
Stamattina, insieme alle clementine che piacciono tanto ai miei figli, ho comprato dei mandarini. Non lo facevo da molto tempo. Spesso li ho trovati di sapore acre e così anch’io mi ero abituata a mangiare le clementine che sono senza semi e più dolci. Avrei voluto comprarli già da prima, anche per il gusto di ridire mandarini che come parola mi piace molto più che clementine. Sapevo che i mandarini avrebbero rievocato gli anni della mia infanzia. Quando ho staccato la buccia dalla polpa, la prima cosa che ho fatto è stata riportare la buccia sotto il naso per sentirne l'odore. Poi ho voluto che anche P., seduto sul divano, lo sentisse, e gliene ho lanciato un pezzo. Sapevo che sarei andata indietro nel tempo a quando gettavo la buccia nel braciere di due sorelle zitelle che abitavano nel mio stesso palazzo e che avevano una bottega sulla strada principale, diversa da quella di mio padre, ma pur sempre una bottega. Non posso definirla merceria, quella di Peppina e sua sorella Enrichetta era una bottega che vendeva un po’ di tutto a seconda della stagione che arrivava. A Natale, quei quattro metri per quattro, stretti e lunghi, si riempivano di pastori. I banconi erano sulla parete destra della bottega e coperti interamente da tanti piccoli pastori di terracotta. C’era tutto il presepe napoletano, lì. Avevo una piccola S. Gregorio Armeno di cui non sapevo nulla, pur abitando a pochi chilometri da Napoli. In fondo, sul balcone principale, c’erano le letterine di Natale, meravigliose nei disegni e nei colori, luccicanti di polverina brillante. Sceglievo la più bella, quella che ai miei occhi era la più bella. Le giornate erano fredde. Un freddo secco e pungente. Quando entravo dalle Zucculare, questo era il soprannome con cui erano conosciute in paese, mi ritrovavo al caldo del braciere che era spesso messo davanti ai loro piedi, davanti alle sedie di paglia su cui erano sedute. Gettavamo le bucce dei mandarini nella cenere che emanava quell’odore fresco e buono, solo in parte simile a quello di stamattina. La buccia bruciava emettendo quel sibilo che danno le cose che contengono liquidi e poi diventava marrone. Era il momento di rimuovere la cenere con un paletta di ferro, di raccogliere le bucce completamente arse e di metterle da parte. Era la visione più bella. Sotto la coltre grigia ardevano i tizzoni, rossi, di fuoco. Spettacolo primordiale in miniatura. A quel punto tutti portavamo avanti le mani, con i palmi bene aperti verso il fuoco.
Un altro stimolo a scrivere questo frammento di memoria è venuto dal bellissimo post di Angela, Casa e bottega.
Mia zia C. aveva meno di trent'anni quando fu rinchiusa nel manicomio di Aversa. Una storia d'amore finita male. Qualche gesto inconsulto da parte sua e la decisione della famiglia, ma forse è meglio dire del fratello più grande, di "curarla" con l'elettroshock prima e il soggiorno ad Aversa dopo. Forse i due fatti avvennero contemporaneamente. Un giorno andammo a farle visita, entrammo in un enorme salone dove una folla di donne vagava in attesa della visita dei parenti. L'immagine che ho conservato è questa, una gran confusione, persone che gironzolavano. Poi, il sorriso di mia zia quando ci vide. Prima ancora di incontrarla venni abbracciata e baciata da una paziente che mi scambiò per una sua parente. Ero piccola, molto piccola, frequentavo la scuola elementare. Ricordo il volto teso di mia madre e i suoi occhi inorriditi al bacio di quella donna.
