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Fa un certo effetto vedere da vicino i rappresentanti delle maggiori religioni del mondo, soprattutto se sulla folla contenuta dalle transenne di piazza del Plebiscito campeggiano parole come "Un mondo senza violenza. Religione e culture in dialogo". Quando, simbolicamente, Crescenzio Sepe con al seguito gli altri esponenti del mondo religioso cristiano ha incontrato davanti al palazzo Reale i capi delle maggiori religioni del mondo, islamici ebrei, buddisti e scintoisti, mi trovavo al di qua delle transenne. Mi ero allontanata verso via Cesario Console, a guardare più da vicino il Vesuvio che a quell'ora si copriva di luce bassa, quando gli occhi si sono posati su una nave da crociera che ormeggiata al molo Beverello maestosa e illuminata, non poteva non ricordare quel grande regista del cinema italiano che era Fellini. Mi sono girata verso piazza Plebiscito e, da lì, Napoli è veramente una delle sette meraviglie del mondo. La piazza con la chiesa S. Francesco da Paola è sulla sinistra, bella nella sua forma ad abbraccio. In fondo piazza Trieste e Trento con il palazzo della prefettura, anche quello illuminato per la presenza del presidente Giorgio Napolitano, che dopo un po' sarebbe sceso pe partecipare al raduno. In alto la Certosa di san Martino e Castel S.Elmo, avvolti nella luce del crepuscolo, che sembravano vegliare con aria scettica l'evento di cui si parla in questi giorni.
In quel momento lì la città mi è sembrata più cosmopolita del solito. La piazza non era piena, ma quando i due gruppi si sono incontrati, accerchiati da fotografi e giornalisti, tra bagliori e microfoni puntati, l'impressione di stare sul set di un film mi è venuta facile. Se non fosse stato per la voce di una donna napoletana che da dietro alle mie spalle nel dire "'songhe 'e priévete 'e tutto 'o munno. Comme so' belli", (ma forse anche questa rientrava nella sceneggiatura), mi ha ricordato che era tutto vero e reale, avrei veramente creduto di assistere ad una ripresa cineamatografica.
Non è raro scorgere nella disperazione, nei vestiti stracci e putridi che si indossano, un tocco di poesia, un segno del passato, una vita dignitosa, ieri. Non è raro che l'epifania si manifesti nonostante la brutalità dell'oggi, che venga fuori prepotentemente a dispetto del puzzo degli abiti lerci che a stento coprono le parti del corpo, che dentro quel corpo ingobbito e sotto quel cappellaccio calato davanti agli occhi fino a coprirne il volto ci sia qualcuno, forse una donna, che un giorno faceva altro. Non è raro che dentro quella carrozzina che si trascina stracolma di cose nere come la fuliggine ci possa essere uno spartito, che possa comparire un violino. Capita così di passare alle sette del mattino per via Calabritto, di ritrovare il barbone che di recente ha appeso peluche sul muro dove si ferma di giorno e di notte e, poco più in là , di vedere lei. Ferma e girata di spalle, sull'angusta e serrata soglia del negozio di vestiti costosi, che suona un violino.
Ci sono andata di proposito, a vedere i fiori per terra deposti dai trenta scooter in ricordo di Luca Catone, schiantatosi qualche giorno fa contro una macchina, mentre percorreva, senza casco, l'isola pedonale di via Toledo, ad oltre cento chilometri orari. Ho camminato per via Chiaia e poi sono giunta a piazza Trieste e Trento. Sono arrivata poco prima del Banco di Napoli di via Toledo, all'incrocio con via Imbriani, splendida stradina da cui, ogni volta che si passa di lì, si vede l'immancabile presenza del Vesuvio, e se la memoria non mi inganna, anche una delle due torri del Maschio Angioino. Più o meno in quel tratto si trova un negozio di articoli per la casa dal nome molto coloniale. Attraverso la strada e mi avvicino a quei bidoni della spazzatura murati, stracolmi come sempre e debordanti di immondizia più del solito. Da una parte la spazzatura e dall'altra mazzi di fiori bianchi e qualche corona, un pò più in disparte. Per ricordare l'incidente, la fotocopia della cronaca di un giornale era appoggiata per terra. Qualche passante era fermo a leggere, attratto dall'ennesimo tragicomico spettacolo napoletano. La rappresentazione dell'illegalità non conosce la parola fine, qui.
