diventava marrone. Era il momento di rimuovere la cenere con un paletta di ferro, di raccogliere le bucce completamente arse e di metterle da parte. Era la visione più bella. Sotto la coltre grigia ardevano i tizzoni, rossi, di fuoco. Spettacolo primordiale in miniatura. A quel punto tutti portavamo avanti le mani, con i palmi bene aperti verso il fuoco.

Un altro stimolo a scrivere questo frammento di memoria è venuto dal bellissimo post di Angela, Casa e bottega.

postato da: meriggio alle ore 22:35 | link | commenti (11)
categorie: frammenti di memoria
sabato, 20 ottobre 2007

A. C. alla Benetton

Stasera stavo sorseggiando un po' di vino rosso Syrah in cucina, mentre cucinavo risotto ai funghi. Alt! Il risotto ai funghi era di quelli parzialmente pronti. Quelli a cui manca solo il riso che si versa, si gira, e si fa cuocere a fuoco lento. Quindici minuti ed è pronto. Stasera stavo sorseggiando un po' di vino rosso Syrah in cucina quando mi è venuto in mente Antonio Colucci. Antonio Colucci era un mio compagno di classe. Era di quelli che se la cavano sempre. Era di quelli che veniva a scuola con la vespa. Antonio Colucci non era bello, forse era piacente. Piacente per molte, ma non per me. Io non mi sono mai innamorata di uno della mia classe. Forse solo in quarto ginnasio mi piaceva uno che di cognome faceva Tammaro. Alto, esile e con gli occhiali. Ma ritorniamo ad Antonio Colucci. Vestiva bene Antonio Colucci. Sempre a puntino. Ricordo dei pantaloni marroni di velluto a costina. Era il 1978, Antonio Colucci aveva dei pantaloni marroni di velluto a costina e un pullover ecrù con lo scolo a V. Antonio Colucci oggi dovrebbe fare l'avvocato. L'ho incontrato alla Benetton di via Toledo, stasera, e non l'ho salutato. I tunes mi fa sentire Grapefruit moon di Tom Waits. E' tra le preferite di P.
postato da: meriggio alle ore 22:34 | link | commenti (5)
categorie: divertissement, frammenti di memoria, stati danimo
domenica, 29 luglio 2007

Una bella signorina

Mia zia C. aveva meno di trent'anni quando fu rinchiusa nel manicomio di Aversa. Una storia d'amore finita male. Qualche gesto inconsulto da parte sua e la decisione della famiglia, ma forse è meglio dire del fratello più grande, di "curarla" con l'elettroshock prima e il soggiorno ad Aversa dopo.  Forse i due fatti avvennero contemporaneamente. Un giorno andammo a farle visita, entrammo in un enorme salone dove una folla di donne vagava in attesa della visita dei parenti. L'immagine che ho conservato è questa, una gran confusione, persone che gironzolavano. Poi, il sorriso di mia zia quando ci vide. Prima ancora di incontrarla venni abbracciata e baciata da una paziente che mi scambiò per una sua parente. Ero piccola, molto piccola, frequentavo la scuola elementare. Ricordo il volto teso di mia madre e i suoi occhi inorriditi al bacio di quella donna.

Una vita infelice quella di mia zia C. Sola e qualche volta malata. Quando fu ritenuta guarita, i fratelli le trovarono una casa. L'appartamento profumava di nuovo e io ricordo l'arazzo sulla parete del salotto che raffigurava finti momenti idilliaci, finti momenti di vita pastorale. Enorme ai miei occhi. Di nessun valore. In quella casa, con lei ho dormito alcuni mesi. Poi ancora litigi e incomprensioni con la sua famiglia e la decisione di non mandarmi più a trascorrere la notte da lei. Quando camminava per la strada era ancora bella. Pelle chiara e pulita. Labbra carnose  e ben definite. I baffetti si vedevano solo da vicino e scommetto che da giovane aveva provato a schiarirli o a estirparli, poi con l'età avrà pensato che non ne valesse più la pena. Capelli neri raccolti dietro la testa. Il tuppo, così lo chiamavano. I vestiti erano spesso interi e fiorati e poi portava i sandali infradito e il carrello della spesa. Per le strade di un paese di provincia aveva l'aria cittadina di una bella signorina. 

postato da: meriggio alle ore 23:16 | link | commenti (15)
categorie: frammenti di memoria
sabato, 14 luglio 2007

Indicibile tristezza

Tutti assolti, perché "il fatto non sussiste". Con queste parole il giudice monocratico Laura D'Arcangelo del Tribunale di Larino ha assolto tutti e sei gli imputati per il crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia (Campobasso) che il 31 ottobre 2002 causò la morte di 27 bambini e di un'insegnante.

