L'1 arriva a Poggioreale, attraversa buona parte della città, congiunge la parte est di Napoli con il centro, la city per chi ama l'enfasi. Fa un movimento circolare. Arriva a piazza Vittoria, riparte, attraversa la galleria, accompagna i passeggeri in visita alle isole o i pendolari al molo Beverello, prosegue per via Marina fino al corso Garibaldi, per attraversare l'omonima piazza, la zona della stazione. Le fermate, qui, ma lungo l'intero percorso del pullman, sono di solito molto affollate. Gente semplice, quella che lavora ogni mattina e che lascia la propria casa per raggiungere il posto di lavoro. Straniera, se viene da altri paesi e ha l'aliscafo, il treno o la Cumana che l'aspetta. Strana e stranita, quella che affolla tutte le stazioni delle grandi città. Sono i poveri che vivono ai margini del mondo e che vedo attraverso i finestrini del pullman. Sono quelli che si fermano per strada e parlano da soli, stracci lerci addosso, giacche cascanti, buste con qualcosa da mangiare, sono quelli che vivono per terra, sulle aiuole che fanno da letto, cartoni intorno, ancora altri stracci sparsi a terra. Qualche giorno fa non ero l'unica nel pullman che la guardava, era per terra, la schiena appoggiata al muro, in una mano un bicchiere di plastica, dal colore sembrava caffelatte, nell'altra mano qualcosa di simile ad un piccolo specchio con il quale parlava a se stessa, o all'altra da sè che vedeva riflessa. E poi gente nera, cinese o rom. Colori sgargianti, carrelli con la merce che vengono trascinati lungo la strada. Un viavai di persone lungo i marciapiedi. Un formicaio umano che avanza in ogni direzione.
Alle spalle del carcere si trova il centro direzionale. Svettano i palazzi di Giustizia e del Tesoro. Ad un certo punto del percorso, nel pullman si riconoscono gli avvocati o quelli che bazzicano in questo settore. Hanno giacca e cravatta e gonfie borse da ufficio. Prima di arrivare al centro direzionale si costeggia il lungo muro del carcere. Poggioreale. In certi giorni fuori alla porta d'ingresso c'è una lunga coda. Sono soprattutto donne. Mamme, sorelle, mogli. L'abbrutimento fisico arriva agli occhi prima di quello morale. Alcune di esse prendono l'1 e spesso chiedono dove sia la fermata. Domandano ad alta voce, le parole spesso sono veicolate attraverso suoni sguaiati.
A volta capita di assistere a discussioni che nascono per uno di questi commenti a voce alta. Può essere un ritardo del pullman, oppure il climatizzatore troppo basso o troppo alto. E allora una babele di considerazioni qualunquistiche si innalza e scema dopo qualche fermata, solo quando qualcuno dei personaggi alla De Crescenzo scende e se ne va.
Musica maghrebina sul n.1, con il cellulare, voce alta.
I due ragazzi che l'ascoltano provengono da un altro paese. Le persone che gli stanno intorno non fanno caso, nè sono infastidite. A me piace, e, penso che il motivetto che si diffonde nella parte anteriore del pulmann climatizzato sia il giusto sfondo musicale per questa giornata ancora calda, una giornata lavorativa iniziata tardi e terminata presto. Le aule erano deserte. Gli alunni sciamavano ancora sui motorini, quando sono arrivata.
Sul pulmann divido il postoemezzo dapprima con una signora anziana, con diversi scatoloni tra le mani. Mi dice che le fanno male le ginocchia. Ha insistito lei che mi sedessi al suo fianco, io glielo avrei ceduto per intero, il postoemezzo. Scende dopo un po', e cede il posto ad un'altra signora. Questa parla di Trento con il suo accompagnatore, lui parla di Napoli come di una città seviziata. Scendono di fronte al porto.
Non ho molto da dire, nè da raccontare. In questi giorni si lavora.
Di pomeriggio organizzo le lezioni, seguo mio figlio P. nei compiti (è al primo anno del classico). Se posso vado in palestra. Se ho voglia, metto ordine in casa, faccio la spesa e cucino.
Di mattina sono a scuola. Le classi sono numerose. In questa prima fase è necessario chiarire subito come si intende lavorare. Cerco di intercettare gli accordi giusti. A volte osservo, ma tutto mi sembra molto uguale a prima. La cordialità fa bene, ma spesso il sorriso è solo di facciata. Chi se ne frega. Non si può essere amici di tutti. Se poi dovessero nascere sintonie particolari sono la prima a cambiare idea e parere.
E' faticoso impostare relazioni con gli alunni da una parte, con i colleghi dall'altra. L'alternativa è la monade. Si può anche lavorare così. Ma non è il mio caso.