Alcune persone, nel vestirsi, non rispettano il contesto in cui si trovano. Ieri, al collegio, una collega di educazione fisica aveva gli infradito, il pantalone alla pescatore e una canotta. Andare a Capri non vuol dire presentarsi come se si andasse in spiaggia. Vero è che la stagione estiva, qui, è già cominciata.
Pura curiosità, quella che mi spinge a pensare al ragazzo che, oggi, ci ha servito in uno dei tanti ristorantini del Sannio. Alto, capelli corti e castani, sicuro di sé e professionalmente preparato, se si eccettua la volta che ha portato i nostri secondi a un altro tavolo. Pura curiosità. Quando si è avvicinato al nostro tavolo a prendere l'ordinazione, non sapevamo che si chiamasse Pietro. Anzi, visto che le movenze erano femminili, così pure il volto, pensavamo io e P., mio marito, che fosse una ragazza. Una ragazza dai capelli corti e un po' mascolina, più per il capello corto che per altro, ma pur sempre una ragazza. Invece, come quando capita di dover fare un'inquadratura migliore per una foto, o di mettere a fuoco meglio un soggetto da fotografare, quando l'hanno chiamata Pietro, io e P., mio marito, ci siamo guardati negli occhi, come per dire qui non abbiamo capito qualcosa. C'era poi qualcosa da capire? Pietro è un ragazzo che ha trovato o sta per trovare una nuova identità, o viceversa è una ragazza, come la vista sembrava offrirci, che ha già trovato il proprio modo di essere? Pura curiosità per una vita che si interseca con la mia, anche se solo per un paio di ore. Tutti gli incontri della nostra vita lasciano un segno, a volte profondo e indelebile, altre volte solamente superficiale. So che questo segno domani scomparirà, e presto me ne dimenticherò. Per ora, però, resta il segno di una storia umana che posso solo immaginare. Resta l'enigma di Pietro.
Quanti anni avrà avuto il ragazzo dalla pelle nera vellutata, che mi stava seduto di fronte sull'aliscafo poco affollato del ritorno? Forse venti o anche venticinque, chissà . Di bianco aveva le cuffiette dell'i-pod e il collo della camicia che risaltava sul pullover e i pantaloni neri. Canticchiava ad alta voce. Seguiva il ritmo della musica e da come intonava, poteva essere musica Bhangra. Il volto esprimeva la melodia che stava ascoltando. Mi ha ricordato Tiziano Ferro. Volevo dormire e volevo anche continuare ad ascoltarlo. Ho chiuso gli occhi, e ho messo solo una delle due cuffiette del mio i-pod acceso.

Stamattina era primavera. Molta gente sul lungomare e sugli scogli a prendere il sole. Sono scesa di casa tardi. Ho comprato i giornali a via Calabritto, ho attraversato piazza Vittoria. Sono passata su via Partenope, ho dato un'occhiata alle persone che già prendevano il sole, molti erano ucraini. Sono ritornata a casa. Questa foto appartiene al nostro archivio.
Il cielo si è tinto di rosso. Dopo un breve e intenso acquazzone, dalla mia postazione di finestra sul cortile, vedo in lontananza un lembo celeste di terra sorrentina e un mare azzurrognolo. Sopra di me una minacciosa nuvolaglia grigia avvampa di luce rosa. Alè.
E' durato pochissimi minuti. Sta per piovere di nuovo, e ora è quasi buio.