Al processo c'erano anche i genitori dei bambini morti nel crollo della scuola. Le mamme indossavano collane, tutte uguali, cui erano appese medagliette con le immagini dei volti dei loro figli. Immediata la loro reazione dopo la lettura della sentenza, che è stata accolta da proteste, con urla e insulti. E' stata anche lanciata una sedia. Alcuni parenti delle vittime hanno inveito contro gli imputati, venendo quasi alle mani. La situazione è stata tenuta sotto controllo dai carabinieri. "Ce li avete uccisi due volte. Due volte - ha gridato la madre di una delle piccole vittime - Vergognatevi. Qui c'è gente che ha perso il suo unico figlio o ne ha persi due". (da www.repubblica.it)

postato da: meriggio alle ore 07:46 | link | commenti (1)
categorie: frammenti di vita, frammenti di memoria, stati danimo
domenica, 24 giugno 2007

Quell'abito lì

Quell'abito bianco, lungo, con il velo e lo strascico. Quello di "quel giorno". Bianco non è più. E poi ingombra. Quel giorno lontano, quando mamma decise di buttare il suo, forse, aveva la mia età. Al mio stupore contrappose l'aria di chi non se ne importa. Il tempo, lo scorrere del tempo, vince sempre su tutto, fece intendere.

City of blinding lights degli U2, come sottofondo.

postato da: meriggio alle ore 10:33 | link | commenti (30)
categorie: musica, frammenti di vita, frammenti di memoria
giovedì, 14 giugno 2007

Sotto i tigli verdi, di giugno.

Non si può essere seri a diciasette anni
locali rumorosi di luci sgargianti
con i bicchieri pieni di limonata fresca
e sotto i tigli verdi a passeggiare e basta
e sono belli i tigli quando giugno arriva
e l'aria è così dolce che se la si respira
si sente bene il suono della città vicina
si sente bene il vino mischiato alla benzina

E poi all'improvviso guardare più lontano 
scoprire un pò di cielo in mezzo a qualche ramo
e quell'azzurro scuro pare trafitto appena
da una stellaccia bianca che dolcemente trema
Diciasette anni a giugno e ci si lascia andare
la linfa è uno champagne che ti farà ubriacare
e sulle labbra schiuse immaginare un bacio
e poi dimenticare di non averlo dato

Mentre il cuore sogna romanzi d'appendice
ti sembra di vedere in quella poca luce
il volto di una donna che donna non è ancora
però come si muove se ti guardasse ora

Visto che ti trova immensamente ingenuo
mentre fa ballare leggermente il seno
lei si gira e segui il movimento
ma poi non parli più però rimani attento 
E sei innamorato
innamorato perso
sarai noleggiato fino al trenta agosto 
fino al giorno in cui ti avrà risposto 

E quella sera andrai al solito locale
stessa limonata identico rumore
non si può essere seri a diciasette anni
sotto i tigli verdi e passegggiare lenti

(Arthur Rimbaud - Leo Ferrè - Traduzione: Daniele Silvestri)

Tetes De Bois

Quelli di quest'anno non sono stati diversi dagli altri, quelli degli altri anni. Però qualcuno di questi mi resterà impresso un po' di più. Chi non ha mai visto la malinconia negli occhi dei diciassettenni?

Tra qualche anno racconteranno, anche loro, dei giorni trascorsi dietro ai banchi di un'aula scalcinata e fredda. Racconteranno di qualche pariata e di quando si sono annoiati e poi di quando hanno riso e anche di quando hanno avuto veramente paura perchè si sono visti persi. Ci sono stati momenti come questi, ci sono stati, lo so per certo. Passeranno gli anni e la mia faccia scivolerà nei meandri della loro memoria. Forse si fisserà nei ricordi di alcuni. Verrà cancellata in quelli di altri. Come in un gioco di specchi, io vedo me in loro. Io ho diciassett'anni. Io passeggio sotto i tigli verdi.

Tra qualche anno mi ricorderò delle strade deserte, dei negozi chiusi, delle corse per la scala Fenicia, del buio di prima mattina, di qualche sguardo interessato e del mare mosso visto dalla finestra.   

mercoledì, 28 febbraio 2007

Words

Mi piace quella parte della liguistica che studia i cambiamenti delle parole e il loro significato. Quanto è accaduto a New York è segno dei tempi che cambiano. Ciò che vale per una generazione non vale per un'altra. Quando studiai Storia del Cristianesimo, il mio primo esame, alla Federico II, seguii un seminario sul movimento di liberazione dei neri d'America. Studiammo le Black Panthers, tra le altre cose. Fu allora che la bravissima e simpatica docente ci parlò del vero significato di nigger, e dell'uso improprio che noi facevamo della parola negro, diversa da nero.