Cambia la gente che incontro, in questi giorni. Cambiano voci, odori e stralci di conversazioni. Nel pullman, stamattina, a fianco a me un signore dai capelli bianchi risponde al telefonino. Tono pacato, paterno, come il suo aspetto.
- abbiamo trovato solo il braccio...
- ........
- sì, di una donna. Aveva un orologino al polso e le unghie lunghe e smaltate. E' stato tranciato dal motoscafo che poi si è dileguato.
- .......
- sto venendo a fare rapporto, comandante.
- .......
- No, non credo che avesse fatto il bagno, sarà stata buttata. Ieri il tempo non era bello.
- ......
- il motoscafo le ha tranciato un braccio... sì...
Poi sono scesa. Per tutta la mattinata ho pensato di stare in un film anche per quello che è successo dopo, ma che non vi racconto. Grattacapi e noie burocratiche.
Stamattina ero all'ASL per analisi legali.
Avevo con me "Scuorno" di Francesco Durante che avevo quasi finito di leggere. Devo averlo appoggiato sul marmo della finestra, mentre chiedevo informazioni. Dopo un po' mi accorgo che mi mancava qualcosa, realizzo che a mancarmi era proprio il libro. Ritorno sugli stessi luoghi. Niente. Fottuto.
Mi è dispiaciuto molto, per due motivi. Lo aveva letto già prima di me P. era passato tra le sue mani e poi io lo avevo sfogliato, aperto e rinchiuso, poggiato sul mio comodino per diverse sere. Era stato con me, come per tutti i libri che leggo. Mi rendo conto che questo discorso può fare un po' ridere, il fatto è che io sostengo il diritto di "appartenenza" del libro, infatti non li chiedo mai in prestito, in quanto credo che tra lettore e autore si instaura spesso una vera e profonda relazione, soprattutto quando il libro è sulla nostra stessa lunghezza d'onda. L'altro motivo è che con il libro ho perso anche il segnalibro che mi regalò mia figlia di ritorno dal suo primo viaggio a Barcellona. Raffigurava un famoso dipinto di Dalì.
Per il libro, P. è stato, come sempre, molto carino e solerte, ne ha comprato un altro. Il segnalibro verrà sostituito.
Risento di nuovo radio Capital, in macchina. Faccio il percorso che mi porta verso la stazione centrale. Temevo l'ingorgo, stamattina, invece, il flusso delle macchine era scorrevole. Diversi vigili erano in servizio, soprattutto lungo via Marina, dove stanno lavorando al manto stradale.
Verso le dieci e mezza ha inizio il rito del primo settembre.
L'aula è gremita e fa molto caldo. Ritrovo colleghe che avevo conosciuto in altre sedi.
Osservo, e prendo appunti sui prossimi incontri. La tipologia delle persone si ripete. Io rientro in una di queste Tra qualche giorno si ripeterà quella degli alunni. Molto spesso, le due tipologie corrispondono. I più attenti, gli spiritosi, gli annoiati, i menefreghisti. In fondo il collegio è una grande classe. In fondo ci sono sempre quelli che chiacchierano.
Ride di gusto, Nina. Ride forte. Forse avrebbe potuto fare la doppiatrice o chissà, se l'avesse conosciuta un regista, l'attrice. E' di bell'aspetto Nina, ancora oggi, che di età ne ha quasi cinquanta. E forse non starebbe qui a fare la badante a quell'anziano signore che di giorno e di notte è tormentato dagli incubi. Ha una risata giocosa Nina, come quella delle bambine, bella, e, nello stesso tempo, irritante. Risuona per l'intero cortile, quello interno, quello della cucina. Parla con la sua amica, ucraina pure lei, seduta su una sedia, in fondo al balcone, parlano nella loro lingua e spesso si sente la risata di Nina. Forte, gorgogliante, come una cascatella, e viene da dire, quasi, contagiosa. Potrei chiederle di prestarmi la sua risata. Solo per una volta, dai!
Una rapida tappa a Roma, per sbrigare una faccenda. Andata e ritorno.
Il tempo di mangiare qualcosa in uno di tanti locali della zona, lungo il Tevere. Camminare per raggiungere la macchina e passare tra palazzi storici e chiese. Il tempo di vedere un Caravaggio. Una monetina e il dipinto si illumina. La vocazione di S. Matteo ci appare, poi scompare. L'occhio si ferma, scruta i particolari. La finestra a forma di croce, la luce, la luce di Caravaggio, il tavolo, intorno le figure e gli sguardi sorpresi.