Sono tre le fermate del tram dal molo Beverello a piazza Vittoria. Stamattina, al ritorno, c'erano poche persone, ma quelle poche che c'erano, leggevano. I maggiori quotidiani nazionali e la maggiore testata napoletana erano aperti sui fatti del giorno. La crisi politica. Aveva un'aria seria la giovane donna, che testa china sulle pagine del giornale, mi stava di fronte. Minigonna di jeans e calze colorate, aveva un volto interessante, dai tratti nordici. Ho pensato, guardandola di sbieco diverse volte, che, potrebbe avere avuto origini inglesi. Chissà. Poi, magari, abita al parco Margherita. Io, avevo il Sole24ore e Il Corriere. Stamattina, di giornali, ce n'erano pochi anche a scuola.
Ritrovarsi durante le feste di Natale tra parenti vicini e lontani significa anche ascoltare storie che mai avresti pensato potessero, in parte, appartenerti. Sedere intorno ad un tavolo imbandito per l'occasione, mentre si mangia un calamaro fritto, un'insalatina di rinforzo, uno struffolo, noce, nocelle e castagne spezzate e quant'altro richiede il pranzo natalizio significa ascoltare le aspirazioni di un giovanotto di Marcianise, dal volto arabeggiante, che ha la passione per il rap e che, tra le altre cose che fa, non vedrebbe male un futuro in un gruppo alla 24 Grana, se solo ne avesse l'opportunità. Oppure significa sapere di quello zio oramai novantunenne che qualche giorno prima della vigilia di Natale, dopo aver litigato con la moglie ottantenne, decide di salutare definitivamente moglie, figli, nuore e nipoti. E come lo fa? Con quanto aveva a disposizione. Lui, da sempre contadino di mele annurche e percoche, arruolatosi da giovane nella guardia di finanza, diventato poi soldato nel secondo conflitto mondiale, aveva nello scantinato una bottiglina di veleno, di quello che si usa per le piante. Decide di berne un po', per dispetto alla moglie, perchè insofferente di quella donna dalla lingua tagliente, perchè troppo arrabbiato, perchè stanco della vita. Per fortuna, o per altro, riesce a vomitare. Ha la vita salva, ma non può evitare di trascorrere la vigilia di natale e Natale stesso in un lettino d'ospedale. Oppure significa venire a sapere dei rapporti che intercorrono tra una giovane donna, badante ucraina, e un'anziana signora. Significa sapere dei tentativi da sindacato della giovane ucraina per strappare qualche giorno in più di festa, o una busta-paga più sostanziosa, oppure di una storia di lotteria. Storie napoletane, dal vago sapore verghiano, che le ha viste entrambe coinvolte. Tutto nasce con i numeri. Lo diceva più di duemila anni fa anche Pitagora. In una macelleria viene sorteggiato un prosciutto. La giovane ucraina vorrebbe prendere un numero, ma al momento non ha i tre euro che occorrono per l'acquisto del biglietto. L'anziana signora decide di offrire metà del costo del biglietto a patto che il prosciutto venga diviso a metà in caso di vincita. Vincono per davvero. La giovane badante è in fibrillazione e vorrebbe mandare subito la parte che le spetta nel suo paese, mediante qualcuno che parte con i pullman di domenica. L'anziana signora non capisce l'eccitazione della giovane badante e poi disapprova il fatto che metà prosciutto parte per l'Ucraina, ma l'altra metà, quella che è rimasta, quella spettante all'anziana signora verrà consumata dalla signora ma anche dalla stessa badante che come è stata così sollecita a mandare il prosciutto fuori, altrettanto lo sarà a mangiarne una parte che non le toccherebbe più. Piccole storie di giorni di Natale.