NEW YORK — La parola in questione, l’impronunciabile N-word è citata per esteso dal Dizionario Webster sotto la voce «nigger»: «Un termine che all’origine era una semplice variante di negro ma adesso è accettabile solo nel black-English. È generalmente tabù a causa del suo retaggio di odio razziale. Viene usata da una minoranza bianca come epiteto malvagiamente ostile». Ma da oggi la città di New York ha risolto il problema, mettendo al bando quella che per molti resta «l’insulto più infame nella storia degli Usa». La commissione per i diritti civili del Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una moratoria, simbolica, diretta soprattutto ai giovani che hanno ripreso a usare l’epiteto, tornato di moda grazie a Hollywood e alla musica rap e hip-hop. Il bando non ha valore di legge: per evitare querele, che in nome del primo emendamento della Costituzione Usa risulterebbero tutte vincenti, il Consiglio Comunale si è ben guardato di parlare di proibizione legale. «Volevamo mandare un forte messaggio alle nuove generazioni », spiega Leroy Comrie, il consigliere comunale promotore dell’iniziativa. «Nigger divenne popolare all’inizio dell’800, quando mercanti e padroni di schiavi la usavano per privare dell’umanità la loro merce», gli fa eco Marsha Harris, dell'organizzazione Abolish the N-Word. I primi a lanciare l’idea furono la deputata afro-americana Maxine Waters e il Reverendo Jesse Jackson, fari spirituali dell’America nera. «Invitiamo studi cinematografici, network tv e industria discografica a mettere per sempre al bando la parola che inizia per N, laido residuo di un'altra era», dissero in coro a novembre. Anche se il bersaglio della loro crociata erano soprattutto i giovanissimi afro-americani — gli unici, ormai, ad abusare di un termine inflazionato nella cultura nera rap e hip-hop — era stato un attore bianco a scatenare il loro sdegno. Durante uno show, il comico Michael Richards aveva inveito contro due giovani afro-americani, rei di aver interrotto il suo numero, esortando la maschera a buttarli fuori «perché sono dei sfottuti nigger, che solo 50 anni fa avremmo appeso a testa in giù ad un albero con un forcone nel sedere». L’incidente aveva traumatizzato soprattutto i neri più anziani, memori di scene strazianti di linciaggi, roghi alle chiese, scuole segregate e cavalieri bianchi incappucciati. Ma per i loro nipotini quella parola significa qualcosa di completamente diverso. «Il termine viene usato dai giovani neri come simbolo di solidarietà, appartenenza e potere, non di insulto », si ribella il professore Randall Kennedy, docente ad Harvard e nero, nonché autore del libro «Nigger: The Strange Career of a Troublesome word». Il sito Web niggaspace.com, spiega invece la differenza tra le due versioni della stessa parola. «Nigger, con il suffisso "er" denota razzismo e odio. E nigga, nella versione rap legittimata da Tupac Shakur nella canzone "N.I.G.G.A." (Never Ignorant Getting Goals Accomplished), che incarna fratellanza e appartenenza». www.corriere.it

postato da: meriggio alle ore 13:03 | link | commenti (3)
categorie: parole, frammenti di memoria
domenica, 25 febbraio 2007

Le porte chiuse della Chiesa

A quest'ora, nelle domeniche di fine anni sessanta, io ero una bimbetta che si preparava ad andare in Chiesa. Facevo il bagno, lavavo i capelli che erano lunghi e lisci. La mia mamma li pettinava e poi li raccoglieva in alto con un elastico come quelli della Cinquetti. Poi mi vestivo. Mi vestivo a festa. Nei miei ricordi di oggi ci sono calzettoni bianchi, ricamati, traforati, belli, che arrivavano fin sotto le ginocchia. La mia mamma li comprava in un negozio del corso (un altro corso, non l'Emanuele) che profumava di abiti nuovi, abiti confezionati, di terital. Andavo in Chiesa al terzo rintocco della campana. Era il segno che la messa stava per iniziare. Mi sedevo tra le prime file e seguivo, non so con quanta attenzione, lo svolgersi della funzione. C'era molta gente, allora, tanta, fino alla porta d'ingresso che spesso non veniva chiusa. Sempre aperta, forse a tutti. Sarei andata in Chiesa, ancora per qualche anno, diradando le mie visite sempre più spesso, fino al completo abbandono. Ci sarei ritornata ancora in altre circostanze della mia vita, ma con spirito diverso. Già a quindici anni sapevo di essere da una certa parte. L'età della riflessione era incominciata. Oggi voglio legare questo scarno ricordo alle parole del mio amico Tortora (tra i miei link). Mi piace che in questo mio spazio trovino collocazione i suoi post, perchè ne condivido il contenuto e il modo con il quale li riveste. Oltre che per la stima e l'affetto che nutro nei suoi confronti.