Incrociare personaggi del modo politico e accorgersi che il senso di ribrezzo resta, anche quando li si vede in carne ed ossa. Ne avverto il potere, in quel crocicchio che parla in strada. E di che parlano? Non certo della bontà del cornetto del mattino. Incarnazione del modello verticale di cui parla Gherado Colombo nel suo ultimo libro. Intorno a loro guardie del corpo, in vestito scuro, cravatta, auricolare. Temperatura sui 35-37gradi. Camminiamo ancora, e senza volerlo passiamo per Campo de' fiori. Ci appare il frate nolano. Arso vivo nel 1600 dalla Santa Inquisizione. Ogni piazza ha una storia a Roma. In ogni piazza senti la voce della Storia. Tutte le anime ci parlano e noi ascoltiamo.
Ascoltano, osservano, squadrano i ragazzi seduti per terra a ritrarre uno scorcio bellissimo di Roma, in un altro punto. Fogli da disegno e matita in mano. La prospettiva è incantevole. La bellezza rasserenatrice. Avere il privilegio di coltivare l'arte. Crescere e mettersi le ali. Cos'è la vita, se non elevazione della mente?
Adoro questa città e la sua luce rossastra. L' estensione orizzontale prevale. I caratteri delle città sono determinati anche dalla loro planimetria, dall'archittetura. Roma è un eterno cullarsi, un dondolio continuo. Napoli è un salire e scendere. Inferno e Paradiso. Parigi, il centro che si dirama. Atene, la collegialità, il potere che si fa democrazia. L'Havana, la mescolanza, l'elemento esterno che irrompe su quello interno.
Barcellona e S. Pietroburgo, chissà, me lo diranno loro, al ritorno.
Eravamo in quattro seduti ad un tavolo di una pizzeria, davanti a noi il porto con gli scafi che arrivavano e partivano. Io ho mangiato una marinara, gli altri una margherita. Abbiamo parlato di vini e poi di amicizie celebri. Così per caso, degli Almamegretta o di attrici fidanzate con famosi personaggi televisivi. Dopo siamo passati davanti alla cow-dorata, ma non l'ho potuta fotografare, mi mancava la macchina. Forse questa dimenticanza non è casuale, forse sono stanca di questo scenario, forse non mi emoziona più,come le prima volte. Forse tutto è entrato nell'abitudinarietà.
Chi scrive è la precaria che rimane dentro ognuno di noi. Quella che trova allettante un nuovo ambiente, nuovi colleghi, perchè ha girato tante scuole, sa cosa troverà. Si è adeguata al cambiamento Poi c'è l'altra che non vorrebbe lasciare i giovani colleghi, ora che ci si conosce meglio, ora che sembra esserci un più ampio terreno d'intesa. Forse è perchè siamo alla fine dell'anno. C'è il sole, siamo più predisposti all'ascolto, più sereni e pacati. Eravamo quattro prof, al ritorno, tutte donne. Abbiamo parlato delllo stage al quale ha partecipato una delle colleghe presenti, qualche pettegolezzo. E qui non mi sono ritrovata. Pur condividendo alcune idee, io sono giunta ad altre conclusioni. La situazione era comunque piacevole. Forse sarebbe nata un'amicizia, davanti ai miei occhi aleggia con terrore il fantasma di sexyandcity. Però, a pensarci bene, sarebbe stato divertente. Altre volte, invece, mi è capitato di chiedermi "che ci faccio qui", e ora cosa succede? Ho di nuovo cambiato idea. Chi scrive è l'insegnante che crede nella continuità. Quella che pensa che la stabilità sia importante nelle relazioni umane e nell'ambito professionale. Tutto è più semplice, soprattutto nel lavoro. Sai come muoverti. Anche gli altri, i colleghi, sanno come ti muovi. Questa considerazione mi farà rimpiangere l'isola e il pendolarismo fisico e...mentale.
Il balcone della signora di fronte ha i colori delle rose di maggio, il rosa dei gerani appena sbocciati, il gallo e il bianco di altri fiori i cui nomi non ricordo in questo momento.
Il cielo si è coperto di nuvole grigie.
A me è venuto in mente un'abitudine che avevo da bambina e che si faceva solo a maggio. Credo di averne parlato qui, già altre volte. Durante il mese di maggio, mese mariano, mese dei fioretti, (mia madre era devota ma in modo molto popolare) mi lavavo la faccia con i petali di rose. Solo la faccia. American beauty non era ancora arrivato.
Mia figlia, al mio fianco, sta studiando latino; ogni tanto apre l'altro computer e chatta.
Io sto scrivendo un'unità di apprendimento, di tanto in tanto, faccio capolino, qui, in queste stanze aperte.
Quando sono entrata per la seconda delle tre ore di lezione, A. e M, maneggiavano con l'iPod. Ho detto loro di metterlo da parte.