Una vita infelice quella di mia zia C. Sola e qualche volta malata. Quando fu ritenuta guarita, i fratelli le trovarono una casa. L'appartamento profumava di nuovo e io ricordo l'arazzo sulla parete del salotto che raffigurava finti momenti idilliaci, finti momenti di vita pastorale. Enorme ai miei occhi. Di nessun valore. In quella casa, con lei ho dormito alcuni mesi. Poi ancora litigi e incomprensioni con la sua famiglia e la decisione di non mandarmi più a trascorrere la notte da lei. Quando camminava per la strada era ancora bella. Pelle chiara e pulita. Labbra carnose e ben definite. I baffetti si vedevano solo da vicino e scommetto che da giovane aveva provato a schiarirli o a estirparli, poi con l'età avrà pensato che non ne valesse più la pena. Capelli neri raccolti dietro la testa. Il tuppo, così lo chiamavano. I vestiti erano spesso interi e fiorati e poi portava i sandali infradito e il carrello della spesa. Per le strade di un paese di provincia aveva l'aria cittadina di una bella signorina.
Tutti assolti, perché "il fatto non sussiste". Con queste parole il giudice monocratico Laura D'Arcangelo del Tribunale di Larino ha assolto tutti e sei gli imputati per il crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia (Campobasso) che il 31 ottobre 2002 causò la morte di 27 bambini e di un'insegnante.
Al processo c'erano anche i genitori dei bambini morti nel crollo della scuola. Le mamme indossavano collane, tutte uguali, cui erano appese medagliette con le immagini dei volti dei loro figli. Immediata la loro reazione dopo la lettura della sentenza, che è stata accolta da proteste, con urla e insulti. E' stata anche lanciata una sedia. Alcuni parenti delle vittime hanno inveito contro gli imputati, venendo quasi alle mani. La situazione è stata tenuta sotto controllo dai carabinieri. "Ce li avete uccisi due volte. Due volte - ha gridato la madre di una delle piccole vittime - Vergognatevi. Qui c'è gente che ha perso il suo unico figlio o ne ha persi due". (da www.repubblica.it)
Quell'abito bianco, lungo, con il velo e lo strascico. Quello di "quel giorno". Bianco non è più. E poi ingombra. Quel giorno lontano, quando mamma decise di buttare il suo, forse, aveva la mia età. Al mio stupore contrappose l'aria di chi non se ne importa. Il tempo, lo scorrere del tempo, vince sempre su tutto, fece intendere.
City of blinding lights degli U2, come sottofondo.
Non si può essere seri a diciasette anni locali rumorosi di luci sgargianti con i bicchieri pieni di limonata fresca e sotto i tigli verdi a passeggiare e basta e sono belli i tigli quando giugno arriva e l'aria è così dolce che se la si respira si sente bene il suono della città vicina si sente bene il vino mischiato alla benzina E poi all'improvviso guardare più lontano scoprire un pò di cielo in mezzo a qualche ramo e quell'azzurro scuro pare trafitto appena da una stellaccia bianca che dolcemente trema Diciasette anni a giugno e ci si lascia andare la linfa è uno champagne che ti farà ubriacare e sulle labbra schiuse immaginare un bacio e poi dimenticare di non averlo dato Mentre il cuore sogna romanzi d'appendice ti sembra di vedere in quella poca luce il volto di una donna che donna non è ancora però come si muove se ti guardasse ora Visto che ti trova immensamente ingenuo mentre fa ballare leggermente il seno lei si gira e segui il movimento ma poi non parli più però rimani attento E sei innamorato innamorato perso sarai noleggiato fino al trenta agosto fino al giorno in cui ti avrà risposto E quella sera andrai al solito locale stessa limonata identico rumore non si può essere seri a diciasette anni sotto i tigli verdi e passegggiare lenti
(Arthur Rimbaud - Leo Ferrè - Traduzione: Daniele Silvestri)
Tetes De Bois
Quelli di quest'anno non sono stati diversi dagli altri, quelli degli altri anni. Però qualcuno di questi mi resterà impresso un po' di più. Chi non ha mai visto la malinconia negli occhi dei diciassettenni?