Stamattina sono andata a correre sul lungomare. Erano le otto e un quarto circa. Prima sono passata per la villa sotto i colori bruciato delle foglie d'autunno. Poi ho attraversato la strada e mi sono ritrovata su via Caracciolo. Poche persone correvano come me, tra queste il signor Velardi. Io andavo nella direzione di Castel dell'Ovo, ero già arrivata a Mergellina. Lui nel verso contrario. Il mare era agitato. Le onde si infrangevano contro le mura del Castello, la schiuma bianca sugli scogli. Le goccioline d'acqua hanno appannato i miei occhiali. Ad un certo punto li ho dovuti togliere. Era meglio che non lo avessi fatto. Il maestrale aveva portato a galla diverse cose. La carica di energia e di ottimismo che la corsa infonde, una volta superata la soglia della stanchezza, è svanita a guardare la poltiglia grigiastro-vomitevole di cui era cosparso a chiazze il mare. Sono tornata a casa per via Calabritto. Un lungo tappeto rosso davanti ai negozi era stato rivoltato in alcuni tratti dal forte vento ed era inzuppato d'acqua. Che idea cretina quella di mettere per terra un tappeto in una stagione invernale. Ho passato la lingua sulle labbra e ho sentito il sapore del sale. Almeno quello era piacevole.
Ha circa settantanni e qualche tempo fa abitava nel palazzo di fronte al mio. Quello che prima era il suo appartamento ora, rimesso a nuovo, è occupato da una giovane coppia con due bambini. Lui, insieme con la moglie e la suocera, si è trasferito nel palazzo successivo, adiacente all'altro. Dalla finestra del mio studio e dal balcone del soggiorno si intravede una stanza, forse quella della suocera, e nulla più. Avrò già detto della situazione da finestra sul cortile, in cui mi trovo, mio malgrado. I miei dirimpettai stanno lì, a volte ne seguo i singoli spostamenti da una stanza ad un'altra, di alcuni solamente, di quelli che ci sono, le cui stanze sono illuminate. Altre volte li vedo tutti in simultanea, quelli del quinto piano, di scale opposte però, insieme a quelli del quarto e poi a quella del terzo che guardo dall'alto, essendo io al sesto. Insomma, quando le mie tende sono aperte, mi capita di guardare loro e a loro capita di guardare me, naturalmente. Il signore settantenne chissà quante volte si è ritrovato ad appuntare lo sguardo verso le mie stanze. E' successo che per strada ci siamo salutati cordialmente, come avviene tra persone educate che si conoscono di vista per l'appunto, e che la curiosità lo abbia spinto a chiedere cosa io facessi visto che mi vedeva spesso sui libri e davanti al computer. Stralci di conversazioni, niente di più. Poi di nuovo a fare un tratto di strada insieme, io per la spesa lui non so per cosa nè mi ha mai interessato saperlo, ma suppongo per la medesima cosa. Finchè un giorno, tra una chiacchiera e un'altra, mi chiede se possiamo uscire. Lascio cadere il discorso o forse svicolo, chi se lo ricorda più. Qualche giorno fa lo incontro e mi chiede come vanno le cose, e se lavoro ancora a Bagnoli. Eh, no, rispondo io di rimando. Sono a Capri. Sgrana gli occhi come fa, al solito, chi sente la destinazione insulare. Il signore settantenne dall'aspetto curato, dall'aria di chi ha lavorato sempre poco nella vita, mi dice sorridendo "Signora, ma chi glielo fa fare!!". Mi avrà scambiata per un'altra, penso io, per una della sua stessa classe sociale, chissà. Ma forse è solo un anziano signore, desideroso di godersi l'ultimo scorcio di vita. Uno che forse ha già dato, e che vorrebbe consigliare gli altri di fare altrettanto. Oppure è un napoletano borghese buontempone, di quelli che hanno preso e prendono la vita alla leggera.