Ad una seconda occhiata mi sono accorta che non era l'iPod normale, eh no! Le dita scivolavano sul display. Si erano già connessi, tramite Safari, ad Internet. Nella scuola esiste il sistema wi-fi. Faccio appena in tempo a dire fatemi vedere cosa state cercando, che M, radiante in volto, consapevole della presa che l'oggetto avrebbe avuto su di me, me lo passa e suggerisce di cercare la festa della liberazione, il 25 aprile, di cui avevamo parlato nell'ora precedente. Essìa, dico, perchè no? Intorno alla cattedra siamo in quattro, gli altri sono seduti ai propri posti.
Cerchiamo, troviamo, leggiamo. L'Ipod touch si lascia accarezzare dalle nostre dita.
Incomincia A. Continuo io, dopo aver ingrandito il testo, ché la presbiopia avanza.
La connessione di idee è rapida come il collegamento. Perchè non vedere su you-tube "Bella ciao"? Detto fatto. Non la conoscono e allora la sentiamo, dico. Ad M. viene l'idea di prendere le casse in laboratorio, così anche gli altri possono ascoltare. Detto fatto. Bella ciao è suonata e cantata da un musicista con la chitarra, da solo. Non la conoscevano e quando mi vedono seguire il testo a memoria, sono un po' sorpresi. Sebbene mi abbiano sentito canticchiare in altre occasioni, per un lavoretto tra testo musicale e poesia, si divertono ancora a vedermi in altri "ruoli". Ogni tanto far scoprire le proprie passioni, i propri interessi, serve. A loro, e a me. Le distanze si accorciano e l'intesa (se c'è) migliora. E pensare che io imparai a memoria " Bella ciao" quando ero alle elementari.
A. è la più brava. Si ferma un attimo e mi chiede quali siano i miei cantanti preferiti.
Bruce Sprinsteen è il primo nome che mi viene in mente. IPod touch viene di nuovo sfiorato.
Nel video il Boss è giovane. Per l'aula (non solo, la finestra era aperta) risuona il ritmo di Dancing in the dark.
Eravamo partiti con Bella ciao, ieri, 24 aprile.
La scuola del futuro, forse.
L'Orion è grande e spazioso. C'è poca gente. La stagione estiva è ricominciata. Gli orari sono cambiati. Le corse sono aumentate. I turisti sono ritornati, accompagnati dalle guide. Gli aliscafi restano, però quasi vuoti. It's just a temporary thing it's just a temporary thing canta Lou Reed. Il ritmo è incalzante e arrabbiato come il testo. Siamo tutti sparpagliati. Chi seduto qua, chi seduto là. Hey now bitch
now baby, you better pack your things
get outta here quick.
Maybe your blood's getting ah, too rich It ain't like we ain't never seen
this thing before
And if it turns you
bend around then you better hit the door. But I know, oh, it's just a temporary thing
Oh yeah, it's just a temporary thing.
Canta ancora Lou Reed. La risento. Il mare è un po' mosso. Giornata faticosa. Di nuovo incomprensioni tra un collega e la classe. Proposta di sospensione. Domani verrà il Dirigente scolastico. Il mare da un lato è grigio e dall'altro è azzurro. Subisce gli umori del cielo. Ah-huh, it's just a temporary thing
Oh yeah, been there before
just a temporary thing
It's just a temporary thing
Ah bitch, get off my kids temporary thing. Di nuovo la voce arrabbiata di Lou Reed. Siamo al molo Beverello.
Qui, lo posso dire, chè loro (non tutti) non sanno di questo luogo. Con loro sto bene quando parliamo di film, soprattutto di fim. Ieri sera eravamo dodici napoletani e una svizzera che è arrivata puntualissima alle sette, come concordato. Quando si parla seccamente di stereotipi ci si dimentica che spesso, molto spesso attingono alla realtà. Quando si fa solo uso di questi nei ragionamenti, allora si è cretini, decisamente cretini. Questo per dire che la giovane e bionda signora, elegante nel suo abito nero, che ieri sera è stata con noi al cenaforum, è arrivata alle sette spaccate. Ci ha portato formaggio svizzero che abbiamo apprezzato molto a fine pasto e una scatola di cioccolattini, come da stereotipo, da piacevole stereotipo. Abbiamo mangiato e bevuto. Abbiamo visto Irina Palm e abbiamo discusso, come siamo soliti fare oramai da tempo. Mi piace parlare con loro di film. Mi piace che spesso attraverso il flm si parli anche di una parte di noi. Le nostre ragioni, i nostri desideri, le nostre paure e anche le nostre resistenze mentali vengono fuori, con sagace ironia, in modo intelligente e pacato, a volte in modo appassionato, ma sempre nel rispetto reciproco dei diversi punti di vista. Li adoro. Ci intende su molti aspetti della discussione, nonostante la differenza di età. I miei amici fanno parte di una generazione precedente la mia. Eppure, nonostante ciò, sento le loro esperienze intellettuali e di vita più vicine a me che quelle dei giovani colleghi dai quali mi discosto per meno di dieci anni. Quanto è cambiata la realtà in questi anni non lo sapremo mai bene.