Tra qualche anno racconteranno, anche loro, dei giorni trascorsi dietro ai banchi di un'aula scalcinata e fredda. Racconteranno di qualche pariata e di quando si sono annoiati e poi di quando hanno riso e anche di quando hanno avuto veramente paura perchè si sono visti persi. Ci sono stati momenti come questi, ci sono stati, lo so per certo. Passeranno gli anni e la mia faccia scivolerà nei meandri della loro memoria. Forse si fisserà nei ricordi di alcuni. Verrà cancellata in quelli di altri. Come in un gioco di specchi, io vedo me in loro. Io ho diciassett'anni. Io passeggio sotto i tigli verdi.
Tra qualche anno mi ricorderò delle strade deserte, dei negozi chiusi, delle corse per la scala Fenicia, del buio di prima mattina, di qualche sguardo interessato e del mare mosso visto dalla finestra.
Mi piace quella parte della liguistica che studia i cambiamenti delle parole e il loro significato. Quanto è accaduto a New York è segno dei tempi che cambiano. Ciò che vale per una generazione non vale per un'altra. Quando studiai Storia del Cristianesimo, il mio primo esame, alla Federico II, seguii un seminario sul movimento di liberazione dei neri d'America. Studiammo le Black Panthers, tra le altre cose. Fu allora che la bravissima e simpatica docente ci parlò del vero significato di nigger, e dell'uso improprio che noi facevamo della parola negro, diversa da nero.
NEW YORK — La parola in questione, l’impronunciabile N-word è citata per esteso dal Dizionario Webster sotto la voce «nigger»: «Un termine che all’origine era una semplice variante di negro ma adesso è accettabile solo nel black-English. È generalmente tabù a causa del suo retaggio di odio razziale. Viene usata da una minoranza bianca come epiteto malvagiamente ostile». Ma da oggi la città di New York ha risolto il problema, mettendo al bando quella che per molti resta «l’insulto più infame nella storia degli Usa». La commissione per i diritti civili del Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una moratoria, simbolica, diretta soprattutto ai giovani che hanno ripreso a usare l’epiteto, tornato di moda grazie a Hollywood e alla musica rap e hip-hop. Il bando non ha valore di legge: per evitare querele, che in nome del primo emendamento della Costituzione Usa risulterebbero tutte vincenti, il Consiglio Comunale si è ben guardato di parlare di proibizione legale. «Volevamo mandare un forte messaggio alle nuove generazioni », spiega Leroy Comrie, il consigliere comunale promotore dell’iniziativa. «Nigger divenne popolare all’inizio dell’800, quando mercanti e padroni di schiavi la usavano per privare dell’umanità la loro merce», gli fa eco Marsha Harris, dell'organizzazione Abolish the N-Word. I primi a lanciare l’idea furono la deputata afro-americana Maxine Waters e il Reverendo Jesse Jackson, fari spirituali dell’America nera. «Invitiamo studi cinematografici, network tv e industria discografica a mettere per sempre al bando la parola che inizia per N, laido residuo di un'altra era», dissero in coro a novembre. Anche se il bersaglio della loro crociata erano soprattutto i giovanissimi afro-americani — gli unici, ormai, ad abusare di un termine inflazionato nella cultura nera rap e hip-hop — era stato un attore bianco a scatenare il loro sdegno. Durante uno show, il comico Michael Richards aveva inveito contro due giovani afro-americani, rei di aver interrotto il suo numero, esortando la maschera a buttarli fuori «perché sono dei sfottuti nigger, che solo 50 anni fa avremmo appeso a testa in giù ad un albero con un forcone nel sedere». L’incidente aveva traumatizzato soprattutto i neri più anziani, memori di scene strazianti di linciaggi, roghi alle chiese, scuole segregate e cavalieri bianchi incappucciati. Ma per i loro nipotini quella parola significa qualcosa di completamente diverso. «Il termine viene usato dai giovani neri come simbolo di solidarietà, appartenenza e potere, non di insulto », si ribella il professore Randall Kennedy, docente ad Harvard e nero, nonché autore del libro «Nigger: The Strange Career of a Troublesome word». Il sito Web niggaspace.com, spiega invece la differenza tra le due versioni della stessa parola. «Nigger, con il suffisso "er" denota razzismo e odio. E nigga, nella versione rap legittimata da Tupac Shakur nella canzone "N.I.G.G.A." (Never Ignorant Getting Goals Accomplished), che incarna fratellanza e appartenenza». www.corriere.it