ll post che stavo scrivendo ieri iniziava in questo modo " Non sono bastati e non basteranno le agghiaccianti copertine di uno dei maggiori settimanali italiani, le inchieste giornalistiche televisive di Report, di Ballarò, di Annozero, le autorevoli opinioni di vecchi e giovani scrittori, il racconto romanzato o la finzione raccontata, il quotidiano e continuo racconto di cronaca dei giornali cittadini sugli omicidi, sulle rapine, sui disoccupati che occupano il Duomo, sugli istituti allagati, sulla bibiloteca rionale incendiata; la fiction televisiva del momento e la strumentale o reale querelle sulla fiction, gli accesi dibattiti, o presunti tali, in rete; e fuori rete quelli tra amici, tra conoscenti, tra colleghi, tra cliente e parrucchiere, tra cliente e salumiere. Qui, proprio qui, a Napoli, tutto è uguale a prima. Niente è successo. Non siamo così ingenui da credere che la situazione possa migliorare dall'oggi al domani, nè come in un sogno, ci aspettiamo che in brevissimo tempo le nostre strade siano pulite fin dal mattino presto, i nostri quartieri ordinati, godibili al passeggio, senza macchine in sosta vietata, senza motorini ad ostruire marciapiedi."
Avrei continuato il mio post di ieri, descrivendo un po' quello che, di venerdì sera, ho visto nel quartiere Chiaia, il quartiere nel quale abito, e quello che ho visto ieri non è poi così diverso da quello che ho visto stasera. Lasciamo perdere le etichette, quelle nuocciono solamente. Il quartiere Chiaia-S. Ferdinando è noto come quartiere di rappresentanza. Via Calabritto con i suoi eleganti negozi, piazza dei Martiri con la caffettiera e poi a salire via Filangieri con i suoi bei palazzi e via dei Mille, lunga e leggermente sinuosa fino a piazza Amedeo e mi fermo qui, ma dovrei ricordare anche via Poerio, via Cavallerizza, via Belledonne, piccole stradine che tra negozietti e baretti vari portano verso piazza S. Pasquale e la villa comunale. A ritroso, via Chiaia, fino a piazza Plebiscito, ma rischio di allontanarmi troppo. Dicevo di quello che ho visto stasera. Dunque. Moto, motorini, vespe che oltrepassavano le linee entro le quali è permesso sostare, all'inizio di via Chiaia. Macchine ferme dove c'erano divieti di sosta, vicino e di fronte alla Tortiera, all'inizio di via Filangieri. A piazza dei Martiri, dietro le fioriere che delimitano la strada dalla piazza, motorini in sosta. Cappella vecchia invasa dalle...vespe. A via Filangieri, un lungo tratto è occupato dai ciclomotori, quelli dei commessi dei negozi. Ecco, vorrei suggerire all'amministrazione un ampio e comodo spazio urbano, vuoto per la maggior parte dei mesi dell'anno. A Natale potremmo risparmiare denaro pubblico sulle opere d'arte moderna e contemporanea che poi la gente comune non capisce; arrediamola con le quattro ruote, le due ruote, e così via, com'era un tempo. Piazza Plebiscito di una volta. Se non ve la ricordate perchè troppo giovani fate una ricerca, ci sono ancora delle foto, da qualche parte.
Sul Corriere del Mezzogiorno di stamattina Alemi, capo dei giudici di Napoli, nel '93 candidato a Palazzo San Giacomo ha detto che la situazione a Napoli è sconfortante. " Vedo una Napoli bruttissima e nessun progetto serio. Vedo disordine, sporcizia, cittadini che non rispettano le regole e nesssuno che gliele faccia rispettare. Qui si lamentano della criminalità , ma le cosiddette persone perbene sono le prime a non rispettare le leggi.
Non vedo vigili in strada. Sono tremila ma in strada ne vanno solo 600. Mancano i controlli. Colpa di chi comanda e ha la responsabilità della pubblica amministrazione. Ma colpa soprattutto di chi la macchina comunale dovrebbe farla funzionare, dai capi dei dipartimenti ai dipendenti". Io, invece, i vigili li ho visti, stasera. Erano fermi a guardare le macchine e i motorini in divieto di sosta.