Proprio stamattina pensavo ai miei coetanei e mi chiedevo dove fossero. Con alcuni mi vedo ancora, ma con troppi ho interrotto relazioni e legami affettivi. E allora mi sono detta che nella vita ciascuno di noi ha una connotazione, o meglio, sente di averne una. Le nostre storie, le nostre esperienze di vita ci consegnano delle caratteristiche. Ho pensato, stamattina, che mi sento spesso in bilico, nè di qua nè di là, non sentirsi parte nè di quella generazione nè di questa può essere una grande ricchezza. Potere attingere a diverse fonti è un bene. Come relazionarsi con persone diverse è un valore. In effetti a pensare alla mia vita vissuta finora, credo di poter dire di essermi mossa per lo più da sola, tranne qualche momento di aggregazione negli anni settanta quando le nostre vite potevano avere un esito tragico, ma per il resto ho camminato da sola. Eppure, a volte sento il bisogno di rispecchiarmi completamente in quelli come me, con gli occhi e con la mente, da vicino.
Le altre avevano le palme, io stamattina portavo un colorato mazzo di fiori di campo. Un gesto improvviso. Mi volto e lo vedo fermo davanti al fioraio, ad uno degli angoli di via Toledo. La sorpresa nei mei occhi, il sorriso nei suoi. Un gesto insolito, ma proprio per questo più prezioso.
Mi sono vista nelle vetrine dei negozi chiusi, mentre camminavo di fianco a P. con i fiori sul braccio sinistro.
Una volta, una collega di sostegno, brava e simpatica, disse che ho un piglio maschile nel rapportami alla classe. In una scuola che si è sempre più femminilizzata e dove spesso le insegnanti reiterano il ruolo che hanno a casa con i figli, un ruolo persuasivo e difensivo, chi si preoccupa di richiamare al senso di responsabilità gli studenti che sempre più spesso prolungano la loro adolescenza ben oltre l'età anagrafica?
A me viene spontaneo farlo. Mal sopporto l'atmosfera da frizzi e lazzi che trovo al cambio d'ora e al mio ingresso in aula.
Così scopro che il mio atteggiamento, "forte", dà fastidio a qualcuno che mal tollera che una donna li richiami ad un comportamento più consono allo stare in classe e a scuola.
O forse sarà che lì nell'isola la figura femminile è soprattutto una figura sculettante.
Sarà che noi donne abbiamo perso terreno e quando otteniamo certe cose lo facciamo con ciance e moine.
Mica tutte.
Sarà per questo che non sopporto più l'atmosefra "familiare" che si è sviluppata in quella scuola. Forse è tempo di andarsene.
Forse è tempo di mantenere la calma.
Non è una scoperta. Ciascuno percepisce a modo suo. Quello che sento io non lo sente un'altra, non allo stesso modo. Eppure capita anche abbastanza di frequente di concordare su comportamenti di persone e fatti che succedono. Resta comunque che siamo nell'ambito del soggettivo. Quello che pare a me non pare a te, e via dicendo.
Stamattina non mi sono ritrovata con un'altra idiozia. Un' altra grossolanità che rasenta il mobbing. Dire di una persona che porta sfiga. Ho sorriso all'idea lanciata così, con tono più serio che scherzoso. Si incomincia con il dire che è antipatico, che è losco, per poi dire che uno iettatore. Alcune persone vivono in eterna contrapposizione con gli altri. Hanno bisogno di etichettare quelli che non sopportano. Alcuni hanno un atteggiamento bellico verso gli altri. Si giustificano dicendo di sè stessi che sono istintuali. Ricorrono spesso all'espressione "a pelle". Ragionano come gli adolescenti e hanno quasi quarant'anni.
Pensavamo io e P, che di domenica mattina i bar dovrebbero effettuare servizio a domicilio. Consegna a casa di cornetti e brioche caldi.
Il cielo è splendido a quest'ora. Azzurro. L'aria è pulita. So che il mare è grosso, e un po' ne vedo dalla mia finestra. Lo era già ieri, è poi aumentato nel corso della giornata. Dalla larga vetrata dell'istituto godiamo di uno scenario davvero invidiabile, vediamo arrivare e partire navi e aliscafi. Ieri, come dicevo, il mare era di un blu forte e resistente con onde lunghe e schiumate. Sul molo arrivavano gli spruzzi dell'acqua che si infrangeva sugli scogli come una finta pioggerellina che si scioglieva nel sole di febbraio.