A quest'ora, nelle domeniche di fine anni sessanta, io ero una bimbetta che si preparava ad andare in Chiesa. Facevo il bagno, lavavo i capelli che erano lunghi e lisci. La mia mamma li pettinava e poi li raccoglieva in alto con un elastico come quelli della Cinquetti. Poi mi vestivo. Mi vestivo a festa. Nei miei ricordi di oggi ci sono calzettoni bianchi, ricamati, traforati, belli, che arrivavano fin sotto le ginocchia. La mia mamma li comprava in un negozio del corso (un altro corso, non l'Emanuele) che profumava di abiti nuovi, abiti confezionati, di terital. Andavo in Chiesa al terzo rintocco della campana. Era il segno che la messa stava per iniziare. Mi sedevo tra le prime file e seguivo, non so con quanta attenzione, lo svolgersi della funzione. C'era molta gente, allora, tanta, fino alla porta d'ingresso che spesso non veniva chiusa. Sempre aperta, forse a tutti. Sarei andata in Chiesa, ancora per qualche anno, diradando le mie visite sempre più spesso, fino al completo abbandono. Ci sarei ritornata ancora in altre circostanze della mia vita, ma con spirito diverso. Già a quindici anni sapevo di essere da una certa parte. L'età della riflessione era incominciata. Oggi voglio legare questo scarno ricordo alle parole del mio amico Tortora (tra i miei link). Mi piace che in questo mio spazio trovino collocazione i suoi post, perchè ne condivido il contenuto e il modo con il quale li riveste. Oltre che per la stima e l'affetto che nutro nei suoi confronti.
Pastori (tedeschi)
Uno accende la televisione: c’è il Papa che parla. E nella mente risuonano parole sante: beati i poveri, beati i semplici di spirito, beato chi ha fame e sete di giustizia … No, tutt’altra musica. Chi parla più del discorso della montagna? Quando avete sentito, l’ultima volta, un appello all’amore, alla verità, alla pace, nato dalla sofferenza che si dice esser propria della santità? Da quanto non sentite dalla bocca di un ministro di Dio una verità che dispiaccia ai potenti? Quand’è stata l’ultima volta che avete ascoltato un appello alla mobilitazione contro la fame nel mondo, contro le malattie endemiche, contro le guerre, mettendo alla gogna, con nomi e cognomi, chi di queste brutture è promotore o fautore? Quanti sono, tra gli esponenti della gerarchia ecclesiastica, quelli davvero vicini ai deboli, ai diseredati, e non per piccolo calcolo, per tatticismi opportunistici, ma per sdegno contro la violenza e l’ingiustizia? Quando avete ascoltato dalle labbra di un pastore della Chiesa che dai ricchi e dai potenti non c’è da aspettarsi nulla; sono loro i veri egoisti, gli autentici relativisti, gli affossatori quotidiani della verità; i dispregiatori della dignità dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza del loro creatore? Tempi bui, per chi ha coltivato finora la fede. Il Papa professore vede pericoli dappertutto. Ma non i veri pericoli. Qui si minaccia la vita!: e si riferisce alle ricerche di genetica. Qui si sta mettendo in pericolo la famiglia: e si riferisce ai diritti per i conviventi. Dunque: No ai Pacs, e no pure ai Dico. No all’aborto e no pure agli studi sulle cellule staminali! Una disseminazione continua di allarmi. Un «no!» permanente. Non una parola di speranza, di fiducia nell’uomo. E poi … l’ineffabile Ruini. Ormai ha deciso che quel traditore di Prodi, che s’è allontanato dalla linea della Chiesa, deve cadere! Sostegno alla destra, dunque! Campagna senza tregua contro il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto. Alleanza