Arrivo a Città della Scienza intorno alle undici. Cerco la sala Newton. La moderna e accogliente struttura non sembra molto gremita, come si converebbe ad un Forum dell'Ulivo su scuola, legalità e sicurezza che vede la presenza di Andrea Ranieri, di Rosa Russo Iervolino, di Antonio Bassolino, e del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni. Forse un centinaio di persone tra insegnanti, dirigenti scolastici, qualche sindacalista, diversi personaggi dell'ex -csa, riconoscibili da giacca, cravatta e borsa da lavoro. Pochissimi gli studenti. Più a chiacchierare e a fumare fuori che seduti dentro ad ascoltare. Mi accompagna, mentre mi avvio lungo il corridoio alla ricerca dell'ingresso alla sala, la voce della Iervolino, e mentre mi siedo in una comoda poltrona, mi arrivano alla mente le seguenti parole: "...la scuola è una comunità educante...il rapporto tra docente e discente è un rapporto dialettico...impegno dell'amministrazione ad aprire la scuola di pomeriggio." Ancora pochi minuti e il sindaco, che ha inframmezzato il discorso con piccoli sorsi d'acqua dal bicchiere che aveva sul leggio, conclude appellandosi diverse volte, con un tu confidenziale, al ministro Fioroni, affinchè dia un sostanziale aiuto alla scuola napoletana. Scende e si avvia verso l'uscita. Tocca a Fioroni che, come preannuncia la moderatrice, non starà molto, perchè un aereo lo aspetta per accompagnarlo ad Alessandria nel primo pomeriggio. E qui il registro linguistico non cambia. Il tono è quello del ministro. Le parole sono quelle da ministro. Troppe riforme e troppi problemi aperti e insoluti hanno lasciato una traccia indelebile nel pur esiguo pubblico che ha di fronte. C'è freddezza nell'accogliere le pur giuste parole del ministro sulla necessità di investire nella scuola, sulla condizione di solitudine e di abbandono che connota drammaticamente il disagio giovanile. La trasmissione di valori non deve essere un comunicato per dovere d'ufficio ma ci deve essere condivisione....esiste un erroneo concetto di tolleranza che significa, invece, sopportazione... capacità di agire, di prevenire, e di reprimere. Queste ed altre parole aleggiano per la sala
Saluta frettolosamente e scappa il ministro.
Si alterna Bassolino. Il tono è sempre quello formale delle occasioni pubbliche. Il registro linguistico cambia. Bassolino, la cui intelligenza non traspare dalle modeste abilità oratorie, annuncia l'apertura di 50 scuole di pomeriggio, a finanziamento regionale, per dicembre.
Mi sono scocciata abbastanza. Mi alzo e mi incammino verso l'uscita.
...mi arriva alle spalle ed è molto arrabbiato. In quell'istante si affollano uno dietro l'altro diversi pensieri. "ma chisto che vvo'??" E' la prima cosa che penso. Poi un altro lampo, penso ad uno scherzo, una specie di candid-camera. Mi immagino un operatore fisso da qualche parte che vuole riprendere le reazioni di una napoletana alle accuse di un uomo dalla faccia nera. Sono sempre più perplessa e faccio fatica a capire ciò di cui mi accusa. Infine quando afferro in modo chiaro il significato delle parole, penso che mi voglia fare un pacco e già vedo a questo punto un'altra figura "cinematografica" in qualche altro punto della strada. Il complice napoletano che si guarda la scena e pregusta la vittoria. Lui continua a dire che i venti euro sono falsi, mi dice che è andato al