Stamattina mi sono davvero divertita a sentire L. difendere i Rom, di cui si sta occupando anche con la sua prossima tesi di laurea. Senza dubbio L. è il più vivace e il più informato tra quelli che insegnano materie pratiche e professionalizzanti. Ha rapidamente intonato ho visto degli zingari felici e l'intesa tra me e lui sul piano delle idee si è rafforzata. In realtà nella discussione nata tra me, A. e lui, io oscillavo tra loro due. Ho dato ragione ad A. per certe cose, mi sono ritrovata in altre con L. In ogni caso ciò che trovo più insopportabile sono i pregiudizi. Ragionare seguendo l'istinto, lasciarsi trascinare da infondate antipatie. Mi viene in mente che la filosofia dai tempi di Platone passando per Bacone ma chissà per quanti altri che, ora, in questo momento sto dimenticando, ragiona sui pregiudizi. Comunque A. è troppo simpatica e preparata per fargliene un appunto e inoltre tra le colleghe più giovani di me è l'unica a cui va la mia sincera stima.
Tra una chiacchiera e l'altra mi sono persa la luce del mare, ma ricordo quella di ieri, che era una bella giornata e questa foto scattata qualche giorno fa ne può dare l'idea.
Stamattina mi sono incantata ad osservare il volto di una giovane giapponese. Come è capitato già altre volte l'ho fatto con molta discrezione, oggi tra una capitolo e l'altro del libro che sto leggendo, Chesil beach di Ian McEwan. Il fatto è che mi piace guardarmi intorno e ricordare, anche se solo per poco tempo, quelli che mi sono seduti di fronte, o accanto. Si è addormentata sulla spalla del suo amico. Il volto disteso, comune nel tratti orientali, in quella posizione mi sembrava più bello e meno severo di quando era sveglio. Mi piaceva soprattutto il leggero colorito bruno della pelle. Esile nel suo cappotto nero è scomparsa poco dopo tra la folla. L'attendeva il giro dell'isola.
Stasera per "La Grande Storia" un docufilm su quell'anno. Il movimento ma anche quel che accadeva oltre alla politica di A. VITALI.
www.repubblica.it
Io lo vedrò.
Quell'anno ero al ginnasio. Il Vittorio Emanuele era noto come liceo di destra. Subito avvertii la divisione tra rossi e neri. Con un passaparola veloce e rapido ci venivano indicati i nomi dei leader dei due schieramenti. Poi qualche assemblea animata diede un volto a chi stava da una parte e a chi dall'altra.
L'assemblea divenne permanente e le lezioni furono sospese. L'aula magna mi sembrava enorme e piena di studenti. Una ragazza bionda e magrissima, aspetto da Patti Smith, arringava gli studenti, con parole retoriche ma efficaci, soprattutto su di noi, giovani quartine, direbbe ora mia figlia. E poi, qualche corteo con la paura che la polizia potesse attaccare. Il pollice e l'indice tesi verso l'aIto, o congiunti a formare un triangolo. Passo veloce per i vicoli di Napoli, nella zona del rettifilo, quando la situazione si faceva calda.
Più o meno così appare Napoli quando si torna dal mare. Più o meno come la Tavola Strozzi. Come una moderna Tavola Strozzi. Il Vesuvio è alle nostre spalle. Oggi è vestito di avio. Abbondante ed esteso. Il cielo grigio enfatizza le linee, dà risalto agli agglomerati di case, agli innumerevoli campanili che segnalano la presenza di chiese. Tante, troppe per Napoli. Prima di ogni altro, appare quello della chiesa del Carmine. A scrutare nella massa di pietre, mattoni e case ci si stanca glii occhi. Si vede perfino Santa Chiara. La si riconosce subito, per il tetto verde. Ma molto prima ancora di entrare nel porto, gli occhi si appuntano sulla ferraglia che circonda ogni porto. Le gru si innalzano verso l'alto, carcasse di navi e plastica galleggiante mi ricordano il nostro tempo.
Era da tempo che non andavamo proprio l'8 dicembre a San Gregorio Armeno. La pioggia di mezzogiorno ci ha fatto cambiare programma. In maniera insolita per l'ora e per il giorno abbiamo mangiato al kukai, dove mi piace andare più di sera. Però è anche bello sperimentare situazioni diverse, e allora ben venga la cucina giapponese, a pranzo, l'8 dicembre. I miei figli se potessero, andrebbero una volta a settimana.
P. tredici anni, ha imparato presto a dire i nomi dei piatti. E' sicuro di sè, sa quello che vuole. Io, invece, a stento, mi ricordo i nomi degli antipasti. Comunque, mangiare giapponese mi piace. Mi piace anche il giovanotto che gestisce il locale.
Piace anche ad A. mia figlia, sedici anni. Stamattina osservavamo con che charme si tirava indietro i capelli. P. mio marito, se la ride. Ridevamo tutti e quattro, in verità.