Pastori (tedeschi)

Uno accende la televisione: c’è il Papa che parla. E nella mente risuonano parole sante: beati i poveri, beati i semplici di spirito, beato chi ha fame e sete di giustizia … No, tutt’altra musica. Chi parla più del discorso della montagna? Quando avete sentito, l’ultima volta, un appello all’amore, alla verità, alla pace, nato dalla sofferenza che si dice esser propria della santità? Da quanto non sentite dalla bocca di un ministro di Dio una verità che dispiaccia ai potenti? Quand’è stata l’ultima volta che avete ascoltato un appello alla mobilitazione contro la fame nel mondo, contro le malattie endemiche, contro le guerre, mettendo alla gogna, con nomi e cognomi, chi di queste brutture è promotore o fautore? Quanti sono, tra gli esponenti della gerarchia ecclesiastica, quelli davvero vicini ai deboli, ai diseredati, e non per piccolo calcolo, per tatticismi opportunistici, ma per sdegno contro la violenza e l’ingiustizia? Quando avete ascoltato dalle labbra di un pastore della Chiesa che dai ricchi e dai potenti non c’è da aspettarsi nulla; sono loro i veri egoisti, gli autentici relativisti, gli affossatori quotidiani della verità; i dispregiatori della dignità dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza del loro creatore? Tempi bui, per chi ha coltivato finora la fede. Il Papa professore vede pericoli dappertutto. Ma non i veri pericoli. Qui si minaccia la vita!: e si riferisce alle ricerche di genetica. Qui si sta mettendo in pericolo la famiglia: e si riferisce ai diritti per i conviventi. Dunque: No ai Pacs, e no pure ai Dico. No all’aborto e no pure agli studi sulle cellule staminali! Una disseminazione continua di allarmi. Un «no!» permanente. Non una parola di speranza, di fiducia nell’uomo. E poi … l’ineffabile Ruini. Ormai ha deciso che quel traditore di Prodi, che s’è allontanato dalla linea della Chiesa, deve cadere! Sostegno alla destra, dunque! Campagna senza tregua contro il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto. Alleanza con l’altra faccia della Confindustria: che – tutti lo sanno – è come Giano Bifronte: una parte guarda avanti, l’altra guarda indietro, e tutt’e due nell’unico condiviso interesse a tutelare i propri interessi. E se non cade, Prodi, meglio ancora: con i cani rabbiosi che gli abbiamo scagliato contro, verrà a patti. Certo che verrà a patti! Prodi traditore: mi fa ridere solo il pensarlo! L’ineffabile Ruini. S’è inventata l’ultima. Una genialata. In mancanza di figure “laiche” d’alto profilo morale e di grande notorietà pubblica, ha lanciato la campagna: «Commissario Calabresi: santo subito!». E poiché è rispettoso del diritto canonico e di quello ecclesiastico, ha pure precisato – una precisazione che sembra un imperioso invito –: poiché non posso avviare io la procedura per la beatificazione, che lo faccia la Curia di Milano! Povero Calabresi. Sarà stato certo un uomo retto – non dubito –, ma finire strumentalizzato dalla Chiesa per la sua rettitudine … Certe volte penso che, se esiste un Dio, finora si sia sbellicato di risate a vedere quel che dicono e fanno in suo nome i suoi rappresentanti sulla terra. E che ora, però, si sia proprio rotto. E perciò abbia deciso di non intervenire più per riparare i danni che la loro stupidaggine ha prodotto. E stia aspettando che il popolo cristiano s’allontani sempre più dai suoi pastori (tedeschi), abbandonandoli a se stessi, alle loro paranoie, ai loro vuoti discorsi. Ai loro meschini tatticismi politici, ideati e attuati in nome di Dio - Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen!

postato da: meriggio alle ore 09:40 | link | commenti (6)
categorie: riflessioni, frammenti di memoria
lunedì, 15 gennaio 2007

'O fucarazzo

A gennaio facevamo 'o fucarazzo. La legna raccolta da noi bambini veniva ammucchiata al centro, miezzo o' luogo. Carmela, l'anziana della piccola comunità, verso sera, erano fredde e umide le sere, appiccava il fuoco, e le fiamme si levavano alte. Intorno calore e luce. Una cantilena invitava a darsi la mano e a girare in cerchio. Accadeva ieri, proprio ieri. 

Vado a correre.

postato da: meriggio alle ore 15:09 | link | commenti (18)
categorie: frammenti di vita, frammenti di memoria
sabato, 30 dicembre 2006