con l’altra faccia della Confindustria: che – tutti lo sanno – è come Giano Bifronte: una parte guarda avanti, l’altra guarda indietro, e tutt’e due nell’unico condiviso interesse a tutelare i propri interessi. E se non cade, Prodi, meglio ancora: con i cani rabbiosi che gli abbiamo scagliato contro, verrà a patti. Certo che verrà a patti! Prodi traditore: mi fa ridere solo il pensarlo! L’ineffabile Ruini. S’è inventata l’ultima. Una genialata. In mancanza di figure “laiche” d’alto profilo morale e di grande notorietà pubblica, ha lanciato la campagna: «Commissario Calabresi: santo subito!». E poiché è rispettoso del diritto canonico e di quello ecclesiastico, ha pure precisato – una precisazione che sembra un imperioso invito –: poiché non posso avviare io la procedura per la beatificazione, che lo faccia la Curia di Milano! Povero Calabresi. Sarà stato certo un uomo retto – non dubito –, ma finire strumentalizzato dalla Chiesa per la sua rettitudine … Certe volte penso che, se esiste un Dio, finora si sia sbellicato di risate a vedere quel che dicono e fanno in suo nome i suoi rappresentanti sulla terra. E che ora, però, si sia proprio rotto. E perciò abbia deciso di non intervenire più per riparare i danni che la loro stupidaggine ha prodotto. E stia aspettando che il popolo cristiano s’allontani sempre più dai suoi pastori (tedeschi), abbandonandoli a se stessi, alle loro paranoie, ai loro vuoti discorsi. Ai loro meschini tatticismi politici, ideati e attuati in nome di Dio - Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen!
A gennaio facevamo 'o fucarazzo. La legna raccolta da noi bambini veniva ammucchiata al centro, miezzo o' luogo. Carmela, l'anziana della piccola comunità, verso sera, erano fredde e umide le sere, appiccava il fuoco, e le fiamme si levavano alte. Intorno calore e luce. Una cantilena invitava a darsi la mano e a girare in cerchio. Accadeva ieri, proprio ieri.
Vado a correre.
Le buatte e la lavatura della lana di materasso. Credo che più o meno questo fosse il periodo. Il luogo deputato per il primo enorme lavoraccio era il cortile, quello di una volta, retaggio di una lontanissima vita medievale. Il cortile era il centro del palazzo o del "lluogo", intorno ad esso c'erano le abitazioni. Queste somigliavano ai bassi napoletani, come struttura, ma le relazioni umane erano più semplici. Non mancavano litigi furibondi tra gli stessi abitanti del cortile, il più delle volte per futili motivi. Ma complessivamente prevaleva una comunità sociale specchio di un'Italia in bilico tra abitudini e usanze ancora contadine e modi di vita tipici di una realtà industriale allora nascente.
Per le buatte, bottiglie di pomodori tagliati a fettine o passati, bollite in enormi bidoni e poi conservate e consumate durante l'inverno, venivano chiamati a raccolta tutto il parentado e i vicini di casa, i più piccoli soprattutto. Una grande fatica per tutti, ma anche un rito che si è ripetuto fino a che non sono entrati in commercio i pelati di produzione industriale. L'enorme lavoro iniziava con l'arrivo dei pomodori nelle cassette, e con il lavaggio delle bottiglie, messe poi capovolte per far uscire completamente l'acqua. I pomodori venivano lavati molte volte in enormi bagnarole. L'acqua corrente affluiva tramite una pompa e cadeva precipitosamente a terra. Il lavoro era diviso tra chi tagliava in spicchi i pomodori rossi e sodi e chi con la macchinetta ne faceva un sugo denso simile alla lava. Ai bambini era affidato il compito di riempire le bottiglie. Spicchi sopra spicchi, basilico e poi basilico e ti tanto in tanto, per far scender tutti i pomodori sul fondo della bottiglia e per evitare vuoti d'aria, si batteva la bottiglia sopra uno straccio bagnato, in genere erani brandelli di sacco, avendo cura però di tappare con un dito il collo della bottiglia sennò il pomodoro schizzava in faccia. Altri con l'imbuto riempivano le restanti bottiglie con la passata.