Ci siamo messi in strada con il cielo che si era un po' liberato dalle nuvole grigie. Abbiamo camminato verso il centro antico, e, in breve, siamo passati per piazza del Gesù, per via Benedetto Croce, per piazza San Domenico Maggiore e poi per San Biagio dei Librai. Più camminavamo e più avvertivo un richiamo, un'insolita attrazione verso quelle che sono delle vere e proprie fessure, fessure ancestrali. Brulicanti di gente, di voci e di suoni. Luoghi di origine non solo della città, ma personali, individuali, sebbene non sia nata lì.
La folla non era ancora asfissiante, a quell'ora.
Altre volte mi sono lasciata prendere da un po' di ansia ad attraversare San Gregorio Armeno, nei giorni di Natale. Stamattina, invece, ho camminato tranquilla.
Poco dopo, abbiamo visitato la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Siamo scesi giù nell'ipogeo, che io e P. ricordavamo pieno di ossa e teschi, simile al cimitero delle Fontanelle. Oggi, l'ampio spazio è stato ripulito e resta poca roba. L'ambiente è comunque suggestivo, soprattutto se si pensa che si è, di parecchio, al di sotto della strada.
Stamattina non avevo proprio voglia di sentirli. Stamattina avevo bisogno di sentire canzoni e di leggere Paul Auster.
La libertà passa anche per queste cose.
I miei colleghi sono di qualche anno più giovani di me. Stamattina erano noiosi, proprio non mi andava di seguirli nelle loro banalità. Così mi sono alzata e mi sono seduta più a poppa. C'era anche un motivo tecnico. Là dove eravamo seduti, si sarebbero congelati i piedi. E' un punto umido e freddo. Sono passata più indietro, dicendo che preferivo leggere e che ci saremmo rivisti al momento dello sbarco. Il mio nuovo vicino mi chiede, sorridendo, se il mare si sentiva di più dove ero prima. Va a spiegare i motivi per cui mi sono spostata. Dico di no, che non si sentiva molto. Il suo sguardo si posa diverse volte su di me. Vorrei stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di conversazione. Scarta' fruscio e piglia' premmera. Apro il libro, prendo gli auricolari e leggo. Ha una faccia di canaglia. Chissà che fa, mi chiedo. Avverto il suo sguardo, forse si chiederà cosa nascondo nella borsa. Cambio canzone con l'ipod. Alzo gli occhi e faccia di canaglia mi fa un bel sorriso. Gli faccio un bel sorriso. Sarà la canzone che sto ascoltando. Butto la testa sul libro e leggo con nella mente... pensiero stupendo nasce un poco strisciando: "Quella sera mi sentivo in forma. Sophie mi ispirava, e non faticai molto per scaldarmi. Raccontai barzellette e aneddoti, eseguii piccoli giochi di destrezza con le posate. Quella donna era così bella che non riuscivo a staccare lo sguardo da lei. Volevo vederla ridere, vedere le reazioni del suo volto a quello che dicevo, scrutarne gli occhi, studiarne i gesti. Dio solo sa che stupidaggini mi uscirono di bocca, ma cercai di restare piùdistaccato che potevo, di celare i miei veri propositi sotto questo attacco di charme. Fu la parte più difficile (Paul Auster, Trilogia di New York, pag. 228).
Da alcuni giorni il mare è mosso. L'inverno sta arrivando gradualmente anche nell'isola. Dicono che novembre sia tra i mesi più brutti per chi naviga. Stamattina, all'andata, mi sono aggrappata diverse volte ai braccioli della poltrona, quando siamo arrivati nel porto abbiamo tirato un sospiro di sollievo, non ne potevamo più di essere sballottati dalle onde. Lo chiamano mare di sotto e si sente di più. Avevo gli auricolari e ho ascolto le regine della musica, la playlist al femminile che annovera nomi come Macy Gray, Aretha Franklin, Mia Martini, Mina, Giorgia, Cesaria Evora, Tracy Chapman, Shirley Bassey, Lauryn Hill, Patty Pravo, Madonna, e altre.
Causa mare, la corsa dell'13,35 da Capri è stata sospesa. Ho aspettato l'aliscafo delle 14, 35. Ho mangiato un panino al prosciutto crudo guardando il mare d'inverno, mentre l'ipod mi mandava Family affaire di Mary J. Blige e Coyote di Joni Mitchell.
Erano una decina. Tutti sulle biciclette. Indossavano completini da ciclista, portavano il casco e, alcuni di loro, anche gli occhialini. Erano uomini e donne. Dalla corporatura, dal colore della pelle e dei capelli potevano essere tedeschi, o svedesi, o norvegesi. Erano le dieci circa di stamattina e sono passati per via Cavallerizza. Salvatore, il pescivendolo puteolano, mi stava affettando il pesce spada. Sono passati velocemente. In strada, a quell'ora, c'era poca gente; ma non tanto da non creare uno strano effetto. Poteva essere uno spot pubblicitario o un video musicale o una scena di un film. Intanto poco più in là, a via Bisignano un vigile e un automobilista parlavano animatamente. I ciclisti cercavano la villa comunale e poi via Caracciolo?