Un libro e la vendita rateale

Andare a letto presto la sera. Non è l'inizio di un post personale e intimista sulle mie abitudini notturne. Avrebbe potuto pure esserlo, ma non lo è. Vero è che a letto presto la sera, con la sveglia alle sei del mattino, mi ci metto, negli ultimi mesi, ma per dormire profondamente. Andare a letto presto la sera, è il secondo capitolo di Venerati Maestri di Edmondo Berselli edito dalla Mondadori. Una lettura e un'interpretazione divertente, ironica e dissacrante di buona parte della cultura italiana. Finora ho letto solo poco più di settanta pagine. Abbastanza per dire che mi piace lo stile adottato dal noto editorialista della Repubblica e dell'Espresso. Scanzonato e molto simile alla scrittura blogger, se mi è consentito. Ma perchè mi soffermo su questo capitolo? Nel leggerlo ridevo tra me e me, per due motivi, entrambi di ordine affettivo. Qui si parla dei libri dell'Einaudi o quelli delle edizioni Adelphi e del peso che la casa editrice torinese ha avuto nella nostra cultura per almeno quarant'anni. Ebbene leggete qua e dite se non vi ritrovate. "Perchè si poteva essere intelligenti, colti, ben diplomati e ottimamente laureati, ma se non si avevano alle spalle file o doppie file di libri bianchi, gli Struzzi, i Coralli, i Supercoralli, i Paperbacks, la Piccola Biblioteca, con quei titoli così prestigiosi, con quelle illustrazioni così perfettamente scelte, insomma: se non li avevi, eri out". Il fatto più divertente è che si parla di vendita rateale. E con questo mi riallaccio al secondo motivo affettivo. Agli inizi degli anni ottanta dovetti sostituire un giovane e promettente giornalista impegnato in uno stage di alcuni mesi a Milano, nel compito di riscuotere le rate per conto di un agente di zona il cui nome ancora ricordo molto bene così come i suoi modi affabili e anche melliflui, a volte. Fu proprio il giovane e promettente giornalista a propormi il primo (ed unico) contratto con l'Einaudi, cosicchè nella mia parca libreria campeggiava il biancore assoluto di cui parla ironicamente Berselli. Allora ero una giovane universitaria, finalmente libera dai quotidiani obblighi liceali, entusiasta nel gestire studio e letture a modo mio. Non avevo bisogno di cultura blasonata, quella era la cultura per me, quella che passava attraverso il "bianco metafisico" dell'Einaudi. Ed erano i libri di Marcuse, di Adorno, di Rousseau, di Nietzsche, di Cooper, per dire dei primi che mi vengono in mente, non letti tutti e ancora disseminati tra i libri di oggi. Infine la vendita rateale. Ogni mese passavo a riscuotere la rata e la cosa che più mi piaceva era sbirciare negli interni di quegli appartamenti che sapevano di un certo mestiere, di un certo lavoro, ciascuno dei quali aveva un proprio colore, un proprio odore. Erano professori, erano giovani universitari, o minute e bionde ginecologhe, dal sorriso dolce e rassicurante. Pagavano, ritiravano la ricevuta. Al prossimo mese, alla stessa ora se è possibile, le parole di commiato.
postato da: meriggio alle ore 16:41 | link | commenti (7)
categorie: leggere, frammenti di memoria
domenica, 10 dicembre 2006

Una canzone pericolosa

Non so quali corde del mio animo tocca "Carpet crawlers" dei Genesis. Ancora oggi se qualcuno mi chiedesse di fare una pazzia rischierei di farla senza esitazioni. Ma a scavare bene dentro, ci sono due ricordi che emergono con forza. Uno è legato a una stanzetta di un settimo piano. Di fronte alla porta d'ingresso un armadio e poi, spero di ricordare bene, a destra, uno stereo e la copertina dell'album. Più in là un letto e sulla parete un poster di Marylin Monroe, quello famoso, in cui lei è nuda di profilo, sullo sfondo un lenzuolo rosso. Il secondo si materializza nel 1995. Ho da poco lasciato una scuola privata. E' febbraio, faccio il mio ingresso, per la prima volta, in una scuola statale. E' un liceo scientifico. Il cambiamento è nei ragazzi che affollano il cortile, nella diversa organizzazione scolastica, nei colleghi, è nell'aria che si respira. In macchina ho una cassetta e la canzone che ascolto durante il tragitto è Carpet Crawlers dei Genesis.
postato da: meriggio alle ore 20:13 | link | commenti (18)
categorie: musica, frammenti di memoria
domenica, 20 agosto 2006