Infine le bottiglie venivano riposte nei bidoni pieni di acqua e fatti bollire. Il bidone era situato sul treppiede e sotto ardeva la legna, il cui odore di bruciato mi è rimasto nel ricordo.
Mia madre non li faceva i pomodori. Era più giovane delle altre donne del cortile e molto aperta alle novità, faceva parte del partito della pelata confezionata. Noi bambini venivamo reclutati per un intero, lungo e divertente pomeriggio.
La lavatura della lana a domani.
Per me l'estate è cielo azzurro e pulito. E' luce intensa e luminosa. E' il cortile della casa dove sono cresciuta, dove giocavamo a "sette prete". Sono i piedi zozzi per il sudore e la polvere.
C'era Carmelina che faceva la fruttivendola. C'era Gaetanina, la figlia di Carmelina, con i balconi fioriti di campanelle. Gaetanina ci faceva salire a casa sua e ci faceva spolverare o ci faceva fare qualche altro "servizio". Mia madre si incazzava, non voleva. L'estate era la mattina a seguire i film con Amedeo Nazzari, Massimo Girotti e altri, con le imposte della finestra socchiuse per impedire alla luce di entrare. Era un panino mangiato davanti alla TV.
La domenica, poi, alle dieci e mezza circa, la nostra merenda o colazione, era una fetta di pane con il sugo che serviva a condire la pasta, poi, per il pranzo.
L'estate era lunga e il ricordo più lontano è forse quello della penombra della camera da letto della nonna paterna.
Maggio odoroso è arrivato. Dal cortile arrivano rumori metallici. Tre uomini hanno la faccia in sù, guardano al quarto piano. Danno indicazioni e aspettano che il carico scenda giù. Lavorano. C'è chi, nel mio palazzo, trasloca, il primo maggio.
Avevo all'incirca dieci anni, a maggio, mese mariano e mese dei fioretti, di mattina, mia madre mi faceva lavare il viso con acqua e petali di rose rosse per lo più, ma anche gialle, qualche volta bianche. L'acqua era in un catino, metallico e verniciato di bianco, in qualche punto arrugginito. Non ricordo perchè lo dovessi fare. Per devozione verso la Madonna? Perchè le rose fiorivano in ogni giardino? Per un civettuolo consiglio estetico? La mia pelle era liscia, con molte lentiggini, soprattutto sulla fronte alta. I capelli erano castano chiari, lunghissimi e lisci, legati come la Cinguetti, idolo di mammà. Ricevevo i sorrisi e gli sguardi di molti, e le guance diventavano rosse, come non mai. Avrei voluto nascondermi, non sopportavo quell'improvviso colore.
Facevamo una corsa folle per arrivare da miezz' o luogo sul corso, la strada principale del paese, attratti dal rumore degli zoccoli dei cavalli. Il corso era la via più importante. Lì si svolgeva la vita commerciale, sociale e religiosa degli abitanti, discendenti, secondo alcuni, dagli antichi cumani. Da lì passavano, trainati da grossi cavalli neri, i carri funebri. Dietro, a seconda dell'importanza del morto, una folta o sparuta folla, costituita da parenti stretti e lontani, da amici, da conoscenti. Altre volte, nelle occasioni di festa si vedevano le processioni religiose. Quella del corpus domini era bellissima. Allora si usava stendere sui balconi delle case che affacciavano sul corso le coperte più belle, quelle più ricamate, avute in dote chissà quanti anni prima, gelosamente custodite ed esposte per l'occasione. E poi passavano strani carri, pieni, stracolmi di fieno, diretti in campagna, trainati da cavalli. Noi cercavamo quello bianco, e mentre correvamo per vederlo da vicino, a due passi da noi, cantilenavamo "cavallo bianco, cavallo bianco portami fortuna, fammi trovare quello che vuoi". Subito dopo i nostri occhi erano appuntati per terra alla ricerca di un prezioso e improbabile dono.