Quanto sono silenziosi e laboriosi i napoletani di lunedì mattina. Per una visita medica ho percorso via Chiaia verso le otto, ho preso la funicolare a piazzetta Agusteo e poi la metropolitana. Una mamma accompagnava frettolosamente il figlio piccolo a scuola. Gente ancora assonnata, stranamente muta. Nella metro si sentiva solamente la voce femminile registrata che ricordava le fermate. " Piazza medaglie d'oro". "Next Stop Piazza medaglie d'oro".
Non è raro scorgere nella disperazione, nei vestiti stracci e putridi che si indossano, un tocco di poesia, un segno del passato, una vita dignitosa, ieri. Non è raro che l'epifania si manifesti nonostante la brutalità dell'oggi, che venga fuori prepotentemente a dispetto del puzzo degli abiti lerci che a stento coprono le parti del corpo, che dentro quel corpo ingobbito e sotto quel cappellaccio calato davanti agli occhi fino a coprirne il volto ci sia qualcuno, forse una donna, che un giorno faceva altro. Non è raro che dentro quella carrozzina che si trascina stracolma di cose nere come la fuliggine ci possa essere uno spartito, che possa comparire un violino. Capita così di passare alle sette del mattino per via Calabritto, di ritrovare il barbone che di recente ha appeso peluche sul muro dove si ferma di giorno e di notte e, poco più in là , di vedere lei. Ferma e girata di spalle, sull'angusta e serrata soglia del negozio di vestiti costosi, che suona un violino.
L'aliscafo delle 8,10 è pieno.
Rinnovo l'abbonamento e prendo quello delle 8,35. Mi giro intorno e osservo la gente. Arrivano due gruppi di turisti giapponesi. Uno di questi si piazza davanti all'aliscafo che nel frattempo fa rifornimento di carburante. Sono lì da qualche minuto prima, e non ho voglia di vedermeli passare davanti uno per volta.
Mi avvicino di più alla guida che capisce che passerò prima di lui, e se non capisce pazienza. Sono tra i primi ad entare sull'aliscafo. Mi siedo. In breve tempo tutti posti sono occupati. Mi metto le cuffiette dell'Ipod e leggo Paul Auster, "Trilogia di New York". Sono arrivata al punto in cui Paul Auster, detective fasullo incaricato di pedinare e controllare Peter Stillman, ne perde le tracce. Chiama Virginia Stillman per metterla al corrente di quanto è accaduto, cerca sull'elenco telefonico uno che si chiama Paul Auster. Quello di cui ha preso le sembianze, il vero detective, secondo lui. Fin qui la Trilogia. Intanto sono arrivata a marina grande, è tardi, ma non ho voglia di correre. Di non farmi scalzare dai turisti, quello sì. Come sempre, loro hanno più fretta di me, ma non sono disposta a concedere niente. Tempo di lavoro (il mio) contro tempo di vacanza (il loro). Cappellino, occhiali da sole, magri e trendy i giovani del sol levante. Incolori gli anziani, ai miei occhi di stamattina. Spintonano, incalzati dalla guida. Me li ritrovo nella funicolare. Sono più rapida di loro. Vado avanti, nel primo vagone. Arriviamo su. Attraverso rapidamente il belvedere tra i più famosi del modo, gettando un'occhiata rapida al mare. Procida e Ischia mi sembrano vicinissime. L'aria è fresca, tersa e la giornata è luminosa. Arrivo a scuola, la riunione è già cominciata.
Tutti assolti, perché "il fatto non sussiste". Con queste parole il giudice monocratico Laura D'Arcangelo del Tribunale di Larino ha assolto tutti e sei gli imputati per il crollo della scuola Jovine di San Giuliano di Puglia (Campobasso) che il 31 ottobre 2002 causò la morte di 27 bambini e di un'insegnante.
Al processo c'erano anche i genitori dei bambini morti nel crollo della scuola. Le mamme indossavano collane, tutte uguali, cui erano appese medagliette con le immagini dei volti dei loro figli. Immediata la loro reazione dopo la lettura della sentenza, che è stata accolta da proteste, con urla e insulti. E' stata anche lanciata una sedia. Alcuni parenti delle vittime hanno inveito contro gli imputati, venendo quasi alle mani. La situazione è stata tenuta sotto controllo dai carabinieri. "Ce li avete uccisi due volte. Due volte - ha gridato la madre di una delle piccole vittime - Vergognatevi. Qui c'è gente che ha perso il suo unico figlio o ne ha persi due". (da www.repubblica.it)