"Buatte" e lana 2

Lavare la lana era più semplice. (La farò semplice pure io perchè non ho molta voglia di scrivere, sono sotto gli effetti della controra, caldo asfissiante, ancora panni da stirare). Mammà era direttamente coivolta e direttamente coinvolte eravamo noi figlie femmine (io e mia sorella), perchè avevamo i materassi e i cuscini riempiti di lana. Anche questo lavoro andava fatto in brevissimo tempo. Mammà aveva quattro materassi sul suo letto matrimoniale. Due dal lato suo e due dal lato di papà. Quando decideva di lavare la lana dei materassi, iniziava con i primi due e poi continuava con gli altri. Nel frattempo dormiva più in basso e se ne lamentava. Pertanto occorreva fare presto e terminare il lavoro quanto prima. Le federe venivano scucite, poi, dopo, quando fu messa la zip, venivano aperte e la lana riversata nei lavaturi o nelle bagnarole. Lavata con poco sapone sennò poi ci volevano mesi per sciacquarla. Anche questa operazione andava fatta in cortile. Era meglio. La lana passava da una bagnarola all'altra, con l'aiuto della pompa veniva lavata ben bene e via, al sole. Poi iniziava l'asciugatura. La lana, come i polpi in Grecia, veniva stesa sulle corde dei panni oppure stesa per terra sopra un lenzuolo, o forse prima l'una e poi l'altra cosa. Spesso veniva posta sulle logge. Lì era lasciata finchè non si asciugava. Di tanto in tanto veniva girata e rigirata, come fanno oggi con le mele annurche. Il posto era sicuro e messa per terra non dava fastidio a nessuno. Quando era bella e asciutta, il caldo secco aiutava molto, bisognava dipanare le matasse e "aprirla". Mammà mi faceva i complimenti per come lo facevo. Oggi sospetto che lo facesse per incoraggiarmi. Era un compito di una noia mortale. Dopo un pò infatti abbandonavo e correvo " miezz 'o luogo". Il risultato però era davvero straordinario. Il letto matrimoniale già costituito da due materassi per lato, raddoppiava di volume, tanto da sembrare il letto della regina Maria Antonietta. La tentazione di saltarci su era troppa e la voglia di fare bidibodibù era soddisfatta, nonostante il lavoro della povera mammà.
postato da: meriggio alle ore 17:25 | link | commenti (13)
categorie: frammenti di memoria
sabato, 19 agosto 2006

"Buatte" e lana 1

Le buatte e la lavatura della lana di materasso. Credo che più o meno questo fosse il periodo. Il luogo deputato per il primo enorme lavoraccio era il cortile, quello di una volta, retaggio di una lontanissima vita medievale. Il cortile era il centro del palazzo o del "lluogo", intorno ad esso c'erano le abitazioni. Queste somigliavano ai bassi napoletani, come struttura, ma le relazioni umane erano più semplici. Non mancavano litigi furibondi tra gli stessi abitanti del cortile, il più delle volte per futili motivi. Ma complessivamente prevaleva una comunità sociale specchio di un'Italia in bilico tra abitudini e usanze ancora contadine e modi di vita tipici di una realtà industriale allora nascente.

Per le buatte, bottiglie di pomodori tagliati a fettine o passati, bollite in enormi bidoni e poi conservate e consumate durante l'inverno, venivano chiamati a raccolta tutto il parentado e i vicini di casa, i più piccoli soprattutto. Una grande fatica per tutti, ma anche un rito che si è ripetuto fino a che non sono entrati in commercio i pelati di produzione industriale. L'enorme lavoro iniziava con l'arrivo dei pomodori nelle cassette, e con il lavaggio delle bottiglie, messe poi capovolte per far uscire completamente l'acqua. I pomodori venivano lavati molte volte in enormi bagnarole. L'acqua corrente affluiva tramite una pompa e cadeva precipitosamente a terra. Il lavoro era diviso tra chi tagliava in spicchi i pomodori rossi e sodi e chi con la macchinetta ne faceva un sugo denso simile alla lava. Ai bambini era affidato il compito di riempire le bottiglie. Spicchi sopra spicchi, basilico e poi basilico e ti tanto in tanto, per far scender tutti i pomodori sul fondo della bottiglia e per evitare vuoti d'aria, si batteva la bottiglia sopra uno straccio bagnato, in genere erani brandelli di sacco, avendo cura però di tappare con un dito il collo della bottiglia sennò il pomodoro schizzava in faccia. Altri con l'imbuto riempivano le restanti bottiglie con la passata.

Infine le bottiglie venivano riposte nei bidoni pieni di acqua e fatti bollire. Il bidone era situato sul treppiede e sotto ardeva la legna, il cui odore di bruciato mi è rimasto nel ricordo. 

Mia madre non li faceva i pomodori. Era più giovane delle altre donne del cortile e molto aperta alle novità, faceva parte del partito della pelata confezionata. Noi bambini venivamo reclutati per un intero, lungo e divertente pomeriggio.

La lavatura della lana a domani. 

postato da: meriggio alle ore 16:11 | link | commenti (21)
categorie: frammenti di memoria
sabato, 15 luglio 2006

Frammenti di estate II

Quando passava per il corso di quel paese di periferia, erano circa le dieci e mezza. ll pulmann che portava a Licola era pieno zeppo di ragazzi che si sporgevano dal finestrino. Sorridenti, sbracciati e chiassosi li guardavamo, invidiandoli un po'. A mare noi andavamo solo la domenica, e non sempre. I primi anni settanta dovettero essere anni di grande rivoluzione nei costumi e nelle abitudini di molti italiani. La villeggiatura, come allora si diceva, diventava di massa. Le famiglie più benestanti affittavano la casa a Licola o a Mondragone. Quelli che erano luoghi ambiti di villeggiatura, oggi, sono territori lacerati, martirizzati dalla camorra, dalla presenza massiccia e incontrollata di immigrati, da prostitute, di colore e origine diversi. Non erano solo le famiglie più ricche a scegliere Licola. Ricordo la famiglia di un muratore, quasi amici dei miei genitori. In effetti la loro figlia era mia compagna alle elementari. Fui invitata lì, a casa loro, solo un'estate. Ricordo una terribile scottatura. Non c'era mamma e allora non si usavano le creme e gli schermi solari. Almeno tra di noi non c'era l'abitudine di proteggersi la pelle. E ricordo il gioco della bottiglia. Il primo batticuore e il bacio sulla guancia di un ragazzo alto, abbronzatissimo e bello.  
postato da: meriggio alle ore 19:04 | link | commenti (5)
categorie: frammenti di vita, frammenti di memoria
domenica, 09 luglio 2006