bar per cambiarli in due dieci e che il barista gli avrebbe detto che erano falsi. Mi dà la banconota, anzi me la mette letteralmente tra le mani, mi accorgo che è baganaticcia, mi chiede di restituirgli il resto, mi dice pure di tenermi l'ombrello. Naturalmente io gli rispondo che non posso riprendermi i venti euro, prima di tutto perchè sono certa di non avere soldi falsi, o meglio credo di non avere soldi falsi, mi sento in buona fede. Ero sempre più convinta che mi volesse rifilare lui i venti euro falsi e prendeva sempre più consistenza l'ipotesi che ci fosse da qualche parte un complice oppure che lui a sua volta fosse stato abbindolato, magari dallo stesso barista. Mi dice di voler andare dalla polizia. Bene, dico io, andiamo, però incomincio a incazzarmi, perchè io non c'entro niente e penso che mi stia facendo perdere solo tempo. Sotto la pioggia, arriviamo, bagnati fradici, dal molo beverello a via Medina, in questura. Entriamo nell'androne. Un poliziotto ci ferma. Gli spiego la situazione. Il poliziotto guarda la banconota, dice che per lui è solo bagnata e che se voglio posso fare la denuncia (ma chi doveva denunciare chi??). Intanto il ragazzo senegalese si è calmato. Sembra convinto. Però...però il poliziotto gli chiede "Ce l'hai il permesso di soggiorno? ". Lui risponde "Sì". Il poliziotto "Puoi vendere questa merce". Lui risponde, esitando "Sì" . Infine il ragazzo senegalese (mi ha detto pure il nome, ma non lo ricordo) chiede se ci sia una macchinetta per verificare il valore dei venti euro. La risposta è negativa. Si riprende i soldi. Ci avviamo verso l'uscita. Apro l'ombrello e mi resta in mano solo la mazza, l'ombrello svolazza e poi cade per terra. Ho speso tre euro (vabbè pochi) per un'ombrello scassato. Sono arrivata all'una al molo beverello. Sono rientrata a casa alle due. Ah, dimenticavo, quando sono uscita da scuola, a Capri, erano le undici. Avevo una giornata leggera.
Alle tredici di stamattina, ero ferma, sotto la pioggia, ad aspettare il tram, di fronte al molo Beverello, quando, all'improvviso, mi vedo arrivare trafelato un ragazzo senegalese. Parla affannosamente e mi sventola davanti agli occhi una banconota da venti euro...
(cosa mi è successo ve lo dico domani)
Camminavo per via Toledo, oggi pomeriggio, schivando corpi straripanti, filiformi, sgraziati, armoniosi, goffi, agili e snelli, appesantiti e strascicanti, per lo più abbronzati. Uomini con bermuda e infradito. Donne di ogni età. Mamme con bambini, a piedi o in passeggino. Da sole, o abbracciate al loro ragazzo. A piazza Trieste e Trento il solito trambusto. Motorini parcheggiati da entrambi i lati della strada. Seduti come belle statuine le cow-girl di quest'estate. Gonne bianche di pizzo, stivali e cinturone marrone. I ragazzotti dei quartieri hanno jeans sdruciti, canotte che mettono bene in vista spalle larghe e robuste.Spesso gesticolano mentre parlano. Imbrattano la strada uomini seduti anche loro su vespe e moto. Distolgo lo sguardo. Salgo via Toledo, schivando corpi e roba per terra. Borse finte di Gucci, di Dolce e Gabbana, di Vuitton. Cinture, occhiali, orecchini, collane. Tutto finto. Le facce vanno dal nero ebano fino a tutte le gradazioni del marrone. Più sopra ci sono i cinesi. Hanno bancarelle piene e stracolme di merce di abbigliamento. La stessa che scaricano di notte dai container del porto.