Frammenti di estate

Per me l'estate è cielo azzurro e pulito. E' luce intensa e luminosa. E' il cortile della casa dove sono cresciuta, dove giocavamo a "sette prete". Sono i piedi zozzi per il sudore e la polvere.

C'era Carmelina che faceva la fruttivendola. C'era Gaetanina, la figlia di Carmelina, con i balconi fioriti di campanelle. Gaetanina ci faceva salire a casa sua e ci faceva spolverare o ci faceva fare qualche altro "servizio". Mia madre si incazzava, non voleva. L'estate era la mattina a seguire i film con Amedeo Nazzari, Massimo Girotti e altri, con le imposte della finestra socchiuse per impedire alla luce di entrare. Era un panino mangiato davanti alla TV. 

La domenica, poi, alle dieci e mezza circa, la nostra merenda o colazione, era una fetta di pane con il sugo che serviva a condire la pasta, poi, per il pranzo.

L'estate era lunga e il ricordo più lontano è forse quello della penombra della camera da letto della nonna paterna.

postato da: meriggio alle ore 09:46 | link | commenti (3)
categorie: frammenti di memoria, nota personale
venerdì, 02 giugno 2006

Taralli e tortano

Durante la stagione primaverile mangio con molto piacere i gelati, come già sa chi mi segue da un anno. Mi piacciono quelli artigianali, alla nocciola e al cioccolato, per restare in quello che per me è un classico, ma apprezzo molto anche quelli che sembrano combinare gusti stridenti come limone e cioccolato, oppure fragola e cioccolato, o ancora cioccolato e melone, o cioccolato e banana. Oggi non è proprio la giornata adatta per un gelato. Grigia e ventosa. Sarà stato per questo che, entrando in una nota salumeria di via Chiaia, per comprare un pezzo di pane, l'occhio è caduto anche su dei panetti piccoli, farciti con prosciutto cotto e crudo, formaggio e altri rimasugli di salumeria, così era un tempo. Si tratta del ben noto tortano o casatiello, consumato dalla popolazione napoletana soprattutto nei giorni di Pasqua. Insieme ai taralli, di ogni tipo, il tortano, così l'ho sempre chiamato da piccola, è tra i miei cibi preferiti. Non vorrei scomodare Proust e le sue oramai "ammuffite" madeleinettes, per dire che, quando ero una bambina di circa dieci anni ( ma avrò avuto veramente quell'età?), con i miei soliti calzettoni bianchi ricamati, di cui andavo fierissima, i capelli lunghi e lisci fino alla schiena e il cerchietto in testa, per fermarli, quasi sempre di domenica, andavamo al lago Patria. Lì il mio papà comprava dei taralli e della birra che beveva soprattutto lui. Altre volte ci capitava di andare a Castellamare e di mangiare un altro tipo di tarallo. Era, ed è, dolce, piccolo e bianco, perchè zuccherato. Lo compravamo dalle mani di quelli che, tuttora, vanno avanti e indietro vicino al casello autostradale, in una interminabile fila di macchine, tra l'incazzatura di mio padre, non so più se per i taralli o per l'attesa. Del tortano ho un ricordo legato soprattutto all'estate. In una certa salumeria, sempre affollata, ad una certa ora del mattino, all'incirca alle dieci, arrivava appena sfornato, caldo, appena appena bruciacchiato ( ben cotto, diremmo, oggi) saporito solo a guardarlo, un pane speciale. Il Tortano appunto. Il Signor Tortano, vorrei dire. Lo preparava un certo signore che allora mi sembrava alto, slanciato, magro e anche bello. Di questo signore, con occhi grandi e neri, sopracciglia folte e lunghe tanto da coprire tutta l'arcata sopraccigliare, non so come, ho una foto, oramai ingiallita. Lui mi sembra bello assai, bello come Alain Delon in Il Gattopardo.
postato da: meriggio alle ore 17:12 | link | commenti (13)
categorie: frammenti di memoria
domenica, 14 maggio 2006

Scocciata

Non ho capito se e quanto io detesti la domenica pomeriggio. Credo che mi sia piaciuta solo quando non sono stata sposata, e quando ero bambina. Allora mi vestivo a festa. Calzettoni bianchi ricamati, vestitino di terital, capelli raccolti alla Gigliola. Salivo in macchina, mi sedevo sui sedili posteriori, a sinistra. Dietro a papà che guidava. Al centro sedeva mio fratello più piccolo di me di tre anni. A destra, dietro mamma, sedeva mia sorella, di tre anni più grande di me. Andavamo a trovare gli zii. Credo che facessimo a turno. Una domenica dalle sorelle di mamma. Un'altra domenica da quelle di papà. Qualche volta, andavamo dallo zio, fratello di papà, che abitava al Vomero. Era un giorno speciale quello. Dovevamo prendere due pulmann. Andare in città. Comportarci bene. Mia zia parlava in italiano. Era molto affabile. Mio zio mi sembrava più serio e silenzioso, ma sorridente con noi bambini. Mi ricordo di R. uno dei suoi quattro figli, oggi medico omeopata. Sulle parete della sua stanza c'era un Che Guevara. Giocava a biliardino, aveva occhiali spessi, capelli lunghi e ricci. Di lì a qualche anno avrei trovato insopportabile uscire con i miei genitori. Altri tempi quando uscivo con P. a volte da soli, altre volte in compagnia. Avevo quasi diciotto anni. Poco prima che ci conoscessimo portavo lunghe gonne ampie e fiorate. Camicia uguale, gilet. Come quelle che vedo in giro al mercatino, oggi. La borsa era di cuoio come i sandali, bassi e intrecciati. Andavamo spesso al bosco di Capodimonte. Prima che conoscessi P. ci andavo con M. con Pe. con G. e, unico maschio, con F. Si parlava tanto. Poi vennero altri ragazzi. E si continuava a parlare, ma anche a fumare e a mangiare cornetti, quelli di due cuori e una capanna. Infine con P. a volte si andava al cinema, spesso a quelli d'essai, ma anche all'Adriano. Oppure ci si rintanava a casa di F. Lì, partivano la musica, baci e carezze. Per finire con una pizza, ma non sempre. E ora? Ora non piace più come un tempo. Crassa e noiosa mi appare, oggi. Per lo più.
postato da: meriggio alle ore 19:08 | link | commenti (19)
categorie: frammenti di vita, frammenti di memoria, stati danimo
lunedì, 01 maggio 2006

Petali di rose

Maggio odoroso è arrivato. Dal cortile arrivano rumori metallici. Tre uomini hanno la faccia in sù, guardano al quarto piano. Danno indicazioni e aspettano che il carico scenda giù. Lavorano. C'è chi, nel mio palazzo, trasloca, il primo maggio.

Avevo all'incirca dieci anni, a maggio, mese mariano e mese dei fioretti, di mattina, mia madre mi faceva lavare il viso con acqua e petali di rose rosse per lo più, ma anche gialle, qualche volta bianche. L'acqua era in un catino, metallico e verniciato di bianco, in qualche punto arrugginito. Non ricordo perchè lo dovessi fare. Per devozione verso la Madonna? Perchè le rose fiorivano in ogni giardino? Per un civettuolo consiglio estetico? La mia pelle era liscia, con molte lentiggini, soprattutto sulla fronte alta. I capelli erano castano chiari, lunghissimi e lisci, legati come la Cinguetti, idolo di mammà. Ricevevo i sorrisi e gli sguardi di molti, e  le guance diventavano rosse, come non mai. Avrei voluto nascondermi, non sopportavo quell'improvviso colore.

postato da: meriggio alle ore 08:25 | link | commenti (6)
categorie: frammenti di memoria, nota personale
giovedì, 02 febbraio 2006

Il Corso e il cavallo bianco

Facevamo una corsa folle per arrivare da miezz' o luogo sul corso, la strada principale del paese, attratti dal rumore degli zoccoli dei cavalli. Il corso era la via più importante. Lì si svolgeva la vita commerciale, sociale e religiosa degli abitanti, discendenti, secondo alcuni, dagli antichi cumani. Da lì passavano, trainati da grossi cavalli neri, i carri funebri. Dietro, a seconda dell'importanza del morto, una folta o sparuta folla, costituita da parenti stretti e lontani, da amici, da conoscenti. Altre volte, nelle occasioni di festa si vedevano le processioni religiose. Quella del corpus domini era bellissima. Allora si usava stendere sui balconi delle case che affacciavano sul corso le coperte più belle, quelle  più ricamate, avute in dote chissà quanti anni prima, gelosamente custodite ed esposte per l'occasione. E poi passavano strani carri, pieni, stracolmi di fieno, diretti in campagna, trainati da cavalli. Noi cercavamo quello bianco,  e mentre correvamo per vederlo da vicino, a due passi da noi, cantilenavamo "cavallo bianco, cavallo bianco portami fortuna, fammi trovare quello che vuoi". Subito dopo i nostri occhi erano appuntati per terra alla ricerca di un prezioso e improbabile dono.  

postato da: meriggio alle ore 15:55 | link | commenti (2)
categorie: frammenti di memoria