Erano le otto di questa sera quando sono scesa per buttare la spazzatura, ma non avevo voglia di rientrare subito e così mi sono avvicinata a via Caracciolo. Mi piace guardare il mare quando imbrunisce. L'aria non era pulita, c'era foschia e il mare era pennellato di rosa. Le imbarcazioni sembravano ancora più bianche, piccole piccole quelle vicino a Castel dell'Ovo, più grandi quelle verso Mergellina. Il viale che affianca la villa era quasi deserto. Di tanto in tanto alcuni correvano. Sulle panchine, invece, i fidanzatini fitti ftitti facevano conversazione. Sono arrivata alla pista di pattinaggio.Codadicavallo a dorso nudo e con pantaloncini corti di jeans, si destreggiava, al centro della pista, con i coni per terra, in virtuosistici esercizi di stile. Due bambine gli ronzavano intorno. Una era più avvezza ai pattini. Sciolta e sinuosa assecondava con l'esile corpo i movimenti delle gambe. L'altra, tutta bardata di ginocchiere e paragomiti, era ancora sgraziata nei movimenti, ma aveva tutta l'aria di poter fare di più. Intorno, poche persone a guardare. Sono tornata indietro, intanto si accendevano le luci nelle case. Mi piace che quest'ora ci regali una dimensione normale. Mi piace che a quest'ora i volti delle persone non siano immediatamente riconoscibili e ci si possa confondere.
Qui è come il 31 dicembre. La maggior parte dei bar è chiusa o sta per chiudere. Per strada gruppi di persone con bottiglie, pacchetti di pasticceria o confezioni per gelati. Una ragazza indossa sul capo una corona con i colori dell'Italia. Due ragazzi hanno le t-shirt degli azzurri. Gruppi di ragazzi sui motorini percorrono velocemente la strada. Di tanto in tanto si sentono botti in lontananza. Molti sorridono e dicono buona serata.
Stamattina mi sono mossa da casa un pò più tardi. Per recuperare il tempo perso, ho pensato di prendere un taxi. Ho trovato un autista chiacchierone. La discussione è scivolata sulle elezioni. Mi ha detto che non era di sinistra, ma che, questa volta, non avrebbe votato Berlusconi. E non capiva, invece, come facevano i suoi colleghi che ancora gli credevano. Mi ha raccontato di aver preso a bordo, venerdì sera, un passeggero di Forza Italia. Lo ha accompagnato all'aeroporto. Durante il tragitto ha sentito il tizio parlare al telefono. Commentava la serata, diceva che in piazza Plebiscito non erano stati poi in tanti. Dopo aver smesso di parlare al cellulare, si è rivolto all'autista, invitandolo a votare per la CDL. Il tassista gli avrà chiesto dell' ICI e lui ha risposto che era difficile che si potesse abolire. L'autista si è un pò alterato, dicendo che gli italiani erano stanchi di essere presi in giro. Il tizio gli ha detto di abbassare la voce, perchè lui era un avvocato. Un avvocato di una federazione sportiva.
Siamo arrivati a piazza Cavour, mentre pagavo l'ho rassicurato, gli ho detto " vinceremo, vedrà". Quando sono scesa, mi ha fatto un piccolissimo sconto.
Stamattina il cielo mi è apparso tinto con pennellate di azzurro, si intravedevano squarci di limpidezza tra sbuffi di nuvole disegnati dall'esperta mano di una calligrafa. Ghirigori vari su piazza Garibaldi. Svolazzi grigio cenere e bianco neve in lontananza. Sotto, distesi capannoni, work in progresss, ingombrano lo spazio. Intorno macchine infangate e pulmann lenti. La gente attraversa in ogni punto a piazza Garibaldi. Qualcuno è proprio fuori di sè. Gesticola e parla da solo.
Ora il cielo è tutto grigio e non ha ancora smesso di piovere.
C'è un tratto di corso Garibaldi, vicino alla Circumvesuviana, dove gli uomini e le cose si confondono. Lì, gli ultimi, uomini con barba nera e incolta scambiano, vendono, comprano. Per terra cose, solo cose e scarpe dismesse. Inchiodiati al muro cenci, solo cenci. Poco più in là, donne grosse con gonne lunghe e fazzoletti in testa fermano le loro carrozzine. Vi discendono bambini dai pantaloni abbondanti. Si aggirano tra macchine da sempre in sosta, tra lerciume e cose putrefatte.